Annessione secca

La Crimea ha fretta e anticipa ancora il referendum sulla secessione: dalla data iniziale del 25 maggio è stato spostato al 30 marzo e ieri al 16 marzo. Le autorità della penisola occupata dai “militari senza insegne” russi si sono insediate appena 10 giorni fa, ma probabilmente temono di non riuscire a far durare la situazione senza intoppi per altre tre settimane: gli osservatori dell’Osce continuano a chiedere di entrare nella regione che per ora li blocca sul confine, e qualche funzionario russo ha cominciato ad ammettere una presenza militare di Mosca, mentre centinaia di donne crimeane hanno protestato ieri contro la presenza dei russi.

Annessione secca

La Crimea ha fretta e anticipa ancora il referendum sulla secessione: dalla data iniziale del 25 maggio è stato spostato al 30 marzo e ieri al 16 marzo. Le autorità della penisola occupata dai “militari senza insegne” russi si sono insediate appena 10 giorni fa, ma probabilmente temono di non riuscire a far durare la situazione senza intoppi per altre tre settimane: gli osservatori dell’Osce continuano a chiedere di entrare nella regione che per ora li blocca sul confine, e qualche funzionario russo ha cominciato ad ammettere una presenza militare di Mosca, mentre centinaia di donne crimeane hanno protestato ieri contro la presenza dei russi. L’avanzata dei militari russi continua, ma la resa dei militari ucraini di stanza nella penisola – che resta formalmente territorio di Kiev – stenta ad arrivare e in molti posti di blocco di confine e guarnigioni i due eserciti si affrontano in un faccia a faccia che fortunatamente non ha per ora prodotto vittime, ma mantiene alta la tensione, e l’arrivo di radicali come i cosacchi russi o i serbi veterani del Kosovo aumenta il rischio di un’escalation. Senza parlare della minoranza dei tartari, che teme dai russi una “nuova deportazione” come quella del 1944, e chiede l’aiuto dei consanguinei e correligionari di Ankara. Dunque meglio accelerare i tempi, e rendere le cose più chiare: il quesito che sarà proposto il 16 marzo ai due milioni di crimeani non li interroga più ambiguamente sull’“ampliamento dell’autonomia, dentro o fuori dall’Ucraina”, ma pone un’alternativa secca: entrare in Russia o restare con Kiev.

L’ipotesi di una Crimea indipendente è quindi cancellata, e a conferma la Duma russa si prepara nei prossimi giorni a promulgare emendamenti alla legge sull’inclusione di nuovi soggetti della Federazione russa che facilitano enormemente la procedura. In altre parole, stavolta Mosca non ha intenzione di praticare la strada di protettorati formalmente indipendenti, come in Ossezia del sud, Abkhazia o Transinistria, ma procede direttamente all’annessione, allargando il proprio territorio per la prima volta dal collasso dell’Unione sovietica.

Per garantire il successo della consultazione ieri gli uomini armati che dominano la Crimea hanno occupato la sede della tv locale staccando tutte le reti ucraine, sostituite da quelle russe. Sulle quali i crimeani ora potranno vedere il loro futuro in Russia, dal ministro per lo Sviluppo dell’estremo oriente Alexandr Galushka che invita gli ucraini in fuga a venire ad abitare sulle sponde del Pacifico al premier Dmitri Medvedev che ha varato (per ora su Twitter) la costruzione del ponte di Kerch che per 3 miliardi di dollari dovrebbe unire la Crimea con la Russia, al responsabile per la Cultura Medinsky che invita i russi a disertare le spiagge turche e spagnole a favore della penisola dove si parla russo e “costa tutto meno”. In effetti, dopo l’invasione le prenotazioni sono precipitate a zero, mettendo in ginocchio una regione che vive di turismo. Ma il premier filorusso Serghei Aksyonov ha grandi progetti: tutte le aziende statali ucraine verranno nazionalizzate, mentre quelle private dovranno registrarsi da zero “in base alle leggi russe”.

Kiev ha ovviamente già denunciato il referendum in Crimea come illegale, aprendo indagini contro i suoi sostenitori per attentato all’integrità territoriale, ma perfino l’ex consigliera di Yanukovich, Anna Gherman, ritiene che la penisola sia persa. Lo stesso scenario nell’est ucraino invece per ora stenta a partire, dopo che ieri i servizi di Kiev hanno arrestato Pavel Gubarev, l’autoproclamato “governatore popolare” di Donetsk. Poche ore prima questo agente pubblicitario finito all’improvviso al centro della politica internazionale aveva guidato di nuovo qualche migliaio di persone all’assalto della sede dell’amministrazione della regione a maggioranza russofona. La protesta si è dispersa poche ore dopo, durante il tentativo di espugnare la tesoreria locale, di cui però né Gubarev, né i suoi sostenitori conoscevano l’indirizzo. Il “governatore” ha confessato ai media russi di non avere nessun seguito e di “controllare” soltanto un piano negli uffici del vero governatore, ma di contare sull’imminente intervento della Russia in suo sostegno. Un personaggio che si potrebbe quasi liquidare come comico, se non fosse che nemmeno l’attuale premier crimeano Aksyonov fino a dieci giorni fa era il leader di un partito filorusso dal 4 per cento dei consensi e con sospetti trascorsi criminali per racket e droga.

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