La controffensiva di un figlio acquisito di Roma e della pursuit of happiness americana

Bobby Jindal si è convertito al cattolicesimo quando aveva poco meno di vent’anni. Era cresciuto in una famiglia indiana di fede induista trasferita negli Stati Uniti sei mesi prima della sua nascita. Si chiamava Piyush, ma il nome è stato presto sostituito da un diminutivo completamente americanizzato. Quella di Jindal è una classica storia americana di sradicamento e pursuit of happiness, di migrazione e trasformazione.

La controffensiva di un figlio acquisito di Roma e della pursuit of happiness americana

New York. Bobby Jindal si è convertito al cattolicesimo quando aveva poco meno di vent’anni. Era cresciuto in una famiglia indiana di fede induista trasferita negli Stati Uniti sei mesi prima della sua nascita. Si chiamava Piyush, ma il nome è stato presto sostituito da un diminutivo completamente americanizzato. Quella di Jindal è una classica storia americana di sradicamento e pursuit of happiness, di migrazione e trasformazione. In America, questo brillante studente versato per i numeri e i computer ha avuto la  possibilità di studiare nelle migliori università, e si è trasferito in Inghilterra per completare gli studi sulle politiche sanitarie che lo hanno portato  a occuparsi di salute a livello pubblico. Durante gli anni dell’università ha pure considerato l’ipotesi del sacerdozio: la vocazione lo stava portando altrove.

E’ stato segretario del sistema ospedaliero della Louisiana e poi presidente delle università pubbliche dello stato. George W. Bush lo ha nominato sottosegretario al ministero della Salute e da lì ha seguito la carriera politica correndo, con successo, per un posto alla Camera dei Rappresentanti. E’ stato il secondo americano di origini indiane a essere eletto a Capitol Hill. Dal 2008 è il governatore della Louisiana, e tra Baton Rouge e Washington si è costruito la fama di pragmatico problem solver più orientato alle soluzioni che ai princìpi. Lo hanno chiamato “l’Obama indiano” lasciando intendere ambizioni politiche di livello nazionale sempre paventate ma mai precipitate in un progetto identificabile. E certo il discorso che qui riportiamo integralmente sulla guerra silenziosa alla libertà religiosa ha l’ampiezza e il respiro che si addicono a un leader nazionale più che a un amministratore locale. Negli ultimi mesi si è scagliato contro l’Amministrazione su molti fronti, ma mai si era allineato in modo così esplicito e combattivo a quel fronte, capeggiato dai vescovi cattolici, che vede nelle pieghe delle riforme obamiane un più vasto attacco alla legittimità di una fede rilevante nello spazio pubblico. Il dogma del laicismo montante dice che la fede è legittima soltanto se si ritira nel silenzio della sagrestia, o ancora meglio nell’intimo dell’io interiore. Il governatore Jindal ha idee  forti per una controffensiva.

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