Crolli e avanzate

La Crimea è mezza andata, ora Kiev cerca di salvare l’est dell’Ucraina

Ieri sera la Russia ha smentito di aver lanciato, in Crimea, un ultimatum alle truppe ucraine, ma sul campo la situazione è consolidata, al punto che Mosca ormai parla e agisce come se la penisola non entrasse più nei conti e nei negoziati. Il governo di Kiev dice di non voler rinunciare all’integrità territoriale – è ancora la linea ufficiale anche dell’occidente, ma i cedimenti sono visibili – e intanto sta cercando di creare una rete di oligarchi e di potere da schierare nell’Ucraina dell’est, come argine a un’eventuale avanzata russa, il cosiddetto “scenario crimeano” (in questo caso le truppe russe dovrebbero però sconfinare).

di Anna Zafesova

La Crimea è mezza andata, ora Kiev cerca di salvare l’est dell’Ucraina

Ieri sera la Russia ha smentito di aver lanciato, in Crimea, un ultimatum alle truppe ucraine, ma sul campo la situazione è consolidata, al punto che Mosca ormai parla e agisce come se la penisola non entrasse più nei conti e nei negoziati. Il governo di Kiev dice di non voler rinunciare all’integrità territoriale – è ancora la linea ufficiale anche dell’occidente, ma i cedimenti sono visibili – e intanto sta cercando di creare una rete di oligarchi e di potere da schierare nell’Ucraina dell’est, come argine a un’eventuale avanzata russa, il cosiddetto “scenario crimeano” (in questo caso le truppe russe dovrebbero però sconfinare). Sono arrivate le prime punzecchiature occidentali alla Russia, ma è alla Borsa di Mosca che s’è consumato il disastro: meno 12 per cento, l’equivalente di 58 miliardi di dollari, più o meno il costo delle Olimpiadi di Sochi.

In Crimea – tra conferme e smentite di un ultimatum di resa finale lanciato dalle truppe russe a quelle ucraine – la situazione sul terreno appare ormai consolidata, e la tensione si sposta altrove, nell’est russofono, nell’ex feudo di Viktor Yanukovich. Ieri qualche centinaio di militanti filorussi ha occupato il comune di Donetsk, la capitale della regione mineraria del Don, e la giunta cittadina ha votato per non riconoscere il governo di Kiev e indire un referendum sul proprio futuro. Uno scenario “crimeano”, alimentato da voci su movimenti delle truppe russe oltre la vicina frontiera, e dall’ordine del governatore di Rostov sul Don, dall’altra parte del confine, di allestire campi profughi per gli ucraini. In questo caso le truppe russe dovrebbero però sconfinare, a differenza della Crimea dove erano già presenti nelle basi della flotta del mar Nero. E per farlo ci vuole una mobilitazione popolare che giustifichi l’intervento. Anche perché la Duma ieri ha proposto emendamenti alla legge sull’ammissione di nuovi territori alla Federazione russa, che diventerebbe possibile non soltanto grazie a un referendum ma anche su richiesta di “organismi di potere locali in assenza di un potere centrale legittimo e sovrano”. E siccome Mosca continua a non riconoscere il nuovo governo di Kiev, che chiama “banda di estremisti”, il ministero degli Esteri ucraino lancia l’allarme per piani di “annessione” di tutta l’Ucraina, mentre Putin si fa vedere (ma ancora senza audio) alla nazione mentre ispeziona le truppe allertate.

Donetsk, Kharkiv e Odessa a questo punto sono gli “swinging states” dove l’avanzata russa può fermarsi o proseguire. Mentre in diverse città dell’est si sono fronteggiate manifestazioni pro e contro il Maidan, la contromossa di Kiev è stata affidare le roccaforti russofone a nuovi governatori scelti tra gli oligarchi. La scommessa è evidente: l’élite dell’est può anche non condividere il sogno di un’Ucraina nazionalista, ma ancora meno le piace la prospettiva di perdere la sua autonomia con l’arrivo dei russi. E così Dnipropetrovsk, ex feudo di Breznev, è stata data in mano a Igor Kolomoisky, residente tra Ginevra e Kiev, e presidente del Congresso ebraico. Donetsk, la più “russa”, a Sergei Taruta (era in corsa anche Rinat Akhmetov, considerato fedelissimo di Yanukovich ma passato con il nuovo governo). Di madrelingua russa, il magnate già ieri ha smentito qualunque ipotesi di secessione e dichiarato che i radicali filorussi nella regione sono un’esigua minoranza a meno dell’arrivo di “rinforzi dall’estero”. Silenzio per ora da Kharkiv, già teatro di un tentato “assalto” di russofili che in buona parte erano arrivati da Mosca nei giorni scorsi, dove i leader locali, abbandonato Yanukovich, stanno prendendo le misure per prendere in maggio il suo posto alla presidenza.

Mosca intanto insiste che l’invio di truppe “non è ancora deciso”, continuando a far finta che la Crimea sia ormai fuori dai conti. Ieri è caduta pure l’ipotesi – che a qualcuno in Russia non dispiaceva – di una missione di pace di Yulia Tymoshenko, che ha dichiarato che ogni negoziato con il Cremlino “è inutile”, invocando l’aiuto dell’occidente. Dal quale cominciano ad arrivare le prime punzecchiature per i russi: diverse visite di delegazioni governative sono state ieri cancellate da Finlandia, Australia e Stati Uniti. Il prezzo più alto dell’invasione della Crimea ieri però l’ha pagato la Borsa di Mosca, perdendo il 12 per cento, l’equivalente di 58 miliardi di dollari, più o meno il costo delle Olimpiadi di Sochi. Il rublo ha toccato il minimo storico sia nei confronti dell’euro sia del dollaro, e la Banca centrale è stata costretta a spendere 10 miliardi di dollari per sostenere il cambio, già sceso pesantemente nelle ultime settimane. Un prezzo che, in attesa di eventuali sanzioni e congelamenti di conti all’estero, pagheranno non solo gli oligarchi, ma i russi comuni: per un paese che essenzialmente importa beni dall’estero grazie ai petrorubli significa l’aumento dei prezzi anche su beni di base come le patate.

di Anna Zafesova

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