Il “mondo di ieri” di Wes Anderson, tra Bruegel e Stefan Zweig

Gli ospiti sono arrivati con la funicolare, risalendo le colline che sovrastano l’immaginaria città termale europea di Nebelsbad, nello stato immaginario di Zubrowka. Sono stati accolti – i ricchi, i vecchi, gli insicuri; i vanesi, i privilegiati e i bisognosi – dall’eroico e baffuto concierge del “Grand Budapest Hotel”, con la sua marsina purpurea e l’aroma del suo profumo, l’Air de Panache, che lo avvolge costantemente. All’interno, i pavimenti erano coperti da tappeti Art Nouveau fatti appositamente.

di Howie Kahn

Il “mondo di ieri” di Wes Anderson, tra Bruegel e Stefan Zweig

Gli ospiti sono arrivati con la funicolare, risalendo le colline che sovrastano l’immaginaria città termale europea di Nebelsbad, nello stato immaginario di Zubrowka. Sono stati accolti – i ricchi, i vecchi, gli insicuri; i vanesi, i privilegiati e i bisognosi – dall’eroico e baffuto concierge del “Grand Budapest Hotel”, con la sua marsina purpurea e l’aroma del suo profumo, l’Air de Panache, che lo avvolge costantemente. All’interno, i pavimenti erano coperti da tappeti Art Nouveau fatti appositamente. Rampe di scale conducevano al piano superiore dalle altissime volte, con pannelli di vetro decorato a piombo. H aveva istruito il suo staff di mantenere l’hotel “immacolato e al massimo della gloria”. Lo riteneva “una meravigliosa e nobile casa”, prima di far ascoltare a facchini e camerieri quarantasei stanze di poesia didattica e romantica. Questa è ospitalità declinata da Wes Anderson, e ci sono voluti quasi dieci anni perché prendesse forma. “The Grand Budapest Hotel”, l’ottavo film di Anderson, che esce questo mese, è nato come un abbozzo scritto a proposito di un vecchio amico. “La cosa principale”, dice Anderson al telefono dalla Home House di Londra – non esattamente un hotel, piuttosto un club privato con stanze da letto al piano superiore, punto di appoggio per il regista per una giornata di interviste a Marylebone – “è che lui sa tutto. E’ buono con le persone. Il mio amico non è un concierge, ma se avesse deciso di esserlo sarebbe stato il migliore al mondo – e se fosse nato circa un secolo prima. Non penso che i concierge facciano più le stesse cose al giorno d’oggi”.

Ciò che facevano – e, ancor più importante, ciò che non hanno mai fatto – è al centro di “Grand Budapest”, il punto di accesso a un altro dei mondi completamente formati, meticolosamente preparati e totalmente originali creati da Anderson. Con ciascun film il regista, che ora ha quarantaquattro anni, ha perfezionato un linguaggio visuale tutto suo, raffinando la sua estetica caratteristica in un modo che arricchisce le vite emozionali dei suoi personaggi. Per essere onesti, ci sono alcune ripetizioni nel paesaggio cinematografico di Anderson – di comportamento e design – ma il risultato è una ricchezza che ben pochi altri registi sono riusciti a sviluppare. Da “Bottle Rocket” del 1996, scritto con il suo compagno di corso all’Università del Texas, Owen Wilson, nel loro appartamento di Austin (Anderson è cresciuto a Houston), a “Rushmore” del 1998; da “The Royal Tenenbaums” del 2001 a “The Life Aquatic With Steve Zissou” del 2004; da “The Darjeeling Limited” del 2007 al luminoso “Moonrise Kingdom” del 2012, i mondi di Anderson formano ora una galassia a sé stante.

Ossessivamente curioso – per compensare, forse, il fatto di non essere vissuto nell’èra dorata dello stesso Gustave H, fra le due guerre – Anderson ha acquisito più conoscenze possibili sul mondo del suo concierge, prima di iniziare a delinearlo. Spinto da fotografie simili a cartoline trovate nella Collezione di Immagini Fotocromatiche della Libreria del Congresso, è partito per un viaggio che lo ha portato in Austria, Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia e Germania. “Prima di andare a visitare tutti quei vecchi hotel abbiamo visto centinaia di foto, paesaggi e scene cittadine”, dice Anderson, “era come avere Google Earth dell’Impero Austroungarico”. Quando il Grand Budapest Hotel di Anderson ha avuto bisogno di un programma di pasticceria, lui ha preso ispirazione dalla leggendaria pasticceria viennese Demel. “Hanno la Sachertorte, e un amico ci ha detto che è la prima fermata di Billy Wilder quando è a Vienna. Bisogna rispettare la pasticceria di quel tempo, quindi ho pensato che avremmo dovuto ricreare Demel per la nostra piccola nazione fittizia”.

A parte la torta, Anderson aveva problemi a trovare una struttura che potesse ospitare degnamente il suo “Grand Budapest”, finché non arrivò nella città sassone di Görlitz e scoprì il Görlitzer Warenhaus, department store abbandonato. Costruito nel 1912, l’edificio attrasse Anderson sia per il suo atrio dalle giuste dimensioni (sarebbe divenuto la lobby dell’hotel), e la sua capacità di ospitare gli uffici di produzione, dipartimento d’arte e laboratorio (si dovevano costruire le bottiglie de l’Air de Panache ed altri oggetti), tutti sotto lo stesso tetto. “Non mi piacciono le cose che mi ricordano troppo i set cinematografici tradizionali, dove tutti entrano ed escono dai furgoni”, dice Anderson. “Wes lavora duramente per creare un’atmosfera di complicità”, dice Ralph Fiennes, uno dei nuovi arrivati nell’ensemble del regista (i frequentatori regolari includono Bill Murray, Jason Schwartzman e Wilson, che appaiono tutti nel film), uomo che instilla divertimento e allo stesso tempo dignità al personaggio di Gustave H. “Non ci sono camper individuali per gli attori”, dice Fiennes, “viviamo tutti nello stesso hotel, ceniamo assieme ogni sera, ci prepariamo per il set nelle nostre stanze e scendiamo solo per trucco e capelli”.

Anche se i film di Anderson spesso evidenziano la disfunzione delle famiglie, i suoi set celebrano la loro intimità. Ad Anderson piace sottolineare che la sua tribù cinematografica non è composta solo da attori. Lavora con l’illustratore Hugo Guinness, che ha uno story credit in “Grand Budapest”, fin dal 2001. Robert Yeoman è direttore della fotografia di Anderson da “Bottle Rocket”, circa 20 anni fa. Fiennes, da parte sua, dice che sarà felice di unirsi nuovamente alla troupe in futuro. “Wes ha un modo di tenere in considerazione le persone che pare d’altri tempi”, dice, “un raro tipo di cortesia. Ma è anche molto preparato, molto preciso”. Ad esempio: quei van, assenti nella location del film. “Abbiamo un sacco di golf cart danesi per andare in giro per la città”, dice Anderson. “Ecco come viaggiamo la maggior parte delle volte”. Di certo c’è molto di più in “Grand Budapest” che prenotazioni e servizio in camera. Commedia in costume con un cuore avventuroso, nel film il protagonista è accusato di omicidio, viene licenziato, imprigionato, scappa e si sposta in filovia in un monastero alpino in cerca di risposte. (E, com’è tipico del regista, è tutto molto stylish, con costumi che raggiungono ciò che Matt Zoller Seitz, critico e autore di “The Wes Anderson Collection”, chiama “la sineddoche materiale”, dove “gli oggetti, le location o gli articoli di vestiario definiscono intere personalità, relazioni o conflitti”).

E’ forse la cosa più vicina a un blockbuster d’azione à la Wes Anderson – una ragazzata condita da suspense e velocità – anche se il regista rabbrividisce al sentire questa descrizione. “Si tratta più di noi che cerchiamo di fare un tipo di cose molto Lubitsch style, e forse un film alla Hitchcock ma degli anni Trenta”, riflette. “La cosa della filovia, in modo speciale, ecco quello sono io che cerco di pensare a una scena che possa apparire come una scena di Hitchcock mai accaduta”. Anderson può tirar fuori citazioni per tutto il giorno, mettendo note a pie’ di pagina sulla sua visione del cinema all’infinito. Non esiste una risposta stringata a domande che riguardano l’estetica. Non direbbe mai che cerca di ottenere del neobarocco con un sottotono di Americana. Invece, un dipinto creato appositamente per il film – dall’immaginario Johannes Van Hoytl il Giovane, e in realtà dipinto dall’artista Michael Taylor – scatena un riff di Old Masters. “Il nostro punto di riferimento erano i pittori fiamminghi. E Hans Holbein; non so se il Giovane o il Vecchio. Mi piace Bruegel, e un altro che in qualche modo è collegato a tutto questo è un Bronzino che si trova alla Frick. Cercavamo di far capire che non era un dipinto appartenente al Rinascimento italiano. Che era qualcosa di più nordico”. E poi c’è la questione di un’altra ispirazione di lunga data per lo script, il lavoro dello scrittore austriaco Stefan Zweig (1881–1942), il cui temperamento richiama sia la vita di Gustave H, inventata, sia quella di Anderson, reale. Come H, Zweig era sia un dandy ampolloso sia una forza moralista. Possedeva lo scrittoio di Beethoven, se ne andava in giro per Parigi con Rilke e assomigliava anche al personaggio interpretato da Fiennes. (“I baffi e il grande naso”, dice l’attore). Come Anderson, Zweig piangeva la fine di una certa èra europea (i titoli nobiliari, i bagni termali) nella sua autobiografia, “Il mondo di ieri”, che sarebbe un sottotitolo perfetto per “Grand Budapest”. “Wes ha questa sua insolita nostalgia per un mondo del quale non ha mai fatto parte, ma che avrebbe voluto vivere”, dice Fiennes. Ha anche quel tipo di desiderio di vagabondare che era caratteristico di Zweig, che regolarmente era lontano da casa, a Zurigo, Calcutta, Londra o Mosca.

Il mondo inventato di Wes Anderson dipende molto dal viaggio e dall’immersione in esso (il regista e la sua fidanzata storica, la scrittrice Juman Malouf, definiscono New York “casa”, anche se Anderson ha il suo appartamento a Parigi e se ne sta felicemente all’estero, sul set, per lunghi periodi. “Non so mai davvero per quanto starò da qualche parte”, dice il regista, “il tempo diventa semplicemente privo di significato per me in una situazione come quella”). Anderson ha girato “The Darjeeling Limited” su un treno in movimento in India. “The Life Aquatic With Steve Zissou” include scene girate lungo la costa italiana, su una nave dragamine risalente alla Seconda guerra mondiale. E “Grand Budapest” non sarebbe potuto essere completo senza riprese fatte all’interno di una bathhouse fin de siècle (incredibilmente, ne fu scoperta una a Görlitz durante le riprese).

“Tendo a voler girare film in posti diversi perché voglio conoscere quei posti”, dice Anderson, prima di andare a vedere la versione finale di “Gran Budapest”, per poi proporla al Berlin International Film Festival. “Certo, c’è sempre qualcosa che riguarda i personaggi e le loro storie, ma c’è anche sempre qualcosa che riguarda il mondo in cui essi vivono. Non so bene dove sarà ambientato il prossimo film”, dice, “devo dire che il Giappone mi intriga particolarmente”.

di Howie Kahn

Copyright Wall Street Journal,
per gentile concessione
di MF/Milano Finanza
Traduzione di Sarah Marion Tuggey

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