Confessioni e mezzemaniche

Dopo la musica arriva il rullo di tamburo della burocrazia infida

Lui e l’altro. Lui è un burocrate di successo convinto che la spinta che Renzi può dare alla macchina di Palazzo Chigi sarà sufficiente a far viaggiare il governo alla giusta velocità di crociera. L’altro è un burocrate diffidente, già convinto che i ragazzi della Leopolda non riusciranno a imporre una velocità diversa rispetto a quella dei tempi del governo Letta. Lui dice che Renzi va apprezzato perché Padoan non è Saccomanni, perché nei posti chiave dei ministeri sono stati spazzati via i consiglieri di stato e perché usare il “trapano” al posto del “cacciavite” è il modo migliore per sbullonare il sistema. L’altro invece non si fida dell’approccio renziano, dice che non si è mai visto un governo che a due settimane dall’insediamento non ha approvato ancora un vero provvedimento politico.

Dopo la musica arriva il rullo di tamburo della burocrazia infida

Lui e l’altro. Lui è un burocrate di successo convinto che la spinta che Renzi può dare alla macchina di Palazzo Chigi sarà sufficiente a far viaggiare il governo alla giusta velocità di crociera. L’altro è un burocrate diffidente, già convinto che i ragazzi della Leopolda non riusciranno a imporre una velocità diversa rispetto a quella dei tempi del governo Letta. Lui dice che Renzi va apprezzato perché Padoan non è Saccomanni, perché nei posti chiave dei ministeri sono stati spazzati via i consiglieri di stato e perché usare il “trapano” al posto del “cacciavite” è il modo migliore per sbullonare il sistema. L’altro invece non si fida dell’approccio renziano, dice che non si è mai visto un governo che a due settimane dall’insediamento non ha approvato ancora un vero provvedimento politico e che anche sul pacchetto lavoro non c’è da stare tranquilli se a pochi giorni dalla presentazione del piano il ministro del Lavoro ammette (giovedì) che non si sa ancora in quale cornice legislativa verrà inserito. Lui invece dice che ci sono margini per lavorare bene, che il piano sul lavoro quando arriverà sorprenderà tutti e farà impazzire il sindacato, che la partita più importante verrà giocata nel rapporto tra Chigi e il Tesoro e che togliere il potere di “bollinatura” alla Ragioneria di stato è impresa complicata, ma una cosa questo governo può fare: dato che ogni provvedimento economico deve passare al vaglio non solo della Ragioneria ma anche dell’ufficio centrale del Bilancio, Renzi, se non si perderà nei dettagli, dovrà eliminare senza dubbio il secondo passaggio, facendo così risparmiare a ogni provvedimento economico almeno sei mesi di congelatore. L’altro invece non vede tutta questa discontinuità tra il Renzi uno e Letta due e dice rassegnato che se Napolitano ha imposto suoi uomini di fiducia nelle caselle centrali dell’Economia (capo di gabinetto e capo della segreteria, entrambi lettiani) e nella casella centrale di Palazzo Chigi (il capo dell’ufficio legislativo è lo stesso che aveva Letta) significa che Renzi potrà fare anche molti simpatici tweet, ma che la sua Smart la teleguideranno dal Quirinale. Lui, l’ottimista, ha meno di cinquant’anni, vive a Roma da pochi anni e il cronista lo ha incontrato due sere fa, in un ristorante romano. Dice che la sfida che Renzi deve vincere nella giungla del sottogoverno è quella con l’uomo che negli ultimi anni ha più ostacolato ogni tentativo di riforma fiscale: si chiama Vieri Ceriani, guida da due anni il dipartimento delle Finanze, è il burocrate che sta scrivendo di suo pugno la delega fiscale del governo e ha già fatto capire – prima a Letta e poi a Renzi – che non darà mai il suo assenso a una riduzione delle tasse come stimolo per la crescita.
L’altro, il pessimista, è sulla quarantina, vive a Roma da molti anni e il cronista lo ha incontrato qualche giorno fa, in un importante ufficio ministeriale a pochi chilometri dal centro. Dice che Renzi non potrà stare tranquillo perché nei prossimi mesi il governo rischia di ritrovarsi con molta polvere sotto il tappeto: rischia di ritrovarsi con un Pil almeno di 0,5 punti inferiore rispetto a quello previsto dal precedente governo (Letta e Saccomanni dicevano che il 2014 sarebbe stato all’insegna del più 1,1 per cento, Fondo monetario, Ocse e Confindustria dicono che la crescita a stento arriverà allo 0,6 per cento), e che per questo Renzi potrebbe essere costretto a risanare al più presto un buco da sei miliardi di euro. Lui invece, il burocrate ottimista, pensa sia stato importante dare un segno di discontinuità scegliendo a Palazzo Chigi uomini di rottura come Lotti e Bonaretti, pensa sia stato utile trasformare il governo in una giunta comunale e crede che la prima riforma che Renzi dovrebbe fare per dare alla macchina lo sprint giusto per fare le riforme sia rivedere i tempi dei “concerti”, ovvero quelle insostenibili pratiche che prevedono che un decreto per essere attuativo debba superare il vaglio non di uno ma di più ministeri. L’altro, invece, il burocrate pessimista, non riesce a capacitarsi che attorno a Renzi non sia ancora nata una squadra al lavoro sulla crescita, e dice che l’unico modo per sfuggire all’abbraccio dei burocrati è fare una cosa che Letta non ha fatto: mettere il controllo della spending review sotto l’ombrello del premier e creare a Palazzo Chigi un ministero dell’Economia ombra. Ci riuscirà? Il pessimista dice che no, Napolitano non lo permetterà, la macchina non partirà. L’ottimista suggerisce invece che sì, lunedì a Palazzo Chigi scatterà una nomina importante, che il Jobs Act non è pronto, ok, ma che dalla prossima settimana un successo sul capitolo tasse, sul cuneo fiscale, il governo lo otterrà. La guerra dei burocrati è in corso. E chissà che per capire come Renzi cercherà di non trasformare il governo Leopolda nel governo Vedrò non sia necessario partire proprio da qui.

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