Il Papa di Gnocchi e Palmaro

Francesco dove vai? Vita e opere di due eretici al contrario

E’ come quando davanti al film di fantascienza segui con gli occhi il razzo che parte con il botto – coda di fuoco e frastuono – e poi improvvisamente la capsula buca l’atmosfera, sfreccia nello spazio e in un attimo tutto è silenzio e velluto scuro di un cielo disegnato al computer: l’altra dimensione. E proprio nell’altra dimensione, in una bolla dove i suoni che frastornano sono attutiti per far spazio all’essenziale (le cose della vita: nascita, amore, morte), si sente d’un tratto il cronista ancora affaccendato con tutto il resto (pensieri vari, oggetti, traffico, telefono), mentre procede in macchina con il primo eretico al contrario Alessandro Gnocchi.

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Francesco dove vai? Vita e opere di due eretici al contrario

E’ come quando davanti al film di fantascienza segui con gli occhi il razzo che parte con il botto – coda di fuoco e frastuono – e poi improvvisamente la capsula buca l’atmosfera, sfreccia nello spazio e in un attimo tutto è silenzio e velluto scuro di un cielo disegnato al computer: l’altra dimensione. E proprio nell’altra dimensione, in una bolla dove i suoni che frastornano sono attutiti per far spazio all’essenziale (le cose della vita: nascita, amore, morte), si sente d’un tratto il cronista ancora affaccendato con tutto il resto (pensieri vari, oggetti, traffico, telefono), mentre procede in macchina con il primo eretico al contrario Alessandro Gnocchi. Si va infatti in Brianza a conoscere Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, coautori con Giuliano Ferrara del libro “Questo Papa piace troppo” (in uscita per Piemme l’11 marzo, nel primo anniversario di Bergoglio).

Si va in Brianza a casa di due cattolici tradizionalisti (ma non conformisti) e critici, come dicono loro, di un cattolicesimo “che, per mettersi a inseguire il mondo che scappa”, si fa “liquido”, “empatico” e “pneumatico”, contenitore di battaglie altrui e di una fede “sentimentale”. Ci si chiede chi siano in realtà i due guardati a vista dagli ambienti vaticani, anche un po’ scomunicati (da Radio Maria: rubrica tolta dopo la pubblicazione sul Foglio di pezzi allarmati all’idea di un Papa che non vuole convertire Eugenio Scalfari, conta i follower su Twitter e piace così tanto agli atei) e addirittura un po’ infedeli, agli occhi del mainstream cattolico (da Santa Marta, cuore del Vaticano, è giunto, mesi fa, una sorta di anatema generico contro il “cristiano” che, diventando “discepolo dell’ideologia”, ha “perso la fede e non è più discepolo di Gesù” – non si facevano nomi, ma molti, in zona San Pietro, ci hanno visto una risposta a Gnocchi e Palmaro).

Ci si lascia alle spalle Milano per andare prima nella bergamasca, a trovare la famiglia Gnocchi, e poi nel monzese, a trovare il secondo eretico al contrario Mario Palmaro (sempre con famiglia), ma a un certo punto è chiaro che i luoghi attraversati sono soltanto fondali di un viaggio a testa in giù, ché questo è l’effetto che possono fare i due, sulle prime. Fuori dal finestrino sfrecciano paesi e capannoni, cartelloni pubblicitari e gru, molte gru, e qualche ristorante dove fermarsi in pausa pranzo per un buon spezzatino sospeso tra Messico, Ungheria e terre padane, “goulash chili e polenta”, e scorrono le case e i negozi di Sotto il Monte, il paese di Papa Giovanni XXIII che Gnocchi, en passant, mostra allo straniero nella sua evoluzione turistico-pellegrina (spuntano dalle edicole e dalle tabaccherie, lungo la strada provinciale, tutti i gadget del futuro santo – non solo piatti con Papa Giovanni e John Kennedy, l’articolo finora più ambito assieme al telo da spiaggia del Pontefice già beatificato, ma anche bicchieri adatti alla serata con pinte di birra e nuovi stock di cancelleria a tema: penne, matite, calendari, quaderni).

Come astronauti all’atterraggio sul pianeta delle scimmie, così si vedono loro, Gnocchi e Palmaro, due che pensano insieme e scrivono insieme come Fruttero & Lucentini, ma senza la “e” commerciale e su tutt’altro argomento: molti libri, in passato, su letteratura e religione, Pinocchio e Alessandro Manzoni, Tolkien e Giovannino Guareschi, vecchie zie e tradizione, Sherlock Holmes, fede e deduzione, e anche calcio (l’amata Inter), e poi molte riflessioni e riserve su quelli che, nella chiesa, lasciano che la dottrina possa ritrarsi per far spazio “alla linea”, “come in un partito”, dice Palmaro, “con l’ansia del successo mondano”, dice Gnocchi, e con l’obiettivo di correre “al livello di un mondo di cui ci si è innamorati” senza pensare alle conseguenze (“non potrai mai essere una copia del mondo. Anzi: facendoti brutta copia del mondo perderai sempre più terreno”, dicono i due a Papa Francesco, pensando che “è come quando in Brianza le parrocchie sono diventate succursali dei bar con musica, ma tu parrocchia non sarai mai come il vero bar con musica”, dice Gnocchi, “e allora ciao ciao parrocchia, il ragazzo va direttamente al bar con musica”).

“Se il Papa scende nell’arena alla lunga il fedele si sente solo e si allontana, e se vuoi attrarre il mondo devi ritrarti, non inseguirlo e renderti simile a lui”, dicono all’unisono Gnocchi e Palmaro, vedendo “la stessa deriva” in altre istituzioni: la scuola dove i genitori “fanno i sindacalisti dei figli”; la famiglia dove molti sembrano non volersi più sobbarcare la fatica di educare (“che non vuol dire sempre assecondare per non avere scocciature, ma anche mettere paletti, scalini, dire dei no, e soprattutto dare l’esempio”). “Buonasera!?, dice buonasera???”, si sono vicendevolmente scritti, increduli, Gnocchi e Palmaro, via sms, la sera dell’elezione del Pontefice, e da lì hanno ricominciato a discutere di liturgia che non c’è più e dottrina che si fa strategia di comunicazione, e hanno deciso di lanciare l’altolà insieme, come fanno da quindici anni, pensando a voce alta, buttando giù da soli (chi un pezzo chi l’altro), rileggendo congiuntamente, riorganizzando e co-firmando. I due hanno nove anni di differenza, ma nella creazione saggistica non contano: a volte Palmaro, il quarantenne, risulta “più saggio”, dice Gnocchi. A volte Gnocchi, il cinquantenne, risulta “più istintivo”, dice Palmaro. In ogni caso, qualche anno fa, è stato Palmaro, dice Gnocchi, a presentarsi all’allora direttore del Giornale Maurizio Belpietro con la seguente frase: “Se vuole due reazionari, eccoci qui”. Nessuno dei due pesta i piedi all’altro: i libri comuni vengono divisi in capitoli pari, ognuno scrive i suoi. I pensieri condivisi sono frutto di un confronto telefonico incessante (i due si vedono, ma non così spesso, anche se il loro primo lavoro a quattro mani è nato tra i banchi di una chiesa durante il matrimonio di Palmaro, con Gnocchi testimone ritardatario ma folgorato da un’idea nel bel mezzo della funzione).

E’ così dalla metà degli anni Novanta, da quando Palmaro, giovane laureato in Giurisprudenza e specializzato in Bioetica (con una tesi sull’aborto procurato), giornalista saltuario, andò a intervistare Gnocchi, laureato in Lettere, giornalista e già scrittore di saggi su Guareschi, comune amore dei due futuri critici di Papa Francesco. In quell’occasione Gnocchi e Palmaro si scoprirono in sintonia, da tradizionalisti sfegatati e nostalgici del “mondo piccolo” di don Camillo e Peppone e dell’universo “paolotto”, quello dei cattolici di Brianza che nel Dopoguerra sapevano guardare all’ordine “che sta oltre le cose” in quelle terre “bianche come un lenzuolo di bucato”, dove nei paesi “il posto d’onore spettava al parroco, poi venivano il sindaco, il dottore, il farmacista e, se c’era la caserma, il maresciallo dei carabinieri”. Il paolotto è “un cattolico che guarda il mondo in controluce”, hanno scritto i due nel ritratto postumo del loro altro comune amore intellettuale, lo scrittore Eugenio Corti, lo scrittore che aveva “attraversato il secolo ateo armato della sola fede”, l’amico che andavano a trovare spesso nella grande villa ricavata da una vecchia filanda, in uno studio luminoso, al di là di una teoria di porte e finestre, nel salotto dove, attraverso il racconto di Corti, rivivevano le storie della ritirata di Russia e le avventure di quell’incrollabile “anticomunista razionale”. Chi sia il paolotto oggi, lo si capisce dall’autodescrizione della vita di Gnocchi e Palmaro, vita in cui si spende molto tempo, la domenica, per cercare la più vicina messa in latino (la famiglia Gnocchi è celeberrima in zona per le traversate – trenta chilometri ad andare e quaranta a tornare per trovare un parroco non sedotto dai tempi). Essere paolotti, dicono poi, significa senz’altro “incontrare tentazioni”, ma anche “sapere che si può resistere”, e significa alzarsi la mattina senza la smania di essere sempre altrove, proiettati verso qualcosa che non si ha: la chiesa non è “il paese dei balocchi”, dicono, il cattolicesimo non deve essere per forza “fede à la carte”, con la fissazione di dire quello che la gente si vuole sentir dire e con una liturgia spogliata di riti e simboli, “tanto ognuno persegue il bene secondo la propria nozione individuale”. La fatica di “portare la croce”, dicono, una qualsiasi croce intesa come fatica e impegno, è merce rara ormai in qualsiasi ambiente, “dal lavoro alle relazioni alla politica”. Ma chi, là fuori, è disposto ad ascoltare due paolotti?, si sono chiesti gli stessi paolotti, rispondendosi che è difficile essere ascoltati in un mondo cattolico dove farsi un’idea non allineata con “la linea” è impresa ardua, oggi (“e poi in media i cattolici non leggono, non vanno in libreria per abitudine e status, come fa un certo borghese di sinistra”, scherza Palmaro, “tendono a leggere il libro che consiglia il parroco”).

Chi proviene dal mondo là fuori, prima di conoscere Gnocchi e Palmaro, si immaginava due rigorosissimi studiosi di cose religiose e filosofiche, magari rigidi, magari un po’ arcigni. Invece i due sono aperti, tranquilli, cordiali e curiosi come raramente oggi appaiono le persone che si incontrano, e le loro case sono un’isola allegra di quotidianità non nevrotica: bambini, ragazzi, amici, libri scolastici, pranzi (a casa Palmaro nessuno dei quattro figli fa a scuola il tempo pieno, “perché preferiamo mangiare insieme”, dice Annamaria, la signora Palmaro), capricci per lo sciroppo (di uno dei piccoli figli di Palmaro, ma ora non lo fa più), prime serate con gli amici dell’università (con cui, dice uno dei figli di Gnocchi, né lui né suo fratello si sono mai sentiti a disagio o “diversi” per essere cresciuti in una famiglia in cui la tradizione è un valore), videogiochi con il contagocce (per il figlio quasi adolescente di Palmaro), cene apparecchiate in un baleno da fratellini vivaci e burloni con papà. Ci sono battute e normale vita caotica, e souvenir buffi chiusi in una teca ma sollevabili dall’ospite che si chiede che cosa mai possa aver spinto la signora Gnocchi a comprare in viaggio simili oggetti – e la signora Gnocchi dice che si è divertita a indovinare i pensieri di un misterioso artigiano che, in cima a quello strano tabernacolo che campeggia in salotto, ha posto una specie di aquilotto, o forse è un passero troppo cresciuto. Dice che lei a scuola applica la resistenza tradizionalista alla festa di Halloween (“non siamo americani, noi, e quel giorno per me è il giorno dei morti”), e poi ricorda la sua bisnonna, donna di fede e forza istintiva che la sera raccontava ai nipoti favole in dialetto sotto la coperta (“copàrla”, diceva per descrivere qualche personaggio intento a uccidere la strega). Oggi la bisnonna campeggia nella foto in cucina e quasi quasi sorride all’ora del tè con biscotti, quando fuori piove e dentro è come ovunque dopo la scuola – si telefona, si poltrisce, ci si chiude in camera, si sbuffa se il fratello occupa il telefono o il bagno, si fa capolino per sgranocchiare qualcosa.

Bisnonna Antonia si chiamava come Antonia, la signora Gnocchi, maestra antidarwiniana e originaria tradizionalista della famiglia. Originaria perché Alessandro Gnocchi, dice Gnocchi, da adolescente era meno attirato dalla parrocchia, ché era cresciuto in scuole pubbliche nel bel mezzo degli anni Settanta, aveva scelto una non assidua militanza a destra, ma più che altro ancora faceva di tutto per mettersi nei casini, fino a che lei, Antonia, non l’ha riportato nell’alveo paolotto – i due si sono incontrati quando erano entrambi piccoli, figli di famiglie amiche tra di loro e “fidanzatini” predestinati nelle chiacchiere dei genitori. Una cosa che non funziona, di solito, perché quasi nessuno tollera di sentirsi abbinato nella fantasia a un bambino che il più delle volte è anche antipatico, ma per loro ha funzionato. Ed eccoli, oggi, a inseguire messe in latino persino al mare d’estate, come si andasse a prendere un gelato – “cerchiamo la messa, cerchiamo la messa”, e la cartina stradale diventa mappa del tesoro – ed eccoli con due figli studenti e una figlia liceale che durante le vacanze va in Nigeria come volontaria nel lebbrosario tenuto dalle suore, e lì con loro prega – “le suore si sparano quattro ore filate di preghiera ogni mattina all’alba”, dice la ragazza, come parlando di una cosa normale, e lo è, per lei, una cosa normale, naturale come il respiro, così sembra (come lo è, dice suo padre, essere amica di compagne di scuola che hanno bruciato tutte le tappe ma sono a suo agio a parlare con lei che non ne ha bruciata neanche una). Ed è serena, la figlia di Gnocchi, serena con i momenti di tormento di chi deve decidere che cosa fare da grande, ma sicura della scelta fatta quando da sola ha viaggiato e ha guardato, e ha visto che i bambini a lei affidati, in Nigeria, abituati a essere trattati come grandi da genitori stanchi o malati o occupati a sfamare altri figli e altri parenti, più che distrazioni cercavano soprattutto “l’aspetto per noi scontato della maternità: le coccole, lo stare in braccio”.

Sua madre Antonia dice che ormai tutto congiura per cancellare il mondo simboleggiato dalla bisnonna, donna che “accettava l’ordine delle cose, e sapeva vedere oltre”, e molto aveva pregato e molto lavorato in filanda (fin da bambina: aveva sette anni e stava in piedi sullo sgabello perché era troppo bassa, ma spesso veniva scaraventata giù dalla “terribile signora col tabarro” perché si distraeva). Pregava, la bisnonna Antonia, con il suo rosario da sgranare a ogni passo, e a suo marito che in punto di morte era sembrato pentito delle sue marachelle e cercava solo lei, aveva detto, usando il “voi”, di non preoccuparsi (“vedrete che le preghiere fatte da vostra moglie vi faranno un gran bene, passato di là”). Né bigotti né con i paraocchi: a casa Gnocchi e a casa Palmaro di tutto si parla senza scandalo, senza giri di parole, tra le tavernette (da Gnocchi) e i piani di sopra (da Palmaro), tra compiti da finire e giochi urgentissimi, e aneddoti da tirare fuori senza permesso (“papà, ma come?, non racconti di quella volta in cui ti sei travestito da Zeus?”, dice uno dei figli di Palmaro quando il padre omette qualcosa che non pare adatto all’occasione). Nel loro caso, quel vivere “portando la croce” appare leggero, e impermeabile all’ansia che si mangia le giornate. Appaiono faticatori autoironici della fede e della dottrina, Gnocchi e Palmaro, di qua e di là dell’Adda, nella loro impresa quotidiana di cattolici non allineati al Papa che piace a tutti, mentre mostrano allo straniero una vita fatta di punti fermi da mantenere in equilibrio, ritrovati ogni giorno a suon di dubbi, e una serenità turbolenta fatta di opinioni nitide, gioia e dolore tenuto a bada con una forza che a volte gioca a nascondino, come dicono Mario e Annamaria Palmaro davanti a tre figli bambini e a uno poco più che bambino. Parlano del futuro immaginato senza Mario, colpito da un male brutto un anno e mezzo fa, e lo fanno con incredibile accettazione, guardando in faccia la realtà, con la razionalità di chi vuole mettere a posto prima quello che poi potrebbe creare problemi. Nessuna reticenza, nessuna commiserazione. Nessun desiderio inespresso individualistico. Questo non è un film, non è il film “La mia vita senza me”, girato da Isabel Coixet dieci anni fa, in cui una giovane donna, dopo una diagnosi durissima, fa tutte le cose che possano completare una vita ai suoi occhi non soddisfacente. Mario Palmaro dice solo “non mi piace l’idea di aver buttato via del tempo in cose inutili” o magari anche in cose utili, dice pensando alle giornate passate a scrivere, “tempo in cui non dài retta a nessuno, in cui tutto il resto viene travolto, in cui tutto ti dà fastidio”, ma poi ci ripensi e sai che “avresti voluto ascoltare di più le persone in carne e ossa”. Il male fa anche arrabbiare, a volte, dice Palmaro, anche se più spesso lo costringe a concentrarsi su tutto quello che di bello hanno le ore normali, quando si scopre che essere quelli di sempre è l’unico modo per non farsi piegare. E allora il male compare nei racconti buffi di famiglia (“tu non sai che papà a Medjugorje è salito su per il pendio con i piedi doloranti per le cure, ma era buio, c’erano le pietre per terra e abbiamo sbagliato strada tremila volte”, dice uno dei figli all’ospite, sorridendo, perché quella è, a tutti gli effetti, l’avventura di un giorno di vacanza pellegrina).
Annamaria Palmaro, la donna che Mario ha sposato nel 1998 e che, nonostante la laurea in Lettere antiche e una propensione per l’arte, ha deciso di non lavorare e seguire i figli, dice che “le priorità si impongono” e che lei e Mario avevano “affrontato tutti i discorsi importanti sulle scelte fondamentali”, cosa che molte sue amiche purtroppo non hanno potuto fare, ritrovandosi poi “con un uomo che non vuole quello che vogliono loro”. A volte è sopraffatta dai pensieri, Annamaria, ma dice che è solo un attimo. Poi si prosegue come prima, e niente riesce a cancellare la normalità di una cena in cui i ricordi si affastellano fino a portare a galla l’immagine di Mario che da piccolo impara a odiare la vita agreste grazie a suo padre, dirigente d’azienda con il pallino del fine settimana alla John Wayne (in una casa di campagna sotto le colline romagnole). Si ride, anche, quando, per assist della figlia piccola, qualcuno a tavola racconta di quando Mario si presentò al primo appuntamento con Annamaria “vestito così di bianco che pareva un gelataio” o di quando, giovane ricercatore in Bioetica al primo libro, già conosciuto in campo pro life, tenne un convegno a cui Annamaria, studentessa pro life, si presentò tra pochi astanti per chiedere una dedica. Già che c’era, chiese anche “posso darti del tu?”, ma incredibile fu la risposta di Mario: “Dipende”. Seguì amicizia, fidanzamento e rimbrotto paterno (“ai miei tempi, caro Mario, prima si trovava un lavoro, poi ci si fidanzava e sposava”). Mario all’epoca ancora viveva in casa, scriveva per qualche rivista e giornale, ma non bastava per mettere su famiglia. La via d’uscita arrivò sotto forma di lavoro alla Fondazione Emit Feltrinelli (che oggi Palmaro presiede), e furono giorni di intensa osservazione e apprendistato alla vita d’ufficio (lì Palmaro scoprì che anche la macchinetta del caffè, e le chiacchiere attorno alla macchinetta del caffè, possono insegnare qualcosa). I concorsi da ricercatore universitario, e la carriera da filosofo del diritto e bioeticista arrivarono dopo, molto dopo, assieme alle accese discussioni con il Movimento per la vita, di cui Palmaro aveva fatto parte. E si arriva all’oggi: Palmaro, dal comitato “Verità e Vita”, fondato nel 2004, si ritrova a contestare quello che gli pare “annacquamento” (secondo Palmaro il Movimento per la Vita ha scelto “una via troppo soft in tema di legge 194, “per non scontrarsi con la cultura dominante”, e cade in un “clericalismo” che “lo limita”, avendo “molti legami con la Cei”. Verità e Vita, invece, dice Palmaro, è “a-confessionale, aperto a tutti, credenti e non, proprio per sottolineare la ragionevolezza della cultura pro life”).

I coniugi Palmaro si sono conosciuti in un giorno di pioggia simile a quello in cui oggi si raccontano, e proprio parlando di iniziative pro life. Per entrambi l’impegno pro life è irrinunciabile, ma per Palmaro forse è inevitabile, dice Palmaro raccontando “un particolare certamente importante: quando sono nato, il 5 giugno del 1968, lo stesso giorno mia madre è morta di parto. Non l’ho mai conosciuta. Le avevano detto che correva qualche rischio, ma lei ha affrontato serenamente la sua quarta gravidanza a 41 anni, partorendo – allora era normale – in casa. Ovviamente questo fatto ha avuto tutta una serie di conseguenze: mio padre si ritrovò in pochi minuti con quattro figli da crescere, per tre anni ha fatto da solo, con una governante, poi si è risposato e io ho avuto una ‘mamma’. Credo che almeno a livello inconscio e spirituale questa esperienza – nascere da una mamma che si sacrifica per te – abbia segnato anche tutta la mia storia pro life”. Gnocchi dice che lui e Palmaro la pensavano allo stesso modo molto prima di conoscersi, e anche in ambito ciclistico (Moser, solo Moser), e che sono arrivati da vie diverse allo stesso punto, cioè a chiedersi dove mai voglia arrivare una chiesa cattolica che procede a grandi passi verso l’implosione (Palmaro dice che “la cosa che lo sconvolge di più”, da cattolico, “è questo progetto implicito, non dichiarato, di costruire una chiesa senza sacerdoti: non è che ci sono pochi preti, tra pochi anni non ci saranno più preti”). Però intanto, prima di arrivare qui, Gnocchi ha attraversato una fase medievalista (avrebbe voluto occuparsi di storia, papi, imperatori e monaci) e una fase di esperto in comunicazione su Tv sorrisi e canzoni (“mi è molto servito”, dice oggi, al pensiero che le tesi di McLuhan possano aiutare la divulgazione dei ragionamenti critici sul papato che corre dietro al mondo). Chi ha dato il via alla mania di Guareschi è stato il padre di Gnocchi, che regalò al figlio pre-adolescente un “Don Camillo” (e fu subito amore); chi ha contribuito alla visione anti “ospedale da campo” del cattolicesimo à la Francesco, e al concetto che l’impegno non può essere eluso in nessun campo, è stato Pinocchio (viva la visione di Carlo Collodi, dicono i due, che hanno scritto, tra i tanti saggi, anche un libro sul burattino, “Ipotesi su Pinocchio”).

Casa Gnocchi e casa Palmaro sono luoghi reali, ma anche un luogo mentale dove le insegne, le luci, le rotonde, le fabbriche, le gru, le angosce a breve termine, le colline nascoste dal buio invernale (non dalla nebbia, che non c’è più), i ristoranti al neon e le persone della Brianza – topos per i critici di Paolo Virzì – restano fuori dalla porta perché non disturbino la visione di quello che è importante (non c’entra neanche più tanto la religione, a questo punto). In mezzo scorre il fiume, ma di qua e di là dell’Adda, nella bergamasca e a Monza, da Gnocchi e da Palmaro, c’è prima di tutto lo specchio rovesciato del mondo per come lo vediamo di solito. Dicono che le cose sono semplici, e sono quelle della vita, mentre fuori tutto appare complicato (anche ad arte). Dicono che le scelte bisogna farle, e facili non sono mai, mentre fuori tutto sembra permettere di rimandarle. Le cose essenziali si nascondono agli occhi, dicono con la volpe del “Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry. E si vede che ci credono, perché hanno messo tutto in pratica. Ultimi giapponesi, si sentono, Gnocchi e Palmaro, ma anche “sans papiers” della chiesa e “ultimi americani dimenticati dall’elicottero che porta via i fuggitivi da Saigon”, ché, di qua e di là dell’Adda, da mesi, giunge l’eco del “vade retro” pronunciato nei loro confronti, ma senza far troppo rumore, dall’establishment cattolico. Si sentono ai margini del dibattito sulla stampa cattolica (“come se non esistessimo”, dicono sorridendo), e guardano stupefatti ad alcuni editorialisti che prima, pur borbottando sottobanco, scrivevano a favore di Papa Ratzinger e ora, pur borbottando sottobanco, scrivono meraviglie di Papa Bergoglio, “facendone pure l’esegesi” (è cambiata la linea, appunto).

Appaiono da un lato allibiti, Gnocchi e Palmaro, per l’accoglienza delle loro obiezioni (la pelosità da parte di parroci e conoscenti, che dicono magari “avete scritto cose giuste, ma non bisognava scriverle”; l’approvazione fuori dalla messa da parte di tanti che dicono “grazie di averci dato voce”, ma anche gli attacchi pubblici addirittura contro i parenti – è accaduto a scuola alla figlia di Gnocchi, aggredita verbalmente da un padre di una compagna, per ironia della sorte discendente di Papa Roncalli). E però sembrano anche divertiti, Gnocchi e Palmaro, “per la sopravvalutazione della potenza oggettiva” del loro “orgoglioso lamento cattolico” (un giornalista dello Spiegel un giorno li ha descritti come strani animali allo zoo, temerari che hanno osato criticare il Papa che telefona, si mostra aperto sulla comunione ai divorziati e sull’aereo provoca la “òla” parlando di omosessualità e dicendo “chi sono io per giudicare?”: il giornale tedesco prevedeva guerre atomiche, ma dalle parti del Vaticano, più che altro, si è preferito silenziare il tutto). La cosa comica, dicono, è che c’è sempre qualcuno che si chiede: “Chi ci sarà dietro?”, come se “chissà quale cardinale lefebvriano manovrasse nell’ombra”. Invece ci sono soltanto loro due, e un’opinione difforme.

Poi a un certo punto il Papa ha telefonato a Mario Palmaro, non per discettare di dottrina con il cattolico tradizionalista controcorrente ma per abbracciare a distanza l’uomo: un professore quarantenne, marito e padre di quattro figli piccoli, colpito da grave malattia. “Pronto, sono Francesco”, ha detto, ma Palmaro l’aveva già riconosciuto, forse dalla voce forse dall’accento, e molto si è commosso, dice oggi, raccontando di aver ribadito la sua fedeltà ma anche la sua volontà di non smettere di criticare, e Francesco aveva risposto che andava bene così, e che quelle critiche gli parevano fatte con amore. E oggi Palmaro pensa agli uomini che per lui sono stati un faro, Giovannino Guareschi ed Eugenio Corti, e dice che si sente “un nano sulle spalle di questi due giganti”, perché è nato nell’anno in cui è morto Guareschi e vede il suo male non fermarsi nell’anno in cui è morto Corti (“sarebbe meglio aspettare, certo, ma le date mi piacciono”). Ed è comunque felice di aver parlato con quel Papa che lui e Gnocchi osservano perplessi fin dal primo “buonasera”, subito pervasi dall’urgenza di dirgli “no”, cosa che dal giorno dopo hanno fatto, con gli articoli del Foglio e con il libro con Ferrara che sta per uscire, sperando di preparare la strada a qualche “pazzo o santo” che, dice Gnocchi, “faccia rinsavire il secolo prima che sia tardi”.

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