De Bortoli, gli editori impuri (compreso CDB) e i giornali senz’anima

Al direttore - L’intervista di Ferruccio de Bortoli all’ottimo Salvatore Merlo riapre la vexata quaestio dei tormentati rapporti tra grandi giornali e società editoriali, con azionisti spesso impuri, talvolta rissosi, talaltra impuri e rissosi al tempo stesso. Le parole del direttore del Corriere della Sera hanno fatto rumore. Ne avrebbero fatto ancora di più se fossero state correlate a una notizia che ha avuto poca attenzione ma che ha un forte valore segnaletico.

di Massimo Mucchetti

De Bortoli, gli editori impuri (compreso CDB) e i giornali senz’anima

Al direttore - L’intervista di Ferruccio de Bortoli all’ottimo Salvatore Merlo riapre la vexata quaestio dei tormentati rapporti tra grandi giornali e società editoriali, con azionisti spesso impuri, talvolta rissosi, talaltra impuri e rissosi al tempo stesso. Le parole del direttore del Corriere della Sera hanno fatto rumore. Ne avrebbero fatto ancora di più se fossero state correlate a una notizia che ha avuto poca attenzione ma che ha un forte valore segnaletico. Mi riferisco al meeting con gli investitori pubblicitari promosso da Rcs Pubblicità e Manzoni il 10 febbraio a Milano, teatro Dal Verme, per ascoltare lo stesso de Bortoli ed Ezio Mauro. In altri tempi, le concessionarie mai avrebbero preso iniziative comuni verso i clienti. E mai i direttori del Corriere e di Repubblica avrebbero rinunciato a punzecchiarsi per promuovere la propria testata contro l’altra. Questa volta, invece, concessionari e direttori hanno difeso il quotidiano nazionale di per sé: come genere letterario e veicolo pubblicitario. Effetti della recessione e di Google che erodono i fatturati. Nel 2014 molte testate perdono ormai a bocca di barile: dalla Stampa al Sole 24 Ore, da buona parte della stampa locale fino a quasi tutti i periodici. Repubblica e il Corriere conservano, si dice, margini operativi lordi positivi, ancorché decrescenti. Ma per quanto tempo ci riusciranno? La crisi economica consiglia di ripensare le modalità della concorrenza e pure i modelli aziendali. Ma nell’Italia di oggi c’è anche un’altra crisi, ancora più seria: la crisi delle élite, che dovrebbe suggerire ripensamenti anche sul fronte delle proprietà per restituire un futuro alle fabbriche professionali delle notizie, che sono l’architrave della democrazia, non sostituibile dai blog o dai talk show. La crisi delle élite trova una plastica rappresentazione nella tenzone verbale tra John Elkann e Diego Della Valle. Ma ha radici più remote. Negli anni 90, quando Francesco Gaetano Caltagirone acquistò il Messaggero, le anime belle, puritane e nordiste, storcevano il naso. Ma come, il giornale che fu dei Perrone a un costruttore? Certo, ricco, ma con tutti quegli interessi a Roma… Ora scopriamo che il costruttore ha forse meno vincoli di tanti altri. Ora abbiamo l’azienda esterovestita Fiat che mira a fondere la Stampa con il Corriere al triplice scopo di allontanare da sé una fonte di perdite, di consolidare la presa sul quotidiano milanese grazie ai concambi in conflitto d’interessi e senza Opa su Rcs, di rafforzare la sua potenza di fuoco mediatica a protezione della parziale ritirata dall’Italia. E pure il gruppo Espresso, del quale de Bortoli invidia la stabilità (e non altro, mi è parso), dovrà prepararsi ad affrontare difficoltà finanziarie e politiche generate dagli interessi non editoriali del suo azionista, la Cir, che si aggiungono a Google e recessione. La Cir, infatti, possiede rilevantissine quote di due società elettriche, Sorgenia e Tirreno Power, che non appaiono più in grado di rimborsare i loro ingenti debiti bancari; la seconda di queste, poi, è oggetto di indagine della magistratura ligure per inquinamento secondo uno schema che ricorda le indagini tarantine contro l’Ilva e i Riva, considerati diavoli dalla cultura media del gruppo. E per carità di patria confindustriale non parliamo dei conti del Sole 24 Ore.

Crisi politica, dunque. Crisi culturale. E crisi imprenditoriale. L’editoria tricolore non ha un Jeff Bezos che compra il Washington Post e prova a ridisegnarne il futuro facendo saltare tutti gli steccati tradizionali tra informazione e pubblicità, tra privacy e marketing. Tra Milano e Torino si pensa di ridisegnare il Corriere come giornale regionale da associare a Stampa e Secolo XIX nascondendo la modestia del progetto dietro consigli di amministrazione rinnovati con bella gente del jet set finanziario, che non parla l’italiano e sa poco di editoria ma aiuta a scopiazzare il board dell’Economist per poter arricciare compunti i nasini bene educati e poi piazzare l’oggetto allo Springer di turno, incuranti degli interessi nazionali. I quali interessi nazionali, variamente interpretabili, lo sappiamo, restano tuttavia la bussola di quel genere letterario noto come stampa d’informazione. L’Italia non ha un Bezos né un Eric Schmidt. Ha editori impuri e management, talvolta solidi, più spesso no. Ed è priva di idee nuove. Dopo il tramonto degli editori puri (Rizzoli, Mondadori, Caracciolo, Scalfari), abbiamo creduto che i grandi capitalisti e, in qualche caso, le banche potessero essere gli azionisti migliori che passava il convento per garantire, grazie alla competizione fra testate, la libertà e la qualità dell’informazione, base della democrazia. Oggi questo modello si è esaurito. Il mercato sta producendo nuovi soggetti come Cairo e, su scala assai più contenuta, il Fatto. Troppo poco per cambiare davvero registro ovunque serva. Troppo poco per evitare la sfida di una radicale riforma degli assetti proprietari dei grandi media ricostruendo, secondo modelli adeguati ai tempi, la figura dell’editore puro senza penalizzare sul piano economico i soci attuali. Le imprese possono essere generatrici di titoli o, come ha intuito Giacomo Becattini studiando l’Italia dei distretti e del Quarto capitalismo, essere esse stesse progetti di vita. I giornali non vivono senz’anima. Queste proprietà, per una ragione o per l’altra, rischiano di soffocarla.

di Massimo Mucchetti

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