La commedia del cheghebè

C’era una volta il Kgb “raffinato, spietato, un centro di studi e di perforazione culturale senza paragoni nel mondo”, poi è arrivato Vladimir Putin, che pure in quel Kgb era cresciuto, e ha vinto “la rozzezza”, dice al Foglio Enzo Bettiza, uno degli intellettuali, scrittori e politici italiani che più conosce il mondo sovietico e postsovietico, e meglio lo dipinge e interpreta. Se non ci fosse in mezzo una guerra, la propaganda russa nella crisi ucraina strapperebbe qualche sorriso, per la sua goffaggine, per la facilità con cui la falsificazione dei fatti è stata smascherata.

La commedia del cheghebè

C’era una volta il Kgb “raffinato, spietato, un centro di studi e di perforazione culturale senza paragoni nel mondo”, poi è arrivato Vladimir Putin, che pure in quel Kgb era cresciuto, e ha vinto “la rozzezza”, dice al Foglio Enzo Bettiza, uno degli intellettuali, scrittori e politici italiani che più conosce il mondo sovietico e postsovietico, e meglio lo dipinge e interpreta. Se non ci fosse in mezzo una guerra, la propaganda russa nella crisi ucraina strapperebbe qualche sorriso, per la sua goffaggine, per la facilità con cui la falsificazione dei fatti è stata smascherata. Ma c’è una guerra, e quindi non si ride, anche perché il Kgb non è che non funzioni – anzi, funziona benissimo, può peccare sull’immagine, sul soft power, ma l’hard power non fa una grinza, basti pensare alle manovre russe in Siria, manovre di grande successo – è soltanto diventato diverso da quello che era. E la trasformazione, dice Bettiza, è stata determinata dall’ambizione di Putin.

C’era una volta il Kgb raffinato, dicevamo, ai tempi di Kruscev per non andare troppo indietro: era ossessionato dal dissenso intellettuale, ma “nella confusa amministrazione del Cremlino non sbagliava nulla”, spiega Bettiza. Basti pensare al caso Pasternak, che “è il simbolo, la denuncia umana” della falsificazione e mistificazione operata dal Kgb. Bettiza ha raccontato di essere arrivato a Mosca, come corrispondente della Stampa, nel 1961, un anno dopo la morte di Boris Leonidovic Pasternak, uno dei più grandi poeti russi del Novecento. Lo scandalo che “Il dottor Zivago” aveva creato in Unione sovietica era ancora nell’aria, si ricordava di quando era stato negato a Pasternak il viaggio a Stoccolma per ricevere il Nobel, di quando gli era stato negato l’accesso ai diritti depositati in Svizzera, si ricordava soprattutto – come ha scritto Bettiza – “la velenosissima ingiuria lanciata contro di lui da Vladimir Semichastny, futuro capo del Kgb: ‘Maiale che insozza la terra dove mangia’”. Un’operazione del Kgb efficace e brutale.

Ora il Kgb, che poi si chiama Fsb,  “è degenerato”, forse è persino animato da correnti contrapposte, ma questa degenerazione non è avvenuta dall’interno, è stata opera dell’attuale presidente russo (che “finirà per stare al potere trent’anni”, dice Bettiza per sottolineare che “almeno in quanto a longevità politica questo signore rischia di marcare un record”. Per farlo dovrebbe perlomeno farsi rieleggere nel 2018). Secondo Bettiza, “Putin ha voluto darsi delle arie, delle caratteristiche, delle funzioni, dei ruoli molto internazionali da uomo di stato, quando invece era, ed è, soltanto un bravo, attivo e attento uomo di polizia”.

Putin nasce nel Kgb, e lì ha fatto carriera, una carriera di successo, “perché quella era la sua dimensione”, sapeva fare bene il poliziotto insomma, poi però “ha voluto fare lo statista”. Così quel Kgb che era una macchina perfetta di controllo, tecnicamente avanzata, culturalmente furba, politicamente ordinata si è snaturata assieme al suo figlio diventato presidente. Non serve soltanto raccontare quel che sta accadendo in Ucraina, con le grandi manifestazioni pro russe che si sciolgono in pochi minuti, con le accuse di antisemitismo che poi sono egualmente divise tra le due parti, con la tv glamour Russia Today che ieri insisteva sulle intercettazioni telefoniche tra la Ashton e il ministro degli Esteri estone in cui la capa della diplomazia europea prende nota del fatto che, in piazza a Kiev, c’erano dei cecchini non del regime, ma “mandati da qualcuno della nuova coalizione”. Serve guardare da vicino e capire, come dice Bettiza, che “tutto quello che è nato sembra dovuto a una danza del caso più che alla logica della ragion di stato”. E la ragion di stato è l’essenza stessa, la natura, lo stigma del Kgb. Al punto che “non si capisce che ruolo abbiano svolto i servizi segreti” nella crisi ucraina che, secondo Bettiza, è spesso interpretata male: “L’Ucraina è un paese falso, un paese a sovranità limitata come la Bielorussia, una dépendance, un perimetro esterno della Russia”. L’America capisce poco dell’Ucraina e ora, invece che perdersi negli scontri tra ucraini e russi, dovrebbe andare dritta a colpire la Russia, che ha dato più volte segni di cercare lo scontro.

Il Kgb si sta trasformando, “la struttura monolitica è stata contaminata, è diventata proteiforme, e certo la degenerazione democratica non è nella sua natura”, conclude Bettiza. Quella natura che denunciarono i pochi amici di Pasternak, al suo funerale, recitando a voce alta un verso della poesia “Amleto”: “Sono solo, tutto intorno a me sprofonda nella falsità”.
 

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