Il patto di Matteo

Renzi, lo staff e il governo dei sindaci per rottamare il governo del presidente

Pochi ministri, molte donne, molti giovani, pochi tecnici, molti nuovi volti, discreta discontinuità con il governo precedente, un ministro dell’Economia che non è un politico ma non è neanche un tecnocrate puro e un passaggio dal governo del presidente al governo del sindaco – perché di questo si tratta – che si manifesta pochi minuti dopo le diciannove e quindici, quando il segretario del Pd, dopo due ore e mezza di vivace colloquio con Giorgio Napolitano, dopo aver ottenuto la rottamazione di alcuni ministri che il Quirinale chiedeva di riconfermare (Mauro, Bonino, Bray), arriva senza voce in sala stampa accanto al suo sottosegretario alla presidenza del Consiglio (Delrio) e presenta tutto di un fiato la squadra del governo Leopolda.

Renzi, lo staff e il governo dei sindaci per rottamare il governo del presidente

Pochi ministri, molte donne, molti giovani, pochi tecnici, molti nuovi volti, discreta discontinuità con il governo precedente, un ministro dell’Economia che non è un politico ma non è neanche un tecnocrate puro e un passaggio dal governo del presidente al governo del sindaco – perché di questo si tratta – che si manifesta pochi minuti dopo le diciannove e quindici, quando il segretario del Pd, dopo due ore e mezza di vivace colloquio con Giorgio Napolitano, dopo aver ottenuto la rottamazione di alcuni ministri che il Quirinale chiedeva di riconfermare (Mauro, Bonino, Bray), arriva senza voce in sala stampa accanto al suo sottosegretario alla presidenza del Consiglio (Delrio) e presenta tutto di un fiato la squadra del governo Leopolda. Sedici persone (governo più piccolo di sempre), otto donne (governo con la maggiore densità di donne di sempre), età media bassa (47,8 anni, il governo più giovane di sempre), cinque ministri ereditati da Letta (Alfano all’Interno, Lupi alle Infrastrutture, Lorenzin alla Sanità, Orlando dall’Ambiente alla Giustizia, Franceschini dai rapporti con il Parlamento alla Cultura), un semitecnico all’Economia (Padoan) apprezzato dalla minoranza del Pd (vecchia fede dalemiana), due ragazze della generazione degli anni Ottanta scelte alla guida delle Riforme (Boschi, 32 anni) e della Pubblica amministrazione (Madia, 32 anni), una imprenditrice allo Sviluppo che rassicura una parte di Confindustria (Federica Guidi, ex presidente dei giovani confindustriali, che non piace molto a Squinzi ma piace al fronte di chi vuole rottamare Squinzi), un ministro del Lavoro che rassicura il mondo Coop (Poletti, capo di LegaCoop) e un messaggio di fondo che vive tra le pieghe di questo esecutivo che è ben sintetizzato dalla storia dei due uomini simbolo del governo Leopolda: Matteo Renzi e Graziano Delrio, entrambi ex sindaci, così come ex sindaco è un altro ministro (Maria Lanzetta, Affari regionali), così come ex sindaco è il reggente provvisorio del Pd (Lorenzo Guerini), così come ex dipendenti del comune saranno molti uomini e molte donne che Renzi e Delrio intendono inserire nei posti chiave della macchina del governo (occhio alla segreteria generale di Palazzo Chigi). Il messaggio è semplice ed è questo.

Renzi, oltre a essere il più giovane presidente del Consiglio della storia della Repubblica, è anche il primo sindaco in carica a essere arrivato a Palazzo Chigi (il primo ex sindaco fu Emilio Colombo) e in un certo senso sarà questo il terreno su cui si misurerà la forza del segretario e il passaggio dal governo del Cacciavite a quello del Trapano: se riuscirà o no a trasformare il Consiglio dei ministri in una sorta di Giunta comunale. Oggi, subito dopo il giuramento, Renzi riunirà il suo primo Cdm e già dalle prime ore di vita del governo Leopolda si capirà se il segretario del Pd riuscirà a rottamare il peccato originale con cui nasce l’esecutivo (governo che vuole portarci dalla Seconda alla Terza Repubblica nato però con metodi da Prima Repubblica) e riuscirà a trasferire a Palazzo Chigi il metodo di lavoro di Palazzo Vecchio: un governo veloce, snello, elastico, asciutto; con il presidente del Consiglio che si muove non come un primus inter pares ma come un capo un po’ autoritario che pretende di non avere vice (Renzi non ce l’ha al governo e non ce l’ha neppure alla segreteria del Pd); con il Parlamento che conta molto ma non conta più di quello che viene deciso in un Consiglio dei ministri; con gli stessi ministri che devono avere naturalmente la loro autonomia ma devono rispondere al capo come se fossero parte di un grande staff; e con una consapevolezza evidente: che per riuscire a non perdere il ritmo, e per trasformare Palazzo Chigi in una copia di Palazzo Vecchio, occorre avere un’arma precisa che coincide con l’approvazione immediata di una riforma che non poteva che chiamarsi così: legge elettorale sul modello dei sindaci. Nelle trattative con Angelino Alfano e con la minoranza del Pd (e anche con Giorgio Napolitano) Renzi ha ottenuto di rottamare alcuni ministri ma ha concesso di legare l’entrata in vigore della legge elettorale all’approvazione di un emendamento particolare che lega l’attuazione dell’Italicum all’abolizione del Senato (e che quindi garantisce al governo una prospettiva non di breve durata). Entro metà marzo, dice Renzi, l’Italicum deve essere approvato alla Camera (entro febbraio impossibile: ci sono cinque decreti in scadenza e calendarizzare la legge non è fattibile) e sarà attraverso questi strumenti che il presidente del Consiglio cercherà di accentrare il più possibile i poteri a Palazzo Chigi e trasformare così in un punto a favore il fatto che la lista dei ministri somigli molto alla lista di un buono staff di governo. Uno staff che deve riflettere gli input del capo, uno staff che deve aiutare il presidente del Consiglio a rottamare le burocrazie e che deve aiutare il premier a combattere i campioni del cavillo e togliere loro la possibilità di ostacolare l’azione del governo (vedremo che fine farà la Ragioneria dello stato). Uno staff, insomma, che deve dare a Renzi la chance di fare al governo quello che, in qualche modo, avrebbero voluto fare nel passato prima Francesco Rutelli (che voleva portare a Palazzo Chigi il modello dei sindaci) e poi Walter Veltroni (che come Rutelli tentò, senza fortuna, di arrivare a Palazzo Chigi sfruttando il trampolino di lancio del suo status di sindaco). Il governo come il comune. Il premier come il sindaco. I ministri come assessori. Il Parlamento come il Consiglio comunale. Ed è vero che il governo Renzi nasce con molti metodi e molti peccati della Prima repubblica (esecutivo fatto con l’aiuto del dottor Massimiliano Cencelli, poltrona di premier conquistata con metodi democristian-dalemiani) ma è anche vero che dal punto di vista simbolico il governo dei sindaci potrebbe essere uno strumento utile con cui traghettare il paese da una Repubblica all’altra. E non sarebbe la prima volta. Il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, in fondo, coincise con una forte spinta a correggere in senso maggioritario la legge elettorale e a introdurre nei comuni, nelle province e nelle regioni l’elezione diretta dei governanti (era il 1992). E il fatto che oggi sia un governo dei sindaci con una legge elettorale dei sindaci e un Consiglio dei ministri che potrebbe funzionare come una Giunta comunale a portarci dalla Seconda alla Terza Repubblica potrebbe non essere una cattiva notizia. E potrebbe essere il modo giusto per dimostrare che ieri non è nato solo un governicchio balneare ma è nato un governo che ha l’ambizione di rottamare il governo dei tecnici e di sostituire nella stanza dei bottoni di Palazzo Chigi il modello del Cacciavite con il modello del Trapano.

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