Sanremo mi piace lo stesso

Quando Francesco Renga è arrivato sul palco, la prima sera di Sanremo, la sera della fine silenziosa di Beppe Grillo, superato dagli eventi, oscurato dagli operai seriamente attaccati alle balaustre, la sera in cui tutto sembrava possibile, Luciana Littizzetto l’ha guardato un istante e gli ha detto: “Sembri il mago Otelma”. Renga ha riso, carico di braccialetti, anelli, catene sul petto (la domanda morbosa è: si depila il petto? Può un uomo pieno di barba e capelli che crescono velocissimi anche mentre canta una canzone di tre minuti avere il petto glabro? E se si depila, perché non la smette?).

Leggi anche Caldarola Cosa resterà di questo Sanremo

Sanremo mi piace lo stesso

Quando Francesco Renga è arrivato sul palco, la prima sera di Sanremo, la sera della fine silenziosa di Beppe Grillo, superato dagli eventi, oscurato dagli operai seriamente attaccati alle balaustre, la sera in cui tutto sembrava possibile, Luciana Littizzetto l’ha guardato un istante e gli ha detto: “Sembri il mago Otelma”. Renga ha riso, carico di braccialetti, anelli, catene sul petto (la domanda morbosa è: si depila il petto? Può un uomo pieno di barba e capelli che crescono velocissimi anche mentre canta una canzone di tre minuti avere il petto glabro? E se si depila, perché non la smette?). I gioielli del mago Otelma, la camicia aperta di Bernard-Henri Lévy, e una bella canzone scritta da Elisa sugli amori clandestini, da tenere per sempre nascosti, ecco un’altra volta il Festival di Sanremo: il posto familiare dove tenere insieme tutte le cose, buone e cattive, di pessimo e di magnifico gusto. Le signore che sparecchiano e intanto sospirano: “Amami ora come mai tanto non lo dirai, è un segreto fra di noi”, quelli che si lamentano perché manca la valletta muta, le donne ferocissime scatenate contro Laetitia Casta, bella più di una dea (“è gonfia”, “è scema”, “è vecchia”), lo share che crolla, perde punti, il paese che già si è spostato altrove e non va più in visibilio per gli elenchi della bellezza di Fabio Fazio e Luciana Littizzetto, per quell’idea rassicurante che la ragione stia tutta lì, sopra un palco, nella pedagogia del bene frammentata dentro lo show con i lustrini anziani. La platea applaude Franca Valeri con il vestito e gli stivali rossi perché è un genio, è grande, è eroica in piedi con la cornetta del telefono in mano mentre parla con mammà che guarda alla televisione “’na cosa de monache”, applaude ma si impressiona e si infastidisce perché è anziana (ma dài? incredibile, ha solo novantadue anni), e allora ecco la necessità di indossare gli anelli del mago Otelma e tenere il segreto fra di noi: Sanremo mi piace lo stesso. Come nella canzone di Renga che potrebbe vincere stasera: lui e io (Sanremo e me) “in questa camera d’albergo”. A sentire tutte le canzoni, a scalpitare nervosi davanti a un tizio che fa rap con i capelli grigi e canta: “L’hai voluta la bicicletta, pedala”, a cercare di placare l’indignazione di mio marito perché Fabio Fazio ha detto, durante l’omaggio a Claudio Abbado: “Il quarto tempo della sinfonia di Cajkovskij”. “Ma si dice movimento, e poi quale sinfonia sarebbe? La prima, la seconda, la sesta?”, “Calmati, hai rotto un bicchiere”, “Non dirmi di stare calmo! E’ come: durante il secondo movimento del film di Scola. Ma quale movimento, quale film?”. Sanremo mi piace lo stesso perché ce ne sono sempre due, quello dentro la televisione, o dentro l’Ariston per chi ci va (anche se giovedì sera il pubblico era quasi tutto flash mob, più Alba Parietti), e quello dentro casa, con i telefoni fissati su Twitter e la figlia di sette anni che vede per la prima volta nella sua vita le gemelle Kessler ballare e non può avere idea della storia del varietà, dello scandalo di quelle lunghe gambe con i collant, non può avere idea del Dadaumpa e del bianco e nero, della storia di due ragazze bionde scappate dalla Germania est, lei si entusiasma e dice: sono brave le due vecchiette. Ma Sanremo è andato male: un sacco di gente gli ha preferito la partita, MasterChef, le foto tuittate con orgoglio della televisione spenta, e allora Fabio Fazio ha detto quasi una parolaccia, si è quasi spogliato nudo, è quasi diventato Hulk e lo choc ha provocato l’applauso: “Mi sono rotto le palle in un modo pazzesco”, ha detto come massimo cedimento alla maleducazione (ma qualcuno è riuscito a scrivere che Fazio si è tolto la maschera) quando gli hanno chiesto in conferenza stampa se il motivo dell’insuccesso fosse il buonismo: “Da oggi sono un ex buonista, occhio eh” (buonismo è una parola detestabile, d’accordo, ma anche sentire ripetere per cinque sere di seguito centocinquanta volte la parola “bellezza” provoca un impalpabile fastidio, un istinto basso, viene quella solita, umanissima voglia di contrario: un po’ di bruttezza, giusto un accenno, magari la rivolta delle signore liftate contro il monologo di Luciana Littizzetto che le manda tutte a quel paese, loro e i loro segreti di giovinezza – “ma vaffanculo” – e dice che dovrebbero almeno confessare la verità, che si sono spianate la fronte fino a farla diventare uno specchio e si sono gonfiate le labbra e le tette e gli zigomi, e che il giorno prima si sollevavano le palpebre con la carrucola e il giorno dopo non hanno più le palpebre, ma per quale reato contro la morale queste signore dovrebbero chiedere scusa per il botox? Non hanno diritto di lucidarsi la faccia segretamente, di fingere che il tempo si sia fermato per benevolenza e non per faticosa determinazione? Si diventa tutte uguali, sì, come pesci dentro la boccia di vetro, tutte stupite e levigate, ma se le parolacce servono per sottolineare il concetto, allora queste signore, per la maggior parte presenti in sala all’Ariston, e anche Claudio Baglioni, dovrebbero rispondere semplicemente: sono cazzi nostri – se la diminuita mimica facciale lo consentisse).

Il motivo dell’insuccesso è che ogni volta, ogni febbraio, c’è bisogno di molte cose magiche sanremesi: dell’Armata Rossa con Toto Cutugno ad esempio, di una sorpresa che vada oltre la bellezza e la ragionevolezza, oltre la bravura di Damien Rice. I vestiti inconcepibili e rosa di Antonella Clerici, l’imbarazzo di Maurizio Crozza davanti ai contestatori l’anno scorso, Belén Rodríguez che sostituisce una valletta con la cervicale e non si capisce se abbia le mutande oppure no, un tizio che canta: “Far l’amore in tutti i laghi” e diventa un cult, Aleandro Baldi e Francesca Alotta, una galassia fa, che cantano “Non amarmi”, Gianni Morandi in qualunque luogo e in qualunque lago, Claudio Baglioni che torna a Sanremo dopo ventinove anni e regala una dopo l’altra le canzoni mitologiche di un altro tempo, quelle che di solito un cantante decide di odiare e di non cantare mai più, e dopo averle regalate dice ridendo, per quanto la mimica facciale lo consenta: “Ogni volta che ho provato a fare qualcos’altro che non fosse cantare ho drammaticamente toppato”. Quest’anno le magie sanremesi non sono bastate, anche se Raffaella Carrà inarca la schiena quasi come cinquant’anni fa ed è lei la nostra Cher con le spalline (“Le spalline sono una delle mie caratteristiche principali”, ha dichiarato trionfante a Fazio che le chiedeva: “Ma tu sei la Carrà anche a casa?”). Raffa però ha fatto i complimenti a Luciana Littizzetto per il “sederino fantastico”: così una donna bionda e bionica ha strappato via per un attimo Littizzetto dalla condizione di elfo scatenato, gianburrasca di talento davanti a cui tutte le belle ragazze si sentono in dovere di farsi frustare, brava signora parolacciara capace di farci la lezione sui bambini down che non possono essere meno belli degli altri e dovrebbero apparire almeno in una pubblicità della Nutella, della pasta Barilla, dovrebbero avere nel mondo la loro parte di bellezza. Da quel momento, da quando Raffa l’ha consacrata Belcùlo (con l’abito nero originale di “Rumore” e la parrucca bionda, “la Carrà e un carrè”), Luciana Littizzetto è diventata più allegra, la sua storia d’amore con Peppe Vessicchio direttore d’orchestra più rilassata, e ha ringraziato la stilista per i bei vestiti, felice di essere elegante e di riuscire a camminare sui tacchi, quest’anno, meglio delle tuffatrici olimpioniche, Tania Cagnotto e Francesca Dallapè. Alte, bionde, muscolose, giovani, sincronizzate, ma incapaci di scendere scale di cristallo senza nuotarci dentro. E’ questo il divario costante fra le nostre aspirazioni e la realtà, fra quello che vorremmo essere (giovani rapper ultraquarantenni) e quello che siamo (anziani rapper ultraquarantenni): anche Arisa era decisa a esibire la sua trasformazione in quasi cigno, disinvolta e matura, ma il dolore la uccideva, cantava con le smorfie, agitava le braccia cantando: “Tanto il tempo solo lui lo sa, quando e come finirà la tua sofferenza e il tuo lamento” e allora si è tolta le scarpe altissime e strettissime ed è rimasta a piedi nudi, un po’ impacciata ma libera, “la miglior Pippa di sempre”, come ha detto Luciana Littizzetto.

E’ il divario fra le aspirazioni e la realtà: rifare il Sanremo dell’anno scorso, che era piaciuto a tutti, con Luciana che prende in giro Fabio Fazio (“caro il mio Scamarcio dei diseredati”), con Fabio Fazio che sviene davanti a Laetitia Casta, Kasia Smutniak, Cristiana Capotondi (quest’ultima, forse per omaggiare i tempi felici delle vallette mute, ha detto a Fazio: “Fabio, non sono molto tecnologica, mi aiuterai tu”, e non doveva inventare Facebook ma leggere una frase su uno schermo), rifare Sanremo uguale, anche con le piccole lezioni di bontà, e ritrovarsi invece in un altro anno, in un nuovo mondo, indifferente a “Ma la notte no” di Renzo Arbore e al suo racconto sui tic della vecchiaia, all’idea di ricostruire la nostra bellezza (con i lifting no! Vaffanculo! – è una citazione), di aggiustarla con in testa i caschi da cantiere portati da Claudio Baglioni. E’ una cosa sottile, la bellezza (non è bellissima Noemi quando canta, anche vestita da abat-jour di “Guerre Stellari”?), è forse davvero la definizione che ha dato a Sanremo la direttrice timida del Mart di Rovereto (parole del filosofo Vladimir Jankélévitch): “La bellezza è il non so che, il quasi nulla”. Il non so che forse è svanito, non ha svolazzato abbastanza, ma il quasi nulla era la canzone di Riccardo Sinigallia, che hanno eliminato perché non era inedita, era già stata cantata dal vivo a un concerto. “Prima di andare via” è bella, è strana, malinconica, lui ha una chitarrina minuscola e canta: “Anche quando non vuoi sorridi un po’ per dire tutto a posto ti rivedo dopo o no? Mentre il resto, quello che è andato perso, ci sembra un’altra vita”. Quello che è andato perso è già un’altra vita, un altro mondo, un altro posto e non si può ripetere: così le magie di Sanremo non sono bastate, anche se Luciana ha ballato vestita da Bluebell e Fabio Fazio si è travestito da parodia di esistenzialista parigino (il nero sfina, e lui era già sfinatissimo dalla dieta: “Pensavo fossi vestito da nutria”, ha detto Luciana), ha corteggiato Laetizia Casta deprimendola con le tristi canzoni francesi, il fiore sul tavolino appassiva per lo sconforto e allora lei l’ha trascinato in “Silvano Non Valevole Ciccioli” di Enzo Jannacci, e stasera torna al Festival in modo che la tivù delle ragazze possa trovarla tremendamente invecchiata, mostruosamente ingrassata, terribilmente malvestita. Anche questa è magia sanremese della bontà, trovare che siano tutte molto imbruttite, consigliare a Monica Bellucci di correre a riprendersi Vincent Cassel se è ancora in tempo (“Amore scusa stavo scuotendo la tovaglia e non mi ero accorta che c’eri sopra tu”, ha urlato Luciana Littizzetto), fare un selfie con Peppe Vessicchio, che allena ogni giorno il suo sorriso barbuto a rassomigliare a quello della Gioconda, trovare sexy Cristiano De Andrè anche dopo l’ingrassamento da fine sigarette, restare “senza saliva” ma con molti braccialetti, come Francesco Renga (e i peli sul petto?). Serve a questo il Festival di Sanremo: a far diventare fondamentali, per qualche giorno, la frangetta di Noemi e i capelli di Renzo Arbore. A indossare gli anelli del mago Otelma. E a ribellarsi seriamente contro gli elenchi della bellezza letti da Fazio e Littizzetto: è bello trovare un bagno quando non ce la fai più, e dentro il bagno c’è la carta e quel bagno ha la porta e la porta ha la chiave. Questo è vero. Anche ritrovare l’auto in un parcheggio sotterraneo mentre si stava andando a comprarne un’altra. Ma non si può accettare in nessun caso quella dichiarazione d’amore: “Bello è dire: ti amo, anche se hai la cellulite”. Con dei “ti amo” così, non vinceranno mai.

Leggi anche Caldarola Cosa resterà di questo Sanremo

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi