Per Putin la forza ancora non è necessaria in Ucraina, ma legittima

Spari in aria durante un faccia a faccia tra soldati russi e ucraini: ieri mattina all’aeroporto militare di Belbek, in Crimea, per un attimo si è sfiorato lo scontro. Una cinquantina di ucraini, in uniforme ma senza armi, a volto scoperto, hanno marciato verso la base che dovrebbero presidiare, cantando l’inno ucraino e sventolando due bandiere, quella nazionale e quella del loro reparto, il n° 4.515, rimasta rossa dai tempi sovietici. Alle porte dell’aeroporto sono stati fermati dai “militari senza insegne” russi, armati, alcuni con il passamontagna, che li hanno accolti sparando in aria e poi puntandogli i fucili in faccia. “E’ una provocazione”, hanno gridato. Il comandante ucraino è rimasto pacato: “Quale provocazione, siamo disarmati”

di Anna Zafesova

Per Putin la forza ancora non è necessaria in Ucraina, ma legittima

Spari in aria durante un faccia a faccia tra soldati russi e ucraini: ieri mattina all’aeroporto militare di Belbek, in Crimea, per un attimo si è sfiorato lo scontro. Una cinquantina di ucraini, in uniforme ma senza armi, a volto scoperto, hanno marciato verso la base che dovrebbero presidiare, cantando l’inno ucraino e sventolando due bandiere, quella nazionale e quella del loro reparto, il n° 4.515, rimasta rossa dai tempi sovietici. Alle porte dell’aeroporto sono stati fermati dai “militari senza insegne” russi, armati, alcuni con il passamontagna, che li hanno accolti sparando in aria e poi puntandogli i fucili in faccia. “E’ una provocazione”, hanno gridato. Il comandante ucraino è rimasto pacato: “Quale provocazione, siamo disarmati”.

Il video ha fatto il giro del mondo, mostra il livello della tensione e le difficoltà incontrate da quella che all’inizio sembrava una cavalcata inarrestabile dei russi. Per i quali la marcia degli ucraini resta una “provocazione”, in quanto il reparto 4515 si sarebbe “arreso” al nuovo potere della Crimea, e le rivendicazioni dei militari ucraini di entrare nella base militare dove lavorano appaiono scandalose. Secondo Kiev, alla fine gli ucraini sono riusciti a rientrare, mentre per i russi il presidio è ancora in mano alle “forze di autodifesa crimeane”, ex truppe antisommossa dell’ex presidente Viktor Yanukovich assunte come “polizia di Sebastopoli”. Mosca parla di 22 mila defezioni di soldati ucraini alla Crimea, Kiev nega. E intanto il Bosforo ieri è diventato trafficato: prima dal Mediterraneo sono arrivate due navi da sbarco russe, poi l’ammiraglia ucraina Hetman Sahaidachny con i marinai schierati sul ponte a formare la sigla “Ua”, e si è in attesa della portaerei nucleare George H. W. Bush accompagnata da 17 navi e tre sottomarini americani.

Ci sono giochi di guerra ma non si capisce nemmeno da dove far partire un negoziato. Il segretario di stato americano, John Kerry, ieri è volato a Kiev, dove è attesa anche la missione del Fmi per aiuti in cambio di riforme. Dall’altra parte l’apertura di uno spiraglio per il negoziato appare per ora improbabile, nonostante il segnale di distensione apparente della fine delle esercitazioni militari russe sul confine occidentale. Vladimir Putin, che ieri ha affrontato la crisi in pubblico per la prima volta, ha ribadito che a Kiev si è consumato un “golpe armato anticostituzionale”. Yanukovich resta il presidente legittimo e la Russia ha una sua richiesta di intervento militare, sostenuta da un voto del Senato di Mosca. Un’ipotesi di cui Putin per ora “non vede la necessità”, ma di cui dichiara “la possibilità” e la legittimità. Con Kiev non si tratta perché non ci sono poteri legittimi, ma anche Yanukovich, ammette Putin, “non ha futuro politico”. Gli impegni russi sull’integrità territoriale ucraina non sono più validi perché “se pensate che a Kiev si sia compiuta una rivoluzione significa che c’è un nuovo stato con il quale non abbiamo alcun accordo”.

Un “vero” intervento

Il padrone del Cremlino pare confermare il sospetto di Angela Merkel che abiti “in un altro mondo”: in Crimea non ci sono truppe russe, ma soltanto milizie di autodifesa dei russofoni che si sono mobilitate a causa della minaccia del nuovo potere “nazionalista e antisemita” di Kiev. Cosa che però non esclude un “vero” intervento russo in caso di persecuzioni dei consanguinei in Ucraina. A Yanukovich non sono state riservate parole di simpatia, ma la colpa resta dell’occidente, in particolare degli Stati Uniti, paragonati “a un laboratorio dove fanno esperimenti sugli ucraini come cavie”. Nessuna lode nemmeno per l’Europa, e Putin sostiene Yanukovich nella sua decisione di voltare le spalle agli standard europei che “per fortuna noi non abbiamo”. Nessuna paura anche per eventuali ritorsioni: se i membri del G8 “non vogliono possono non venire”, e le sanzioni “colpiranno anche chi le lancia”.

Per quanto riguarda i rischi all’economia russa, Putin liquida con una scrollata di spalle  il crollo della Borsa e del rublo: un evento “passeggero”. Il consigliere per l’ex Urss, l’economista Sergei Glazyev, però prende le cose più sul serio e ieri ha ventilato l’ipotesi di una completa rinuncia al dollaro con la creazione di un sistema di pagamenti “autonomo” rispetto alla valuta americana. Una dichiarazione ritenuta così allarmante per i mercati da meritarsi subito una smentita secca del governo.

di Anna Zafesova

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