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Il ritorno dei morti viventi

Arrivano gli zombie. Dopo anni in cui cinema e librerie sono stati invasi da orde di vampiri innamorati, adesso è il turno dei morti viventi.  Lo scrive anche il Wall Street Journal di oggi con un’intervista al professor Kyle Bishop, che spiega perché gli zombie hanno invaso non solo la cultura pop ma anche  l’ambiente universitario.

Il ritorno dei morti viventi

La formula degli zombie è (bN)(S/N)Z = bSZ.  Secondo Robert J. Smith, docente all’Università di Ottawa che ha già elaborato di modelli matematici sulla diffusione di Aids, malaria e morbo del Nilo Occidentale, questa equazione rappresenterebbe la capacità di espansione di un eventuale virus, applicabile anche a una pandemia di zombie. N è la popolazione totale del pianeta, S i suscettibili di zombificazione, Z gli zombie, b la possibilità di trasmissione. La trasmissibilità nella popolazione per il rapporto tra suscettibili di zombificazione e popolazione per il numero degli zombie dà la proporzione di zombificabili e zombie. 

Insomma, arrivano gli zombie. Dopo anni in cui cinema e librerie sono stati invasi da orde di vampiri innamorati, adesso è il turno dei morti viventi.  Lo scrive anche il Wall Street Journal di oggi con un’intervista al professor Kyle Bishop, che spiega perché gli zombie hanno invaso non solo la cultura pop ma anche l’ambiente universitario.

Per esempio ci sono i morti viventi contro cui combatte Brad Pitt in “World War Z”, in questi giorni in programmazione su Sky Cinema, che secondo i critici ha il merito di aver rinnovato il genere [leggi la recensione di Mariarosa Mancuso].  Il film, girato nel 2013 dal regista Marc Forster, è tratto dal romanzo “World War Z. La guerra mondiale degli zombi”  di Max Brooks, dove gli zombie sono il pretesto per una puntuale e affascinante analisi geopolitica globale. E poi c’è  “The Walking dead”, serie tv di successo in programmazione sul canale Fox di Sky e basata sui fumetti di Robert Kirkman, che racconta la sopravvivenza in un mondo post apocalittico dove i nemici sono non solo i morti viventi, ma anche gli uomini.

Ma come fanno gli zombie a essere davvero pericolosi con quei movimenti legnosi e lenti?, era la domanda di alcune famose parodie del genere. Dall’italiano “Io zombo, tu zombi, lei zomba”, all’inglese “L’alba dei morti dementi”. Impossibile: e infatti il primo si rivelava essere un demenziale incubo del becchino Renzo Montagnani, mentre il secondo si concludeva con l’irresistibile apoteosi buonista degli zombie diversamente abili da applaudire alle paraolimpiadi. Quelli con cui ha a che fare Brad Pitt in “World War Z”, però, sono zombie che corrono e per di più capaci di coordinarsi tramite un’intelligenza collettiva, secondo quella “teoria dello sciame” che spiega i movimenti degli stormi di uccelli, pesci o insetti. Ma non c’è solo “World War Z”. Almeno otto film di zombie sono usciti nel 2013, ben 25 nel 2012, 31 nel 2011, 45 nel 2010: dal cubano “Juan de los muertos” al cinese “Z-108”  fino al giapponese “Hell Driver”, passando per ben due pellicole della serie di “Resident Evil”, l’italiano “Eaters”, l’inglese “Cockneys versus Zombies”, il film su Dylan Dog e un anche un film di George Romero, il cui “La notte dei morti viventi” lanciò il genere. Chiaramente gli zombie si erano visti anche prima dell’idea di Romero, al cinema e perfino in un fumetto del “Peperone” di Carl Barks, ma lì erano un prodotto di certi rituali magici caraibici o africani, non un’epidemia in grado di travolgere l’umanità intera. “Gli zombie sono le nostre paure”, ha spiegato una volta in un’intervista Brad Pitt. “Avevo voglia di far divertire i miei bambini con un personaggio di eroe che cerca di salvare il mondo. Gli zombi sono una metafora di alcune paure contemporanee, come l’incubo del contagio collettivo, e della disumanizzazione dei rapporti”.

E qui c’è una prima differenza con i vampiri, che mettono paura, ma tutto sommato sono invidiati: capirai, rimangono giovani e belli per l’eternità, non è colpa loro se sono costretti a uccidere altri uomini per sopravvivere, e poi non sono costretti tutti i viventi a uccidere per mangiare? Tutto sommato, basta immaginare un vampiro che succhia il sangue a un animale piuttosto che a un nostro simile, ed ecco qui la fortuna di Stephanie Meyer e della saga di “Twilight”. Anche con gli zombie si può, in teoria, tentare un esperimento del genere. E proprio gli stessi produttori di “Twilight” si sono inventati “Warm Bodies”, con R che si innamora della ragazza del cui fidanzato ha mangiato il cervello. Ma lo zombie che rimane bello o che mangia carne animale in realtà cessa di essere zombie, e piuttosto che al diabete sentimentale l’evoluzione si presta alla farsa: appunto, gli zombie che scoprono di poter sopravvivere anche a fettuccine in “Io zombo, tu zombi, lei zomba”.  E poi c’è un’altra differenza fondamentale tra i vampiri e gli zombie. Entrambi i mostri sono metafore, ma il vampiro lo è di tipo esistenziale, la voglia di sopravvivere per sempre, il timore di ciò che bisognerebbe affrontare per riuscirci. Lo zombie, invece, è una metafora politica. Fin da quando a Haiti gli schiavi fecero la rivoluzione contro i francesi, e negli Stati Uniti del Sud l’incubo che i neri si ribellassero divenne il terrore della religione sincretica vudu, che aveva fatto da ideologia alla rivolta. Cosa sono quei  morti che danno la caccia ai vivi, se non l’incubo del padrone che vede gli schiavi all’improvviso trasformarsi da mansuete bestie da soma in pericolose belve assediate di sangue?

In realtà, gli zombie esistono davvero. E fu il racconto del modo in cui era stata dimostrata la loro esistenza, il libro “Il Serpente e l’Arcobaleno” del 1985 dell’antropologo e etnobotanico canadese Wade Davis, a fornire la trama per l’omonimo film del 1988 di Wes Crafen, il regista di “Le colline hanno gli occhi” e di “Nightmare”. “Nelle leggende del vudu il Serpente è un simbolo della Terra”, spiega la didascalia di apertura del film, “l’Arcobaleno è un simbolo del Cielo. Tra i due, tutte le creature devono vivere e morire. Ma poiché ha un’anima, l’uomo può rimanere intrappolato in un luogo terribile dove la morte è solo il principio”. “Quel che segue è ispirato a una storia vera”, aggiunge la didascalia successiva. Vera, anche se  piuttosto romanzata. Vera perché Wade Davis era andato sul serio a indagare sui morti viventi di Haiti. E lì aveva scoperto che non si trattava di morti viventi, ma di vivi ridotti a uno stato di catalessi ipnotica da una pozione imperniata sul veleno allucinogeno del pesce palla, annullabile solo con l’assunzione di sale. “La polvere Zombie e il suo ingrediente attivo, la tetradossina, sono attualmente oggetto di studi negli stati Uniti e in Europa”, era la scritta finale sui titoli di coda del film. “Fino a oggi, la dinamica con cui la polvere agisce rimane un mistero”.  Gli stregoni vudu usavano il ritrovato per spargere il terrore, fare vendette e procurare infaticabili schiavi a buon mercato. Davis invece aveva pensato di trasformare il tutto in un nuovo, più efficace anestetico. Alcuni scienziati hanno accusato l’etnobiologo di aver esagerato nel valutare il potenziale della tetradossina, mentre conoscitori della cultura haitiana hanno detto che l’antropologo, non conoscendo la lingua creola, si era fatto prendere in giro dai suoi informatori. Però nella legge penale haitiana c’è davvero un articolo che prevede espressamente il reato dell’“impiego contro una persona di sostanze che, senza causare vera morte, producano coma letargico”, e lo equipara a un tentato omicidio. L’anno dopo l’uscita del libro di Wade Davis, nel 1986, c’era stata la rivolta che aveva costretto alla fuga il dittatore Jean-Claude Duvalier, figlio di François Duvalier, che proprio riutilizzando le ricerche antropologiche compiute da medico rurale aveva trasformato i miti vudu in strumenti del suo regime di terrore. E fu così che il regista Craven ebbe l’idea di buttare tutto sulla politica, ambientando la ricerca nel periodo dell’insurrezione haitiana, e dipingendo il cattivone ispirato a Luckner Cambronne, un ministro di Duvalier che era stato anche vicecomandante della truce milizia dei Tontom Macoutes, e che all’inizio degli anni Settanta era stato coinvolto in uno scandalo per aver trafficato con del sangue infetto. La morale? I veri mostri non sono gli zombie, ma i dittatori. Anzi, in una dittatura è il destino di tutti i sudditi di essere trasformati in zombie.

Alla fine i morti viventi di “Il Serpente e l’Arcobaleno” si ribellano, e il vudu prima di trasformarsi in strumento di oppressione del regime duvalierista era stato strumento di ribellione e resistenza degli schiavi. E’ un’ambivalenza in fondo tipica di tutte le ideologie e della politica in genere, che infatti la scuderia fumettistica della Bonelli aveva sondato nelle sue opposte polarità all’inizio degli anni Settanta, quando era ancora viva l’impressione per il primo film di Romero. Del gennaio 1971 è “La legione dei dannati”, la storia del Piccolo Ranger dove, dopo la Guerra di secessione, una padrona mantiene gli schiavi sotto il suo controllo trasformandoli in zombie. Al contrario in “Zombie!”, storia di Zagor del 1973, i morti viventi sono un estremo strumento di resistenza che i credenti nel vudu mettono in campo per sventare il folle progetto genocida di un fanatico razzista.  Ma zombie può anche essere un mero insulto. “Zombie con i baffi”, disse per esempio Francesco Cossiga nel 1992 di Achille Occhetto. Occhetto ci aveva riso sopra, e che comunque il presidente – una vola sbollita l’ira – lo aveva chiamato per scusarsi: “Guarda Achille, mia figlia mi ha rimproverato per averti definito uno zombie coi baffi. Perché ‘vedi papà se dicessero qualcosa di simile a te io ci resterei molto male ed anche Occhetto ha dei figli che potrebbero esser rimasti molto male per come hai chiamato il loro padre’". Finì in un cartone animato, dove Cossiga col suo picconcino colpiva tra gli altri anche un Occhetto dall’aspetto zombico, sull’aria di un brano house costruito mettendo in musica le sue esternazioni. Ganzer, il disegnatore satirico diventato famoso con la Primavera egiziana, disegnò l'Egitto intrappola (“preso tra uno zombie e un vampiro. Uno ti mangerà il cervello. L’altro ti succhierà il sangue”) rappresendolo come un’avvenente ragazza seminuda adornata con gioielli di epoca faraonica, tra il vampiro-esercito e lo zombie-Mohamed Morsi. E gli zombie fanno paura in Russia, dove un flashmob “parata degli zombie” che era in agenda a Jaroslav ad agosto scorso è stato vietato perché la parata avrebbe potuto violare "le leggi sulla tutela dei bambini a proposito di informazioni che non sono adatte a loro". La legge anti-gay, per intenderci.

Come si ammazza uno zombie? La vulgata qui è duplice: dargli il sale secondo il sistema filologico haitiano, o sparargli in testa, alla Romero. Anche lui  nella “Notte dei morti viventi" (film non a caso sessantottino), alludeva a tematiche politiche: i cadaveri riprendevano vita e si trasformavano in mostri cannibali per via di una contaminazione spaziale da parte di un’astronave ritornata da Venere. L’unico nero sopravvissuto all’assedio veniva scambiato per zombie e ucciso da una squadra di vigilantes. Lì però la metafora dominante era quella sul razzismo e il maccartismo. Lo zombie ecologico, prodotto del disastro ambientale, sarebbe dilagato in seguito. Inizia con “Virus - L'inferno dei morti viventi”, film italiano del 1980 che parte da un’installazione segreta in Nuova Guinea dove si svolgono esperimenti chimici e dove, a causa di un topo morto e poi resuscitato con istinti antropofagi, si sprigiona un vapore verdognolo che trasforma tutto il personale in servizio in morti viventi. Poi c’è la saga di “Resident Evil”, videogioco ispirato ai film e poi ridiventato film a sua volta, dove Milla Jovovich è un incrocio tra Rambo e Alice nel Paese delle Meraviglie che invece è finita in un Paese di Orrori per colpa degli esperimenti sconsiderati della perfida multinazionale Umbrella Corporation.  

Nel giugno del 2011 l’amministrazione laburista di Leicester, città delle East Midlands che con quasi 300.000 abitanti è il decimo centro urbano dell’Inghilterra e il tredicesimo del Regno Unito, in base alle disposizioni sulla trasparenza e la libertà di informazione si vide mandare questa lettera: “Caro consiglio della Città di Leicester, potreste farci sapere quali precauzioni avete predisposto per affrontare una eventuale invasione di zombie? Avendo visto vari film è chiaro che la preparazione per un tale evento è scarsa e coloro che sono stati eletti consiglieri del Regno dovrebbero prepararvisi. Per favore dateci informazioni se ne avete. Vostri sinceramente, un gruppo di cittadini preoccupati”. Il responsabile informazione del Consiglio, Lynn Wyeth, rispose con flemma britannica: “A qualcuno potrà sembrare frivolo e una perdita di tempo, ma per altri può effettivamente essere importante. Ognuno ha i propri interessi e le proprie motivazioni per sollevare questo genere di domande”. Però riconobbe che l’eventualità di una tale emergenza non era mai stata presa in considerazione dai consiglieri. Il 26enne James Dixon rispose dunque convocando via Facebook un’invasione di simil-zombie: 200 persone truccate da morti viventi e si aggirarono barcollando per le vie del centro – puntando più alla birra che alle carni umane. D’altronde un mese prima negli Stati Uniti era stato il Centers for Disease Control and Prevention, entità federale per la prevenzione delle catastrofi con sede ad Atlanta, a inserire sul loro sito web un completo prontuario su come comportarsi nel caso di un’“Apocalisse di Zombie”. “Cosa dovete fare prima che gli zombie vengano davvero? Prima di tutto, dovreste tenervi in casa un kit di emergenza. Questo dovrebbe includere cose come acqua, cibo e altri generi di prima necessità da tenere con voi per il paio di giorni che vi ci vorranno per individuare il primo campo libero da zombie”. Era in arrivo la stagione degli uragani, e i Centri avevano pensato di poter ravvivare l’attenzione dei cittadini sui possibili disastri naturali con una simpatica provocazione. La postilla era infatti: “Ricordate che quel che serve per fronteggiare un’Apocalisse di Zombie serve in linea di principio per ogni altro tipo di emergenza”. “Ci sono molti tipi di emergenza lì fuori cui ci possiamo preparare. Prendano l’Apocalisse Zombie come un esempio. Magari oggi ci riderete sopra, ma se avverrà davvero saranno felici di aver letto questo messaggio, e forse potranno anche apprendere una o due cose su come prepararsi per una emergenza reale”. Dai 1.000 ai 3.000 contatti abituali il blog è arrivato a 60.000, attirando l’attenzione di Twitter. E lanciando peraltro un genere letterario: anche Max Brooks, dopo “World War Z”, scrisse come seguito il fortunatissimo “The Zombie Survival Guide”. Tradotto anche in italiano come “Manuale per sopravvivere agli zombi”, si articola su sette capitoli: i non-morti realtà; armi e tecniche di combattimento; in difesa; in fuga; all'attacco; vivere nel mondo dei non-morti;  attacchi documentati. Consiglia di usare sempre armi da taglio, perché quelle da fuoco attirano altri zombi.

“Juan de los muertos” è il protagonista dell’irresistibile film indipendente cubano del 2010, che è stato addirittura letto come un segnale del dopo-Castro. “Cinquanta anni dopo la rivoluzione cubana una nuova rivoluzione sta per iniziare e solo un uomo può fermarla”, è l’incipit. Quarantenne senza arte né parte in un regime dove comunque avere arte o parte servirebbe solo a rodersi il fegato di più, Juan passa le sue giornate senza fare assolutamente  nulla. Tutto però cambia, quando incominciano ad apparire sull'isola degli zombie. Mentre i media di regime danno la colpa a dissidenti sovvenzionati dagli Stati Uniti, Juan prima trova il modo di far fuori i morti viventi. Poi decide di sfruttare la situazione, offrendo i suoi servizi a prezzi ragionevoli. Ma la situazione precipita, e a Juan non resterà altro che prendersi le sue responsabilità e indossare i panni dell'eroe per liberare Cuba. Come spiega il regista Alejandro Brugues, esattamente il modo in cui a Cuba si affrontano i problemi. “Prima cerchiamo di ignorarli; poi proviamo a fare soldi sfruttando il problema; e infine ci buttiamo in mare e cerchiamo di scappare dal paese. E’ proprio quello fanno i nostri eroi nel film”. Juan infatti prima crea una nuova società con lo slogan:  “Juan de los Muertos: ammazziamo i vostri cari”. Per una piccola tariffa, Juan e il suo partner eliminano parenti e amici  morti viventi, quelli che i parenti non hanno il coraggio di uccidere. Poi, quando gli zombie invadono l'intera capitale, Juan deve decidere se scappare a Miami e trasforma la sua macchina in una zattera: episodio che ricorda quanto realmente accaduto nel 2004, quando un gruppo di cubani raggiunse le coste della Florida su una vecchia Buick 1959 galleggiante. Nel frattempo, i media nazionali accusano gli americani di sostenere i dissidenti-zombie con l'obiettivo di destabilizzare Cuba.

C’è anche chi sostiene che, sia pure metaforicamente, gli zombie ci governino. Si intitola “Zombie Economics: How Dead Ideas Still Walk among Us” il libro che nel 2012 è valso all’economista John Quiggin la Gold Medal Book Award in Economics. Pubblicato in italiano da Egea col titolo “Zombie Economics, Le idee fantasma da cui liberarsi”, è un pamphlet che spiega come sia le idee liberiste che hanno dominato per decenni prima di essere screditate dalla crisi, sia le precedenti ortodossie keynesiane, siano “morti che camminano”. “Nella tomba dell’ideologia economica, idee morte ancora si aggirano per la terra”. Ma attorno agli zombie si può provare a verificare o falsificare l’efficacia della politica. E’ la provocazione di “Theories of International Politics and Zombies”, un libro uscito nel 2011 per la Princeton University Press e opera di Daniel W. Drezner, docente di politica internazionale alla Fletcher School of Law and Diplomacy della Tufts University ed editorialista di The National Interest e di Foreign Policy. Per spiegare le varie teorie sulla politica internazionale, immagina in un mondo invaso dagli zombie quali sarebbero le probabili risposte dei governi nazionali, dell’Onu, delle altre organizzazioni internazionali. Un ventaglio di ipotesi raggruppabile in sette approcci teorici: dalla realpolitik al liberalismo, e dal neo conservatorismo alla risposta burocratica. Con la conclusione che probabilmente sia la lotta delle ong per la difesa dei morti viventi che l’approccio militare dei neocons lascerebbero gli zombie “egualmente indifferenti”.

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