“Che tipo di gatto sei davvero?”. Tutte le redazioni prendano nota

Questa settimana il sito americano Slate ha pubblicato l’articolo di maggiore successo dei suoi 18 anni di storia. Slate è uno dei veterani dell’informazione online, può vantare grandi firme, ma a portargli più di dieci milioni di visitatori in pochi giorni (100 mila all’ora) non è stata una column di Jacob Weisberg, ma un gioco per “travoltifizzare” il proprio nome.

“Che tipo di gatto sei davvero?”. Tutte le redazioni prendano nota

Questa settimana il sito americano Slate ha pubblicato l’articolo di maggiore successo dei suoi 18 anni di storia. Slate è uno dei veterani dell’informazione online, può vantare grandi firme, ma a portargli più di dieci milioni di visitatori in pochi giorni (100 mila all’ora) non è stata una column di Jacob Weisberg, ma un gioco per “travoltifizzare” il proprio nome. Il neologismo (“travoltify”) l’hanno inventato i due autori dell’articolo, Chris Kirk e Jim Festante, e nasce da una gaffe di John Travolta, che durante la consegna degli Oscar ha storpiato il nome della cantante Idina Menzel (che ha vinto l’Oscar per la migliore canzone originale) in Adele Dazeem. L’articolo più visitato della storia di Slate nasce così, con una gaffe poco divertente e due autori che scrivono quattro righe di presentazione per un giochino in cui digitare il proprio nome, premere il tasto “Do it!” e vederlo storpiato in modo simpatico.

Gli ultimi mesi non sono stati proficui solo per Slate. A gennaio il sito del magazine Time, nonostante gli esuberi e la crisi della rivista cartacea, ha battuto il suo record di visite giornaliere (3,8 milioni in 24 ore), mentre pochi giorni prima, alla fine di dicembre dell’anno scorso, il New York Times produceva l’articolo più visitato e condiviso dell’anno. Ma ancora una volta ad attrarre i lettori non è stato il giornalismo d’autore. Il pezzo di Time è un altro gioco interattivo, che analizza (per farlo collega il proprio account Facebook al sito di Time, e fornisce alla rivista dati preziosi sugli utenti) “Quanto tempo hai sprecato su Facebook?”; quello del New York Times è un test (invero dettagliato e basato su una ricerca di Harvard) per definire a quale regione dell’America appartiene il proprio dialetto: dopo venticinque domande sulle diverse pronunce e sulle differenze tra “dinner” e “supper” il Times fornisce una mappa delle inflessioni e dei modi di dire dei lettori americani.

Si chiama “gamification”, viene da game, gioco, e il suo alfiere, come di molte delle cose futili e profittevoli (a volte i due aggettivi si riassumono nella parola “virale”) che invadono l’informazione internazionale negli ultimi tempi, è BuzzFeed, che dopo aver fatto scuola con le listicle, gli articoli strutturati a elenco che passano dalla descrizione dei “13 motivi per cui Putin ha invaso la Crimea” a quella delle “20 foto di cuccioli che faranno scoppiare il tuo cuore di gioia”, ora ha aggiunto un nuovo strumento al suo armamentario di contenuti acchiappalettori, preso direttamente dalle riviste per ragazzi: il test a risposta multipla per definire “Che tipo di gatto sei” o “A quale epoca storica appartieni davvero”. BuzzFeed ha introdotto i test mesi fa, li ha perfezionati per renderli più interattivi, ne ha fatto come suo solito una efficiente macchina per attirare visite – dunque introiti pubblicitari. Il successo è stato tale, e la tendenza generalizzata verso la viralità, verso la produzione di contenuti (spesso leggeri, adesso ludici) studiati apposta per la condivisione sui social media, così marcata, che anche testate più azzimate hanno preso spunto. Così i test arrivano sul New York Times, gli articoli ludici su Time.

Nella gamification, nella trasformazione della notizia in gioco, la viralità si unisce a un’altra tendenza dell’informazione, quella dell’interattività, della trasformazione della notizia in qualcosa con cui il lettore può interagire. Ma se la prima trovata virale di BuzzFeed, la listicle, poteva avere un valore informativo, test e giochi sono un puro passatempo – non diverso dai cruciverba sui giornali di carta, nota il New York Times. Ma in un mercato editoriale a corto di denaro e schiavo del contatore delle visite, i “cruciverba” rischiano di moltiplicarsi a scapito delle notizie. I siti di informazione italiana sono spesso criticati per i “colonnini morbosi” in cui raccolgono contenuti futili e popolari. Anche i media americani hanno trovato i loro.

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