Donadoni ha cambiato il Parma con le idee, Benítez non riesce a far crescere il Napoli

Saper vendersi è una dote: occorre averla, inutile tentare di inventarsela. Roberto Donadoni appartiene alla seconda categoria. Lui ci ha provato, ma non è mai stato in grado di coltivare la nobile arte italiana della paraculaggine, né quando giocava né quando ha deciso di allenare. In campo era il tipico giocatore di cui ti accorgevi quando mancava. Sull'allenatore Aurelio De Laurentiis aveva impostato la svolta al Napoli. Basta, in estate, con Walter Mazzarri, troppo desideroso di andare via, e spazio all'esperienza internazionale di Rafa Benitez. L'ottimo inizio in campionato e un girone eliminatorio di Champions League salutato dopo aver chiuso in testa con 12 punti (mai visto) e a pari punti con Borussia e Arsenal, lasciavano pensare che il salto di qualità fosse cosa fatta. Invece la realtà è diventata ben presto nemica.

Donadoni ha cambiato il Parma con le idee, Benítez non riesce a far crescere il Napoli

Saper vendersi è una dote: occorre averla, inutile tentare di inventarsela. Roberto Donadoni appartiene alla seconda categoria. Lui ci ha provato, ma non è mai stato in grado di coltivare la nobile arte italiana della paraculaggine, né quando giocava né quando ha deciso di allenare. In campo era il tipico giocatore di cui ti accorgevi quando mancava. Tutti parlano del trio olandese e di Franco Baresi, ma se Arrigo Sacchi non avesse avuto Donadoni sulla fascia destra, molte fortune del suo Milan sarebbero da riscrivere. E una volta effettuato il salto della barricata, il tecnico è sempre stato incapace di rendersi amica la controparte, specie quando serviva al momento di difendere il proprio operato. Il momento chiave lo si è vissuto all'Europeo del 2008. L'Italia non incantava, Donadoni era al centro delle critiche. Lui, per arruffianarsi i giornalisti, aveva persino provato a fare l'amicone in conferenza stampa. Completamente inutile: l'introversione e l'incapacità di finzione tutte bergamasche impedivano di rompere anche quel velo. E lui affondava con la Nazionale anche se, andando a ritroso, soltanto gli anni successivi hanno dato la giusta dimensione al colpo di mano che ha riportato Marcello Lippi sulla panchina e alla sconfitta nei quarti (ai rigori) contro la Spagna, poi campione d'Europa per due edizioni consecutive, con un Mondiale vinto in mezzo. Avevano perfino fatto passare Donadoni per un raccomandato, visto che la candidatura era stata sponsorizzata da Demetrio Albertini, suo ex compagno di squadra. Ma il vicepresidente federale aveva visto giusto, perché il tecnico aveva bisogno unicamente di poter ragionare con metodo e pazienza, ciò che applicava da giocatore. Perché la sua tenacia e la sua fantasia sulla fascia destra provenivano da una concezione del lavoro innata, poi inquadrata dal fondamentalismo sacchiano. Donadoni non è un talebano del pallone come lo era Arrigo da Fusignano. E' però uno che ha uno scopo e lo persegue, come sta avvenendo a Parma. Da quelle parti non si naviga nell'oro, ma c'è una porta sempre aperta per le buone idee. E piacciono le sfide. Solo così poteva nascere una squadra che, con la vittoria in casa del Sassuolo, ha centrato la partita numero 14 senza sconfitte, come mai era capitato nella storia degli emiliani, nemmeno ai tempi d'oro della famiglia Tanzi. Un gruppo fatto di gente costruita in casa, pescata a basso costo in giro per l'Italia, qui rilanciata dopo essere stata frettolosamente messa in un angolo. E' il Parma di Parolo e Amauri, di Biabiany e Lucarelli, di Marchionni e Molinaro. Quello che manda l'argentino Paletta in Nazionale con Prandelli oppure che fa riscoprire a Cassano il gusto di essere leader. Tante scommesse, tutte vinte. A cominciare da quella giocata su Donadoni uno che, con un pizzico di malizia in più, potrebbe essere altrove. Ma c'è ancora tempo.

Proprio sull'allenatore Aurelio De Laurentiis aveva impostato la svolta al Napoli. Basta, in estate, con Walter Mazzarri, troppo desideroso di andare via, e spazio all'esperienza internazionale di Rafa Benitez. L'ottimo inizio in campionato e un girone eliminatorio di Champions League salutato dopo aver chiuso in testa con 12 punti (mai visto) e a pari punti con Borussia e Arsenal, lasciavano pensare che il salto di qualità fosse cosa fatta. Invece la realtà è diventata ben presto nemica: in campionato la Juventus è apparsa subito lontanissima mentre in Europa League anche uno Swansea qualunque – oggi nelle retrovie della Premier – è riuscito a mandare in affanno gli azzurri. Colpa di una squadra incapace, in Italia, di fare la voce grossa con le grandi e di mettere sotto senza affanni le piccole. Gli ultimi esempi in queste ultime due partite, con il Napoli sempre rimontato dopo essere andato avanti contro Genoa e Livorno. Nel primo caso Benitez aveva abbozzato, nel secondo invece è sbottato. Ha avuto il buon gusto di non attaccarsi all'alibi delle assenze (Higuain soprattutto, e si è visto come là davanti la squadra brancolasse nel buio). Ha invece preferito prendersela con un gruppo incapace di crescere. Un discorso ben noto a noi italiani, sempre accusati di allevare bamboccioni in luogo dei figli. Ma nel calcio, come nella vita quotidiana, è responsabilità dei genitori se questo accade. De Laurentiis voleva un allenatore che insegnasse a una squadra come crescere, Benitez si ponga una domanda.

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