Draghi alza l'asticella

Tassi d’interesse invariati, nessuna misura straordinaria aggiuntiva e l’ennesimo invito a continuare con i piani di risanamento e riforma delle economie nazionali. Ieri il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha deluso le aspettative di quanti – temendo l’avvio di una spirale deflazionistica nell’Eurozona – si attendevano una svolta alla riunione di marzo del Consiglio direttivo dell’Eurotower. Tante speranze infrante, a conferma del fatto che “le Banche centrali, recentemente, sono sulla difensiva”, come aveva scritto negli scorsi giorni George Magnus, l’analista di punta di Ubs per le politiche monetarie.

Draghi alza l'asticella

Tassi d’interesse invariati, nessuna misura straordinaria aggiuntiva e l’ennesimo invito a continuare con i piani di risanamento e riforma delle economie nazionali. Ieri il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha deluso le aspettative di quanti – temendo l’avvio di una spirale deflazionistica nell’Eurozona – si attendevano una svolta alla riunione di marzo del Consiglio direttivo dell’Eurotower. Tante speranze infrante, a conferma del fatto che “le Banche centrali, recentemente, sono sulla difensiva”, come aveva scritto negli scorsi giorni George Magnus, l’analista di punta di Ubs per le politiche monetarie. La Fed statunitense e la Bank of England sono sotto osservazione speciale per aver messo in discussione le proprie strategie di “forward guidance” e in particolare l’impegno a orientare le scelte future in base all’andamento del tasso di disoccupazione. Lo stesso Draghi, rispondendo ieri ai giornalisti che paragonavano la china dell’economia europea a quella del Giappone negli anni 90 – un mix letale di bassa crescita e attese di prezzi in calo a deprimere ulteriormente consumi e investimenti – ha detto che la Bce è molto più attivista di quanto non fu la Bank of Japan, poi ha aggiunto sorridendo: il fatto che la stampa si attenda sempre qualche mossa spettacolare da Francoforte è la prova di questo attivismo. Che ieri però, per varie ragioni, non s’è visto.

Il livello dei prezzi dell’area euro, a febbraio, è cresciuto dello 0,8 per cento, lo stesso valore di gennaio. Il timore, espresso anche dai vertici di alcune organizzazioni internazionali (Ocse e Fondo monetario internazionale), è che un livellamento dei prezzi verso il basso possa spingere consumatori e investitori a rimandare nel tempo le loro spese. Inoltre, con un po’ d’inflazione, e quindi un tasso di crescita nominale maggiore, il fardello dei debiti pubblici può essere alleggerito più facilmente nelle economie periferiche. L’inflazione però, ha detto Draghi sfidando le Cassandre, non scenderà in territorio negativo (diventando deflazione): resterà stabile nei prossimi mesi, poi si avvicinerà all’obiettivo del 2 per cento “nel medio-lungo termine”. Nel 2016 sarà ancora all’1,5 per cento, ma nell’ultimo trimestre di quell’anno arriverà a 1,7. “Il livello del 2 per cento è la ‘stella polare’ costantemente riconosciuta dalla Bce come livello ottimale d’inflazione – dice al Foglio Francesco Papadia, già direttore generale per le Operazioni di mercato dell’Eurotower – Ora invece si accetta che per quattro anni il tasso d’inflazione sia significativamente al di sotto di quel livello”. Per questo Papadia si attendeva una qualche mossa, per esempio la sospensione della “sterilizzazione” associata al programma di acquisto di titoli di stato (Securities Market Program) che avrebbe immesso circa 180 miliardi di liquidità aggiuntiva nel sistema: “Draghi ha dato molto peso alle previsioni d’inflazione più lontane nel tempo, quelle dell’ultimo trimestre del 2016, anche se ha insistito sul fatto che l’attendibilità delle previsioni diminuisce mano a mano che si allunga il loro orizzonte”. 

Già quest’anno il tasso di crescita del pil dell’Eurozona è stato rivisto al rialzo di un decimale (1,2 per cento), per arrivare poi a più 1,8 nel 2016. Non solo: Draghi ha motivato il suo attendismo citando le attese positive dei direttori d’azienda (indice Pmi), la fiducia dei consumatori (nello specifico il restringimento del gap tra italiani e tedeschi), la disoccupazione (alta ma stabile, addirittura in discesa in Portogallo), oltre alle previsioni della Commissione Ue rese note due giorni fa. A proposito dell’esecutivo di Bruxelles, il banchiere centrale ha lodato la sua sferza riformatrice, anche nei confronti dell’Italia. Perché oltre alle attese di analisti e mercati, Draghi deve fare i conti con le pressioni delle cancellerie nazionali. Sull’Omt (piano di acquisto illimitato di titoli) pesa per esempio il giudizio (preliminare) negativo della Corte costituzionale tedesca. E anche dentro la Bce, secondo Bloomberg, Draghi ha fronteggiato in queste settimane l’opposizione di alcuni colleghi alla nomina dell’italiano Ignazio Angeloni (già Bce) in seno al Supervisory board che sovrintenderà gli esami delle banche del continente. Attendere, a volte, non è un optional.

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