Speciale online 12:07

A Roma continua la Grande dissipatezza. Povero contribuente

Il decreto Salva Roma è arrivato finalmente in Gazzetta ufficiale. Renzi, in cambio delle risorse per evitare il default della Capitale (570 milioni di euro), ha posto alcune condizioni da rispettare per il risanamento dei conti. Tutto bene quindi? Quanto accade in queste ore in Consiglio comunale a Roma non fa ben sperare per il futuro. Proprio ieri infatti - come anticipato dal Foglio due giorni fa - mentre veniva ufficializzato il testo del Decreto Salva Roma, il parlamentino di Piazza del Campidoglio approvava una delibera per sanare i bilanci 2010-2012 dell’azienda capitolina Farmacap e ripianare il suo debito di 15 milioni.

A Roma continua la Grande dissipatezza. Povero contribuente

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ieri ha firmato il (terzo) decreto Salva Roma predisposto dal governo Renzi (i primi due, bocciati uno dal Quirinale e uno dal Parlamento, li aveva scritti Enrico Letta). Oggi il testo, approvato venerdì scorso in Consiglio dei ministri, è finalmente disponibile sulla Gazzetta ufficiale (vedi articolo 16 delle Disposizioni urgenti in materia di finanza locale, nonche' misure volte a garantire la funzionalita' dei servizi svolti nelle istituzioni scolastiche). Con la garanzia di 570 milioni di euro, la Capitale potrà adesso chiudere correttamente il proprio bilancio del 2013 e quello previsionale 2013-'15. La novità è che il governo, in cambio dei fondi, ha imposto il rispetto di qualche paletto a Roma e al sindaco Ignazio Marino (Pd).

Entro 90 giorni, innanzitutto, Roma dovrà presentare un rapporto a ministero dell'Economia, ministero dell'Interno e Parlamento per illustrare le cause del disavanzo di bilancio, l'entità della massa debitoria (il debito di Roma pre 2008, stimato in 20 miliardi, è gestito da un Commissario ad hoc con un modello simile a quello di una bad company, unicum in Europa), e le strategie per il rientro. Per quest'opera di risanamento bisognerà "operare la ricognizione" dei costi dei servizi pubblici locali e riportarli a "livelli standard dei grandi comuni italiani"; "operare una ricognizione dei  fabbisogni  di  personale  nelle società partecipate", prevedendo nel caso un riequilibrio "nel quadro   degli accordi con le organizzazioni sindacali"; adottare “modelli innovativi” per trasporto locale e raccolta dei rifiuti “anche ricorrendo alla liberalizzazione”; dismissione, “se necessario”, delle partecipate che non offrono servizi al pubblico (società in house come Risorse per Roma o Zètema); valorizzazione e dismissione di quote del patrimonio pubblico. Tutto bene? Si vedrà se il Comune prenderà questi come dei "consigli", ai quali è possibile trovare alternative, o come delle "linee di condotta" da seguire. Certo va ricordato che il metodo del “tavolo” comune tra Campidoglio e Via XX Settembre, di per sé, non è una garanzia di successo: nel 2012, il premier Mario Monti ne istituì addirittura due di tavoli, assieme all’allora sindaco Gianni Alemanno (Pdl), ma del risanamento è difficile capire cosa ne sia stato.

Soprattutto, poi, quanto accade in queste ore in Consiglio comunale a Roma non fa ben sperare per il futuro. Proprio ieri infatti – come anticipato dal Foglio due giorni fa – mentre veniva ufficializzato il testo del Decreto Salva Roma, il parlamentino di Piazza del Campidoglio approvava una delibera per sanare i bilanci 2010-2012 dell’azienda capitolina Farmacap e ripianare il suo debito di 15 milioni. Le farmacie di proprietà comunale – in città ce ne sono ancora 43, mentre nel resto d’Italia molti comuni se ne sono già liberati – sono in perdita, complici i conti salati per affitto e ristrutturazione dei locali che le ospitano. Altro che razionalizzazione delle società controllate dal Comune: insieme maggioranza (centrosinistra) e opposizione (centrodestra), temendo i vincoli in arrivo con il Salva Roma, hanno voluto sanare la situazione pregressa. Non solo, sottolinea al Foglio Riccardo Magi, consigliere comunale radicale eletto nella Lista Marino e unico a votare contro, "è anche stato preso l'impegno a 'assicurare la continuità aziendale... tenuto conto degli interventi che saranno definiti nel nuovo Piano industriale'. Non solo infatti appare fortemente dubbia e inaffidabile la contabilità aziendale degli ultimi anni che ci è giunta, ma non è chiaro il percorso politico e amministrativo che si intende seguire ed è assente un qualasiasi nuovo piano industiale che affronti la questione centrale dell'esistenza dell'Azienda il cui ruolo - dati alla mano - appare del tutto decaduto". Conclude Magi: "Mi appare privo di prospettiva e consapevolezza politica del momento che viviamo, procedere in questo modo proprio mentre si deve discutere di una razionalizzazione generale delle aziende controllate nel contesto del Salva Roma".

Il contribuente romano, che già oggi in imposte locali paga il doppio della media nazionale (1.040 euro contro 440 euro) potrebbe presto provare sulle sue tasche il costo della Grande dissipatezza del Comune di Roma.

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