E' lo smartphone, Vladimir

“Soldati russi in Crimea? Che sciocchezza! Una provocazione”. Il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu non ha esitazioni. Nel suo mondo, che poi è “l’altro mondo” che, secondo Angela Merkel, frequenta Vladimir Putin, la penisola è occupata da “milizie di autodifesa”, che indossano uniformi russe, sono armati di fucili russi, girano su mezzi militari russi, e parlano come militari russi, ma sono solo volenterosi crimeani ai quali Mosca ha permesso di prendere il controllo anche di armi pesanti.

di Anna Zafesova

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E' lo smartphone, Vladimir

“Soldati russi in Crimea? Che sciocchezza! Una provocazione”. Il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu non ha esitazioni. Nel suo mondo, che poi è “l’altro mondo” che, secondo Angela Merkel, frequenta Vladimir Putin, la penisola è occupata da “milizie di autodifesa”, che indossano uniformi russe, sono armati di fucili russi, girano su mezzi militari russi, e parlano come militari russi, ma sono solo volenterosi crimeani ai quali Mosca ha permesso di prendere il controllo anche di armi pesanti. Peccato che a smentire il comandante supremo Putin e il suo ministro ci pensi un soldatino dalla faccia asiatica che, intervistato da un giornalista sul campo, non ha nessun problema ad ammettere di essere in servizio effettivo presso una caserma russa, lontano dalla Crimea.

Pagine strappate dal manuale di storia sovietica, dagli “aiuti fraterni” a Budapest e Praga, al “contingente limitato” in Afghanistan, alle annessioni dei Baltici nel 1939  “su richiesta della popolazione locale”, fino ai “consiglieri militari” senza mostrine in tutti i conflitti caldi della Guerra fredda, dalla Corea al Vietnam all’Angola. Tutto identico: i metodi e perfino il linguaggio. Quello che però è cambiato è che si viene sbugiardati in tempo reale. Una volta c’erano le voci, le indiscrezioni di fonti altolocate quanto anonime, le testimonianze di vicini di amici di cugini di colleghi. Oggi basta un telefonino, e una connessione con YouTube e Twitter. E si scopre che il filmato che aveva fatto gridare all’eccidio di russi in Crimea e che è stato il pretesto che il Senato russo ha usato per votare l’impiego di truppe in Ucraina è un falso, tanto che lo stesso Putin si vanta che nella penisola “non è stata versata una goccia di sangue”.

Certo, la vulnerabilità ai falsi del mondo virale del web può essere utilizzata anche dalla propaganda. Ma di regola l’iPhone è l’arma del dissidente, che fa inceppare l’ingombrante macchina delle veline ereditata dall’ex Urss. Come era successo per i brogli che avevano fatto scoppiare nel dicembre 2011 la protesta di piazza a Mosca. C’erano sempre stati, con le stesse tecniche, e venivano anche denunciati con tanto di verbali falsificati pubblicati sui giornali. Mesi dopo. La valanga di filmati in tempo reale con i presidenti dei seggi che correggevano i numeri, bruciavano le schede e alteravano i registri elettorali ha fatto tremare Putin per la prima volta in 15 anni. La magistratura rispose che erano “falsi”, una provocazione già per il fatto che i server su cui erano stati caricati si trovava in California (il solito YouTube). Ma erano troppi, troppo diversi, e i falsificatori sgamati reagivano con una spontaneità che, se fossero stati attori, gli sarebbe valsa un Oscar. Come poi sono stati decine i filmati girati di nascosto che ritraevano il momento del pagamento delle comparse ai comizi pro Putin durante la campagna elettorale (la propaganda del Cremlino cercò di controbattere con simmetrici video sull’opposizione, senza mai riuscirci).

Con la crisi ucraina poi, è stato un fiume in piena: dalla foto della megabandiera russa a Donetsk, che mostrava come l’inquadratura in cui la si vedeva sorretta da un mare di persone in realtà fosse stata scattata in una strada deserta, al “militante” russofilo che issa la bandiera russa sul municipio di Kharkov, in un’imitazione grottesca della foto dei soldati sovietici sul Reichstag (altro tarocco storico) salvo scoprirsi poche ore dopo un blogger venuto da Mosca, all’immagine di un posto di blocco sulla frontiera dell’Ucraina con la Polonia per raccontare l’esodo di 143 mila ucraini in Russia (perfino Russia Today non è ancora riuscita a intervistare un vero profugo). I falsi che funzionavano in Urss, con la censura totale, non reggono ai tempi del fact-checking di massa in rete, delle webcam onnipresenti, della vanità che spinge un soldatino russo di provincia a parlare con un giornalista a faccia scoperta. Speriamo che non sia stato mandato alla Corte marziale per aver svelato un segreto di stato che tutti sapevano già.

di Anna Zafesova

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