Riparte il carrozzone manettaro

Gli ingredienti per far ripartire il solito carrozzone del “dàgli al Palazzo” c’erano di nuovo tutti, nella storia del neo nominato sottosegretario alle Infrastrutture Tonino Gentile. Ovvero non c’erano, come al solito, se non per i mestatori delle manette: un’accusa non provata di “minacce alla libertà di stampa”, un politico non indagato ma lambito dallo scandalo delle chiacchiere su un’indagine (non conclusa) sul figlio dello stesso, e un coro generico di sdegno, con la particolare strumentalità dell’attacco giustizialista “da destra”

Riparte il carrozzone manettaro

Gli ingredienti per far ripartire il solito carrozzone del “dàgli al Palazzo” c’erano di nuovo tutti, nella storia del neo nominato sottosegretario alle Infrastrutture Tonino Gentile. Ovvero non c’erano, come al solito, se non per i mestatori delle manette: un’accusa non provata di “minacce alla libertà di stampa”, un politico non indagato ma lambito dallo scandalo delle chiacchiere su un’indagine (non conclusa) sul figlio dello stesso, e un coro generico di sdegno, con la particolare strumentalità dell’attacco giustizialista “da destra”. Per un garantista sarebbe abbastanza per aspettare, qualsiasi siano i contenuti del chiacchiericcio pre-giudiziario sul politico in oggetto e attenersi alla presunzione di innocenza. Ma non è neppure soltanto una storia di garantismo dimenticato, quella del sottosegretario Gentile, senatore calabrese del Nuovo centrodestra, che ieri ha presentato le sue dimissioni dopo una campagna mediatica alimentata da parte dell’opposizione grillina e non grillina, da una vasta fetta del Pd e dai direttori dei principali quotidiani (Repubblica, Corriere, Stampa, Sole 24 Ore, con l’aggiunta degli immancabili, il Fatto quotidiano ed Enrico Mentana). In ballo c’era molto di più: la possibilità di rimettere in moto contro Renzi (o lasciar intendere di poterlo fare, il risultato è lo stesso) la baraonda manettara e/o indignata un tanto al chilo, fatta di critiche superficiali, schifiltosità pelosa, finto allarme democratico.

Una baraonda simile a quella che ha minato tutti i governi Berlusconi e Prodi fin dal 1994 e che, a sinistra, si è spesso scatenata contro D’Alema, l’uomo dell’inciucio. Sembra quasi che non si stesse aspettando altro: la scusa buona per mettere sulla strada di Renzi la zeppa para giudiziaria da dare in pasto all’opinione pubblica, e sempre a partire da una presunzione di colpevolezza della “zona politica grigia” che non vigila e collude. Che sia colpevolezza vera o presunta, quella del politico, il risultato non cambia: il marchio è stato impresso sulla fronte del nuovo che avanza (con l’aiuto sollecito di Rosy Bindi, tornata al guizzo giustizialista dei bei tempi, in strana alleanza con Alessandro Sallusti, ora che è una sconfitta all’interno del Pd, e di una serie di altri sconfitti del nuovo corso suoi parigrado). Le dimissioni alla fine sono arrivate ma da ieri si può dire che il famoso ventilatore è nuovamente accesso.

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