Correttivo Giavazzi&Alesina

Dalla speranza di Renzi alla perseveranza di governo, un appunto

La speranza, ha scritto Spinoza, è “una letizia incostante (inconstans laetitia) nata da un’idea di una cosa futura o passata, del cui esito dubitiamo”. Il sorriso di Matteo Renzi, le evocazioni riformatrici del neo presidente del Consiglio in Parlamento, il “generico sentimento” sui dossier economici trasmesso ai senatori cui ieri chiedeva il voto di fiducia, dovranno presto trasformarsi in “effettiva possibilità”: la speranza cioè – per usare i termini proposti dallo studioso di filosofia Salvatore Natoli nel suo ultimo libro appena pubblicato dal Mulino – andrà fatta “germogliare nel qui e ora, in mezzo ai disagi e alle difficoltà”, dovrà mutare presto in “perseveranza”.

Dalla speranza di Renzi alla perseveranza di governo, un appunto

La speranza, ha scritto Spinoza, è “una letizia incostante (inconstans laetitia) nata da un’idea di una cosa futura o passata, del cui esito dubitiamo”. Il sorriso di Matteo Renzi, le evocazioni riformatrici del neo presidente del Consiglio in Parlamento, il “generico sentimento” sui dossier economici trasmesso ai senatori cui ieri chiedeva il voto di fiducia, dovranno presto trasformarsi in “effettiva possibilità”: la speranza cioè – per usare i termini proposti dallo studioso di filosofia Salvatore Natoli nel suo ultimo libro appena pubblicato dal Mulino – andrà fatta “germogliare nel qui e ora, in mezzo ai disagi e alle difficoltà”, dovrà mutare presto in “perseveranza”. Se sperare è un sentire, ricorda infatti Natoli, perseverare è un agire e come tale è virtù.

Fuor di filosofia e di morale, Renzi qualche appunto serio su come stare al mondo da presidente del Consiglio, al governo di un paese che è parte di quell’Eurozona che attraversa la crisi economica più grave da decenni, ce l’ha a portata di mano. L’hanno scritto per lui gli economisti Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, sul Corriere della Sera della scorsa settimana. I due esordiscono dal presupposto che “quali siano i problemi dell’Italia lo sappiamo da tempo”, pare inutile ripeterli ma proprio per questo conviene farlo: debito pubblico enorme, recessione duratura preceduta da quasi stagnazione decennale, banche sparagnine e appesantite dai Btp, disoccupazione elevata, tassazione asfissiante e burocrazia troppo onerosa. Fine della lista delle speranze, ecco i “tre passi” da compiere: “Ridurre la spesa pubblica e le imposte, far ripartire la crescita e vendere aziende e immobili oggi posseduti da stato, comuni e regioni”.

Non c’è crescita senza allentamento della stretta creditizia. Sul punto Renzi non ha glissato: ha parlato di “sblocco totale” dei debiti della Pubblica amministrazione verso i privati da avviare con l’aiuto della Cassa depositi e prestiti; poi, sempre via Cdp, ha ipotizzato la costituzione di fondi di garanzia per sostenere il credito verso le piccole e medie imprese. E’ quanto suggeriscono Alesina e Giavazzi, pur meno disponibili a chiamare in aiuto la Cdp sempre e comunque. Per i due, aver saldato 22 miliardi di debiti sui circa 100 accumulati è troppo poco, considerato che i pagamenti furono avviati in chiusura di governo Monti. A&G ricordano che anche la Banca centrale europea può dare una mano, a patto di avviare nel paese un meccanismo di cartolarizzazione dei crediti concessi dalle banche e di agire con la moral suasion a Francoforte. Non c’è crescita, poi, senza maggiore competitività delle imprese: Renzi propone “una riduzione a doppia cifra del cuneo fiscale”; A&G quantificano, dicono che gli oneri sociali sulle imprese vanno ridotti di 23 miliardi per arrivare ai livelli tedeschi. Alle coperture necessarie (cioè i tagli di spesa) Renzi ha preferito alludere (“non solo revisione della spesa”), quindi meglio A&G: 9-10 miliardi tagliando i sussidi pubblici alle imprese nel giro di tre anni; 1-2 miliardi dai costi della politica; 8 miliardi dalla spending review già quest’anno.

Dopodiché sarà legittimo chiedere a Confindustria e sindacati di riformare le regole del mercato del lavoro. Entro marzo Renzi dice di voler iniziare a discutere in Parlamento il suo Jobs Act (con annesso contratto a tutele progressive per i neoassunti); puro A&G, ammesso che dopo i tre anni dell’inserimento sia sempre possibile licenziare pagando “una indennità (crescente con l’anzianità di contratto)”. A&G si spingono anche dove Renzi finora non va: ridurre il peso dei contratti collettivi è stata la fortuna della Germania, quindi “legare maggiormente il salario alla contrattazione a livello aziendale”. La riforma degli ammortizzatori sociali l’ha avviata l’odiata Fornero, sostituendo la cassa integrazione con un sussidio quasi universale: si tratta ora di completare e accelerare. Altre risorse potranno venire dalle privatizzazioni, dicono A&G, non quelle “false” di Enrico Letta, nemmeno quelle che Renzi ha dimenticato di citare, ma quelle che coinvolgono anche i riottosi enti locali e le loro società partecipate. Nulla accadrà, concludono A&G, se non si mandano “in pensione tutti i burocrati che gestiscono i ministeri”. Renzi si è limitato a dire che il loro ruolo deve avere “tempi certi”, “fatti salvi i diritti acquisiti”. Troppo poco, troppo tardi nel 2014.

Una volta presi sul serio tali appunti riformatori, secondo A&G ci vorrà “una rinegoziazione dei vincoli europei”, “inevitabile se si vuol far ripartire la crescita”. Perché il federalista Altiero Spinelli – opportunamente citato da Renzi – fu speranzoso e visionario, ma a Bruxelles oggi ci si fa rispettare solo con la perseveranza.

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