Divorzio evangelico, abisso tra chiesa e mondo

La rottura dottrinale non so. C’è il divorzio in chiesa, è evidente nelle parole segrete di Kasper, c’è una procedura penitenziale che in quanto rottura ha una radice “evangelica”, nel senso di contraddire il vangelo nel nome dello spirito del vangelo, cancellare Agostino con la forza possente e pneumatica dell’agostinismo, ripudiare il Cristo finora conosciuto con quello infinito, immenso, custodito nel cuore della fede vissuta, e così via con testi sacri e padri.

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Divorzio evangelico, abisso tra chiesa e mondo

La rottura dottrinale non so. C’è il divorzio in chiesa, è evidente nelle parole segrete di Kasper, c’è una procedura penitenziale che in quanto rottura ha una radice “evangelica”, nel senso di contraddire il vangelo nel nome dello spirito del vangelo, cancellare Agostino con la forza possente e pneumatica dell’agostinismo, ripudiare il Cristo finora conosciuto con quello infinito, immenso, custodito nel cuore della fede vissuta, e così via con testi sacri e padri. Il metodologo sarà soddisfatto, si parla di chiesa e autorità dei parroci nel fissare le condizioni del divorzio evangelico, mica della fede e dei dogmi; il fedele che chiede rigore e continuità tradizionale sarà molto insoddisfatto; quelli tiepidi che stanno a metà saranno perplessi, inutilmente.

Ma il cardinale Walter Kasper, grande teologo tedesco, uomo dal sorriso amabile e dall’intelligenza rocciosa, uno della statura di un Ratzinger, ha scritto cose bellissime destinate al segreto pontificio, finché il Foglio, che dei segreti dello Ior e della patta dei pantaloni dei preti se ne è sempre infischiato, non lo ha opportunamente e inopportunamente violato rivelando il rapporto concistoriale ai lettori, sabato scorso. Tra queste cose bellissime c’è il mondo come vorremmo che fosse, come biblicamente si vorrebbe che fosse nei primi capitoli della Genesi,  prima dell caduta. La famiglia non è un problema per sociologi e antropologi. E’ la chiave – dice Kasper – per definire l’uomo con tutto il suo futuro, la sua speranza, la sua salvezza, dunque è anche la sua fede, se ci sia, e il rapporto tra la fede della chiesa e quello che ne resta dopo secoli di secolarizzazione, dopo il codice napoleonico, dopo il divorzio e l’aborto e la soluzione della convivenza patchwork.

Si è aperto un abisso. Non solo – lo nota oggi sul Foglio Massimo Cacciari – tra mondo e chiesa, ma tra cristiani e chiesa. I cristiani non si riconoscono nelle regole della tradizione in fatto di matrimonio e di famiglia, così, dice Kasper, si allontanano dall’eucaristia, cui oggi non hanno diritto altro che nella forma della conunione spirituale (non sacramentale) se risposati con rito civile e titolari di una nuova famiglia, e rinunciano anche a educare cristianamente i loro figli, ragion per cui, conclude Kasper, perderemo generazioni intere di fedeli.

Chi scrive è sposato con rito civile, passabilmente monogamo, contrario a divorzio e aborto, e perfino all’adulterio senza pentimento, e tutto questo senza possedere una fede confessionale, insomma una fede. Sarei un ateo devoto, ma non come quelli che chiedono al papa il perdono cristiano a mezzo intervista. A me interessa la ragione, anche la ragione della chiesa, mi piace la chiesa (e amo la fede degli altri) anche per quel particolare: che attende Cristo il quale secondo il Credo verrà a giudicare i vivi e i morti. Non sono particolarmente severo, solo razionale, e un mondo senza giustizia e giustificazione, solo salvezza e misericordia, mi sembra un mondo falso e bugiardo.

Quando in televisione un cattolico progressista mi disse che la chiesa doveva chiedere perdono ai divorziati risposati, e dare loro l’ostia, replicai istintivamente: ma non devono essere loro a chiedere perdono, e a sistemare le cose, abolendo lo stato di peccato, in modo da ottenere il viatico, il privilegio che designa e consacra lo stato di grazia, l’ostia? E fu scandalo teologico e sociologico e antropologico, quanto di più lontano dalle mie intenzioni. Però, malgrado la fenomenale dialettica positiva di Kasper, resto lì. Non mi ha convinto l’idea che nel mio mondo, l’unico che ho a parte la città celeste di cui non sono abitatore, adesso anche l’utimo bastione della realtà etica, la chiesa cattolica, cede il passo, offre la precedenza al figliol prodigo, ma non perché è tornato, no, lo va a raggiungere dov’è e lo benedice.

Troppo è troppo. Sospettavo, ne ho scritto in un libro con Gnocchi e Palmaro che sta per uscire, che il pericolo per Francesco papa fosse quello di inseguire mimeticamente il mondo, con mezzi tali da pregiudicare lo scopo della riconquista. E adesso, con la rottura razionale e dottrinale di questa specie di Vaticano III, sinodi e i concistori, siamo alla frutta. Siamo al divorzio. Mi pare.

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