Il denaro facile non basta

Nella seconda metà degli anni Sessanta, Guido Carli coniò l’espressione “il cavallo non beve” per indicare la difficoltà del sistema economico italiano di reagire agli stimoli della politica monetaria espansiva. Qualche giorno fa il Financial Times ha parlato di “supply side pessimism” per descrivere lo scetticismo che comincia a farsi strada nelle Banche centrali dei maggiori paesi sulla forza intrinseca della ripresa economica in atto nonostante i sostegni monetari profusi. Anche se nati in secoli diversi, si tratta di due concetti non dissimili.

di Marco Cecchini
 

Il denaro facile non basta

Nella seconda metà degli anni Sessanta, Guido Carli coniò l’espressione “il cavallo non beve” per indicare la difficoltà del sistema economico italiano di reagire agli stimoli della politica monetaria espansiva. Qualche giorno fa il Financial Times ha parlato di “supply side pessimism” per descrivere lo scetticismo che comincia a farsi strada nelle Banche centrali dei maggiori paesi sulla forza intrinseca della ripresa economica in atto nonostante i sostegni monetari profusi. Anche se nati in secoli diversi, si tratta di due concetti non dissimili.

La situazione della Banca centrale europea è certamente altra cosa rispetto a quella della Federal Reserve o della Bank of England, e il Giappone è un caso ancora a parte. Ma c’è un filo conduttore comune nel modo con cui i central banker – i responsabili cioè degli istituti che da cinque anni sono il principale se non l’unico pilastro delle politiche anticrisi – guardano ai dati sulla crescita, in qualche caso abbastanza robusta (Stati Uniti, Regno Unito e Giappone), in altri meno (Europa). Qualcosa non convince nell’andamento fiacco della produttività, nella dinamica dei prezzi sistematicamente al di sotto dei target prefissati, nella evoluzione del mercato del lavoro, dove la flessione della disoccupazione, per esempio negli Stati Uniti e nel Regno Unito, si accompagna a un aumento dei lavoratori che escono dal mercato e non vi rientrano più.

Il punto di sintesi di questa specie di apatia che è l’altra faccia dell’aumento del prodotto si chiama “output gap”, ovvero l’indicatore che misura la differenza tra la crescita potenziale e quella effettiva del pil. Negli uffici studi di Washington, Londra, Francoforte, Tokyo ci si domanda: perché nonostante le dosi di liquidità massicce e senza precedenti iniettate nei circuiti finanziari il potenziale di crescita non è pienamente sfruttato? Tra la fine del 2007 e gennaio di quest’anno, grazie agli acquisti operati sui mercati dei titoli, il bilancio della Federal Reserve è quadruplicato e ha raggiunto quota 4 trilioni di dollari, altrettanto ha fatto la Bank of England; quello della Bce è poco più che raddoppiato, anche se è l’unico in discesa da svariati mesi, e quello della Bank of Japan è addirittura decuplicato. Ma secondo le stime di Jp Morgan l’output gap per l’aggregato delle economie più avanzate staziona a meno 3 per cento, con una punta di meno 4,5 per cento per l’Italia. Nello stesso tempo la quota degli investimenti sul pil nei paesi del G7 è ancora sotto di due punti rispetto ai livelli pre-crisi. Mario Draghi non si stanca di ripetere che la ripresa è fragile. Il Fmi ha presentato al G20 di Sydney un rapporto in cui chiede riforme strutturali e investimenti in infrastrutture per sostenere la ripresa. Il cavallo insomma non beve, direbbe Carli. Ma di chi è la colpa?

Per qualcuno delle nuove tecnologie dell’informazione che stanno cambiando il paradigma del mercato del lavoro e che, per citare una celebre frase di Robert Solow, “si vedono dappertutto tranne che nelle statistiche della produttività”. Per altri, come l’economista americano Robert Gordon autore del volume “Is US economic growth over?”, stiamo scontando la fine di un ciclo plurisecolare e irripetibile di sviluppo. Può darsi. Per non sbagliare intanto le Banche centrali si muovono con circospezione. Gli economisti ultrakeynesiani alla Krugman vorrebbero che la Fed, la BoE e la Bce pompassero ancora liquidità nelle economie per scongiurare il rischio della disinflazione. Ma il “supply side pessimism” consiglia prudenza. Ulteriori colpi di acceleratore potrebbero andare ad alimentare la bolla finanziaria invece che sostenere l’economia reale. E così il nuovo presidente della Fed, Janet Yellen, ha deciso di non cambiare registro rispetto a Bernanke e di continuare nel tapering. Anzi, come rivelato dalle minute della riunione di gennaio, non esclude un aumento dei tassi già quest’anno. Il governatore della BoE, Mark Carney, lascia i mercati nel dubbio circa la futura politica inglese sul costo del denaro. Mario Draghi aspetta i dati sulle proiezioni dell’inflazione al 2016 nell’Eurozona prima di decidere.

di Marco Cecchini
 

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