Mogherini, la secchiona degi Esteri in quota "bandiera della pace"

Era il 2008, Federica Mogherini era appena entrata in Parlamento con il neonato Pd di Walter Veltroni e tutti i peones, nelle foto, immancabilmente sorridevano. Non lei, che nelle foto appariva pensierosa. Poi Mogherini ha imparato a sorridere davanti all’obiettivo, come si è visto nelle prime immagini da ministro degli Esteri e soprattutto nello scatto ufficiale dal Quirinale.

Mogherini, la secchiona degi Esteri in quota "bandiera della pace"

 

Era il 2008, Federica Mogherini era appena entrata in Parlamento con il neonato Pd di Walter Veltroni e tutti i peones, nelle foto, immancabilmente sorridevano. Non lei, che nelle foto appariva pensierosa. Poi Mogherini ha imparato a sorridere davanti all’obiettivo, come si è visto nelle prime immagini da ministro degli Esteri e soprattutto nello scatto ufficiale dal Quirinale, dove l’appena nominata titolare della Farnesina, autrice di un tweet cavalleresco all’indirizzo dell’uscente ministro Emma Bonino (“grazie per il lavoro eccellente fatto quest’anno e sempre”), appare raggiante in una giacca salmone che fa dimenticare i maglioni con la zip caratteristici degli esordi parlamentari.

E’ probabile dunque che il neoministro degli Esteri, donna quarantenne mediamente affaticata, moglie e mamma di due bambine, ex rappresentante d’istituto al liceo Lucrezio Caro di Roma, ex studentessa con Erasmus ad Aix-en-Provence ed ex animatrice di missioni internazionali di partito negli Stati Uniti (“invitavano lei e non i capi delle organizzazioni giovanili”, scherzano oggi gli stessi capi delle organizzazioni giovanili), non si riconosca del tutto nella descrizione di una Mogherini-monolite: “Strutturata, seria, studiosa, organizzata, responsabile, conosce i dossier”, dicono di lei all’unisono i colleghi, gli ex colleghi e gli ex superiori, come se l’involucro di freddezza fosse tutto. E però Mogherini, sul blog ora in sonno causa incarico ministeriale, ha spesso scritto senza mandarle a dire (capitò nel 2008, quando qualcuno dalla già rabbiosa rete la accusò di assenteismo e lei rispose che anche le deputate possono avere una gravidanza difficile che si conclude “con un immenso dolore”, e che il fatto “di essere delle privilegiate” nulla toglie alla “distorsione simbolica e politica” dell’“assimilazione” della gravidanza delle parlamentari “a una malattia”, con conseguente abbassamento del quorum per il voto in Aula). Ed era nel blog che confluivano impressioni pubbliche e private, sconfitte e soddisfazioni (nell’ultimo giorno da deputata semplice, Mogherini affidava alla bacheca questo pensiero: “Qualcosa è cambiato, dall’ultima volta che ho scritto… E’ un salto su un treno in corsa…”). E quando il treno si è messo a correre ancora più rapidamente – crisi ucraina al culmine –  Mogherini neoministro è dovuta volare in Europa (due giorni fa) e si è subito accorta che l’aplomb e la diplomazia dell’eloquio non sempre costituiscono uno scudo, quando si passa in prima linea. Anzi.

Fino a ieri, infatti, Mogherini, da responsabile Esteri della segreteria Renzi in quota “bandiera della pace” (non proprio antirussa: rispetto al Renzi delle primarie, il ministro Mogherini è assai meno atlantista), poteva ben dire “dialogo” senza che qualcuno ci vedesse una eccessiva morbidezza verso Vladimir Putin. Ma oggi no, e Mogherini, ontologicamente portata a sostenere la linea della “de-escalation” al punto da ribadire, come ieri in Parlamento, che una delle “principali preoccupazioni” è “evitare ulteriori scenari di guerra fredda”, che il “dialogo Mosca-Kiev è difficile ma non impossibile”, che “l’opzione militare non esiste” e che “c’è necessità di sostenere Kiev”, sì, ma “nel rispetto delle minoranze”, si è infine allineata alla posizione europea (dialogante, ma meno di quanto appariva Mogherini nelle prime dichiarazioni). A Kiev c’era stata il mese scorso, Mogherini, che oggi incontra l’omologo russo Sergei Lavrov, e aveva scritto sul suo blog che “la crisi ucraina si presta a diverse letture… ognuna ha un suo fondamento di verità”, ma vai a capire se la strada “non traumatica” sostenuta sulla carta è percorribile nella realtà. Chi la conosce dice che Mogherini “è una abituata a fare squadra” che si farà “aiutare nel nuovo compito dalle persone giuste” e userà “i contatti che ha in Europa per tradurre la stima che ha raccolto in un credito di fiducia”. Sono ottimisti, i suoi ex “capi” nel partito Marina Sereni, Piero Fassino e Luciano Vecchi. “Persona giusta al posto giusto”, dice quest’ultimo, a suo tempo superiore di Mogherini agli Esteri degli allora Ds. E Fassino dice che è “significativa l’esperienza maturata sul campo” dal ministro, “una donna sicura che conosce il linguaggio e il metodo delle relazioni internazionali, dopo vent’anni di impegno in politica”; e Sereni ricorda la sua collaboratrice come “una ragazza forte, che non improvvisa in nessun campo, né sul lavoro né a casa, e del resto non si può improvvisare quando si fa politica e si è, come lei, madre di due bambine piccole”.  Bisogna andare a cercare gli ex compagni di Mogherini nella Sinistra giovanile, per poter immaginare il futuro ministro che da ragazza va in delegazione all’estero – viaggi anche un po’ caciaroni (ma lei non lo era, dice il deputato pd Enzo Amendola, uno che “il casinista” lo faceva “volentieri”, all’epoca, e che da allora “difende a spada tratta Mogherini, persona estremamente competente”). Si andava nei vari sud del mondo, sì, ma anche negli Stati Uniti e in Israele, dove Mogherini sfoderava un animo più real-politico e meno terzomondista (anche se sulla guerra in Iraq il no all’opzione militare era assoluto). Si andava anche a Bruxelles, dove Mogherini cominciò a tessere i rapporti poi utili in ambito Pse e Nato, da funzionaria di partito laureata in Scienze politiche con una tesi sull’Islam. Poi sono arrivati il Pd del Lingotto e la fede veltroniana (poi franceschiniana e non subito renziana: qualche tweet critico sulle competenze estere del futuro segretario e premier ancora torna a galla). Ed è arrivata la maturità di giovane donna che voleva essere grande a diciannove anni: Mogherini è andata a vivere da sola presto, e non si sentiva bambocciona. Organizzava campagne contro il razzismo e visitava l’Africa, il futuro ministro, forte dell’antico volontariato all’Arci e delle autogestioni scolastiche in anni di fine-apartheid. Diventava moglie di un ragazzo conosciuto facendo politica (Matteo Rebesani, ex collaboratore di Walter Veltroni), andava in autobus e faceva la mamma lavoratrice che si rifiuta di portare le figlie alle riunioni (“la vita che fai determina almeno in parte il tuo sguardo sulle cose”, diceva), lavorava dietro le quinte nelle commissioni e nei gruppi ristretti all’estero, parlava inglese, francese e un po’ spagnolo, fino a tornare alla ribalta nei mesi della presa di potere renziana. E finiva alla Farnesina, un posto dove è difficile non pagare prezzi alla burocrazia (al ministero degli Esteri albergano sia i nostalgici di Bonino sia i delusi da Bonino, ma questi ultimi sono comunque troppo diffidenti verso il nuovo per accogliere il successore-donna senza neanche un sospiro di sospensione del giudizio). Mogherini non ha tempo per pensarci, come si è capito dal primo tweet ministeriale: “Ho parlato in queste ore con Ashton, Kerry, Lavrov, Fabius e Venizelos di Ucraina, Libia, Siria, Afghanistan”, scriveva dopo aver chiamato i due Marò, lei che un mese fa, sul Corriere della Sera, in una lettera aperta, indicava “la necessità di abbassare i toni” sul caso (ora si vedrà).
 

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