Finanza romana

Conservare lo stile libero da sindaco trentenne di Firenze, preservare la freschezza da rottamatore di tutto e tutti, non è impresa facile nelle stanze di Palazzo Chigi. Ed è comprensibile. Se poi anche la “cultura dei sindaci”, tanto cara a Matteo Renzi, si mette di traverso, allora la sfida è ancora più complicata. La prima grana parlamentare per il nuovo presidente del Consiglio, la scorsa settimana, è scaturita infatti dal bilancio pencolante di Roma. Il sindaco Ignazio Marino (Pd), visti svanire i tempi per la conversione in legge del decreto “Salva Roma” bis predisposto dall’esecutivo Letta, ha minacciato perfino lo stop dei servizi pubblici locali in mancanza di un intervento ad hoc per la Capitale.

Finanza romana

Conservare lo stile libero da sindaco trentenne di Firenze, preservare la freschezza da rottamatore di tutto e tutti, non è impresa facile nelle stanze di Palazzo Chigi. Ed è comprensibile. Se poi anche la “cultura dei sindaci”, tanto cara a Matteo Renzi, si mette di traverso, allora la sfida è ancora più complicata. La prima grana parlamentare per il nuovo presidente del Consiglio, la scorsa settimana, è scaturita infatti dal bilancio pencolante di Roma. Il sindaco Ignazio Marino (Pd), visti svanire i tempi per la conversione in legge del decreto “Salva Roma” bis predisposto dall’esecutivo Letta, ha minacciato perfino lo stop dei servizi pubblici locali in mancanza di un intervento ad hoc per la Capitale. La censura dei suoi toni polemici da parte di Renzi è stata netta, sono seguite poi le lagnanze degli altri amministratori locali (spesso targati Pd) contro ogni favoritismo verso la Capitale, ma alla fine in Consiglio dei ministri è arrivato comunque l’atteso aiuto dello stato centrale (570 milioni di euro per chiudere il bilancio del 2013 e quello previsionale 2013-’15) così da tamponare gli squilibri della città ultra indebitata (20 miliardi stimati nel 2010 per il periodo pre 2008).

Siamo forse alla normalizzazione di Renzi, che pure aveva promesso riduzione della spesa pubblica, liberalizzazioni e privatizzazioni? Non è detto che sia così, anche perché il governo, in cambio dei fondi, ha deciso che Roma dovrà rispettare alcune condizioni. Il testo definitivo del terzo decreto Salva Roma, atteso ieri in Gazzetta Ufficiale, non c’è ancora. Un po’ perché il presidente della Repubblica, Napolitano, fino a ieri sera era in visita di stato in Albania; un po’ perché sono continuati in questi giorni i contatti tra i vertici di Via XX Settembre e comune di Roma per limare il testo. Non è sicuro, per esempio, che basti un “tavolo” tra ministero dell’Economia, sindaco di Roma e commissario straordinario al debito pre 2008 per risanare il bilancio della Capitale, considerato che già Mario Monti nel 2012 aveva previsto uno schema simile con l’allora sindaco Gianni Alemanno (Pdl), e invece il dissesto della città è ancora dietro l’angolo. Inoltre, dalle parole e dalle scadenze inserite nel decreto si capirà quanto stringenti saranno i vincoli per la razionalizzazione e la liberalizzazione dei settori in cui operano le società partecipate del comune (trasporto pubblico, rifiuti, cultura, eccetera…), cioè la principale fonte del disavanzo della città.

A giudicare dal dibattito ancora in corso in queste ore nel parlamentino del comune, i paletti di Renzi dovranno arrivare presto ed essere molto stringenti. Ieri infatti in consiglio comunale si puntava già ad approvare una delibera per sanare i bilanci 2010-2012 dell’azienda capitolina Farmacap e ripianare il suo debito di 15 milioni. Le farmacie di proprietà comunale – in città ce ne sono ancora 43, mentre nel resto d’Italia molti comuni se ne sono già liberati – sono in perdita, complici i conti salati per affitto e ristrutturazione dei locali che le ospitano. Il consigliere radicale Riccardo Magi, eletto con Marino, ha sollevato alcune obiezioni di fondo e la votazione alla fine è slittata. La delibera parlava di “nuovo piano industriale” da predisporre per salvaguardare la “continuità aziendale”: ma Farmacap – si chiede Magi – non era una delle partecipate che il sindaco intendeva commissariare? Che senso ha, inoltre, approvare i bilanci di un management di cui ci si sta liberando? “Di fatto svuoteremmo almeno in parte il dibattito che invece si dovrebbe aprire alla luce del decreto Salva Roma”, dice Magi. C’è però chi punta a un’accelerazione sul dossier Farmacap. Nella maggioranza qualcuno  ieri sussurrava: “Votiamo, prima che arrivi il decreto Salva Roma e la Morgante privatizzi tutto”. Daniela Morgante, già magistrato della Corte dei Conti, è l’assessore al Bilancio “tecnico” della giunta Marino: temutissima anche per la sua scarsa dimestichezza con le logiche della politique politicienne, è lei che negli scorsi mesi ha dialogato ai massimi livelli con il Mef per approvare il bilancio del 2013, facendo digerire all’Aula Giulio Cesare significative riduzioni di spesa per il 2014. In media, secondo la Morgante, i contributi del comune ad aziende e istituzioni vanno ridotti del 20 per cento. Soltanto così Roma potrà evitare il dissesto. Non proprio musica per una classe politica che con la spesa pubblica ha spesso foraggiato il consenso elettorale. Toccherà adesso ai singoli assessori modificare i piani industriali delle partecipate per evitare che a fine anno Roma torni dal governo col piattino in mano.

Atac, azienda del trasporto pubblico locale, dovrà per esempio chiudere in pareggio pur avendo l’8-9 per cento in meno di risorse dal Comune. Possibile farlo? Sì, secondo gli economisti Ugo Arrigo e Andrea Giuricin (Università Milano Bicocca e Istituto Bruno Leoni). Giuricin al Foglio ricorda che ogni anno 700 milioni di sussidi pubblici finiscono nelle casse di Atac e che la società ha accumulato perdite per oltre 746 milioni in quattro anni. “Numero spropositato di dipendenti (12.000), soprattutto di dirigenti e quadri. E produttività troppo bassa dovuta anche all’utilizzo che si fa delle vetture. Queste le principali cause degli squilibri”, dice Giuricin. Che però fa osservare come nella stessa Capitale le tratte periferiche e notturne del trasporto siano state appaltate anni fa, previa gara, a un consorzio privato (Roma Tpl), con risultati migliori: “Una vettura Atac costa 7,33 euro al chilometro, una di Roma Tpl 4,5 euro al chilometro. I biglietti ovviamente costano uguale, la differenza quindi ce la mette il contribuente. Se Atac si uniformasse agli standard di Tpl, si libererebbero risorse per 450 milioni l’anno. Non si può prevedere una gara pure per Atac, invece che l’affidamento diretto?”, conclude Giuricin. Renzi in questo momento ha la forza contrattuale per proporre soluzioni choc, senza piegarsi alla finanza creativa romana. Sarebbe il caso di provarci.

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