La disputa dello spazzolino e la digitalizzazione di ogni cosa

La settimana scorsa la multinazionale americana Procter & Gamble ha presentato alla fiera mondiale della tecnologia mobile di Barcellona il “primo spazzolino da denti interattivo”, evoluzione futurizzante dello spazzolino elettrico che Oral-B ha lanciato per la prima volta negli anni Sessanta. Lo smartspazzolino si collega allo smartphone, registra abitudini e frequenza di utilizzo, elabora correzioni nella tecnica della spazzolata per aumentare l’efficacia dell’azione, al limite segnala carie e altre lesioni, suggerisce quando andare dal dentista, è integrato all’agenda e alle altre funzioni del device, dunque può inviare promemoria e interagire in un’infinità di modi.

La disputa dello spazzolino e la digitalizzazione di ogni cosa

La settimana scorsa la multinazionale americana Procter & Gamble ha presentato alla fiera mondiale della tecnologia mobile di Barcellona il “primo spazzolino da denti interattivo”, evoluzione futurizzante dello spazzolino elettrico che Oral-B ha lanciato per la prima volta negli anni Sessanta. Lo smartspazzolino si collega allo smartphone, registra abitudini e frequenza di utilizzo, elabora correzioni nella tecnica della spazzolata per aumentare l’efficacia dell’azione, al limite segnala carie e altre lesioni, suggerisce quando andare dal dentista, è integrato all’agenda e alle altre funzioni del device, dunque può inviare promemoria e interagire in un’infinità di modi.

Essendo connesso alla rete, i dati raccolti dallo spazzolino possono essere poi passati alle aziende del settore, per ritornare sotto forma di pubblicità perfettamente ritagliate sulle preferenze dell’utente. Se mentre navigate vi piove addosso un’offerta del vostro collutorio preferito senza che abbiate mai visitato in vita vostra un sito legato al tema, non vi dovete sorprendere: è stato lo spazzolino a farlo sapere alla rete. La start-up francese Kolibree (12 impiegati in un ufficio di Parigi) non ha preso bene l’annuncio del colosso americano, visto che a gennaio ha presentato e brevettato un’idea pressoché identica. Ci sarà tempo per dirimere le controversie legali, ma l’episodio rivela quanto è accesa la competizione per creare “l’internet delle cose”, processo di elettronizzazione e connessione degli oggetti concreti allo spazio immateriale della rete. Ogni elettrodomestico o strumento può diventare un device, dal termostato allo spazzolino, passando per la mazza da baseball e il tostapane. Tutto può diventare smart. E’ un universo in cui le start-up con l’idea giusta competono con i colossi della Silicon Valley e le grandi aziende di telefonia mobile. Google ha acquistato per 3,2 miliardi di dollari Nest Labs, azienda che ha sviluppato termostati e segnalatori di fumo che raccolgono le abitudini degli utenti e si comportano di conseguenza; oramai da anni a Mountain View lavorano alle macchine che si guidano da sole.

Un report del sito Business Insider dice che oggi nel mondo ci sono 1,9 miliardi di oggetti “tradizionali” connessi in qualche modo alla rete, e nel 2018 saranno 9 miliardi, cioè la somma di tutti gli smartphone, i tablet, i pc, le smart-tv esistenti. Di recente Ibm e il provider di servizi telefonici At&t hanno firmato un accordo di condivisione dei dati sulle rispettive piattaforme. Sono aziende che viaggiano alcuni passi indietro rispetto ai player californiani, ma vedono nell’internet delle cose un universo sterminato di possibilità in cui possono far fruttare il loro know how. Se i macchinari Ibm e le reti At&t fossero già “smart” e perfettamente connessi fra loro e con la rete globale potrebbero ottenere un’infinità di dati difficilmente accessibili alle aziende orientate alla ricerca o ai social network. Si parla della fusione di virtuale e reale, di on e offline, dunque anche realtà aziendali apparentemente superate possono rientrare dalla finestra in questa competizione per la “smartizzazione” di ogni cosa. L’impatto sulla pubblica amministrazione, poi, potrebbe essere enorme. Basta immaginare le implicazioni di un sistema di parcheggi connesso in rete: gli automobilisti potrebbero vedere in tempo reale quali parcheggi sono liberi e quali occupati, tanto per fare un esempio. “City of Paradigm” di Kyt Dotson è forse il primo romanzo ambientato in un mondo dominato dall’internet delle cose. Racconta di Stephen Wolfe, direttore delle analisi urbane, incaricato di connettere ogni cosa, di automatizzare le infrastrutture, di trasformare la muta materia in oggettistica che interagisce con l’utente e con il mondo, producendo dati monetizzabili.



 

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