Toh, la carta

La carta è morta, viva la carta. Della non troppo precoce dipartita hanno dato il triste annuncio negli anni passati editori, giornalisti, esperti di comunicazione e twittatori compulsivi. Nessuno compra più i giornali in edicola, non parliamo delle riviste, signora mia. I giovani, poi: non si trova un ventenne che frequenti stabilmente un quotidiano (qualche sveltina saltuaria ogni tanto, al massimo), e pure i quarantenni ormai sanno che tutto si trova online, basta cercare bene. La rivoluzione è avvenuta in fretta.

Toh, la carta

La carta è morta, viva la carta. Della non troppo precoce dipartita hanno dato il triste annuncio negli anni passati editori, giornalisti, esperti di comunicazione e twittatori compulsivi. Nessuno compra più i giornali in edicola, non parliamo delle riviste, signora mia. I giovani, poi: non si trova un ventenne che frequenti stabilmente un quotidiano (qualche sveltina saltuaria ogni tanto, al massimo), e pure i quarantenni ormai sanno che tutto si trova online, basta cercare bene. La rivoluzione è avvenuta in fretta. E’ cominciato tutto una decina di anni fa; pian piano tutti hanno aperto un blog, un tumblr, un account su un social network dove dire la propria opinione e leggere quelle degli altri. Smartphone e tablet hanno solo infierito sul cadavere. Uscire di casa e recarsi in edicola è ormai un gesto che sa di secolo scorso.

Solo che la carta è dura a morire. A voler essere banali, è come la poesia: vecchia, inusuale, poco frequentata ma necessaria. Succede così che i nativi digitali, cresciuti a colpi di notizie sui social e scrollate sull’iPhone, battezzati con una pagina Facebook e circondati da scaffali con pochi libri, scoprano l’esistenza di una nuova tecnologia a loro del tutto sconosciuta con cui si possono fare cose bellissime: la carta. Non la capiscono del tutto, perciò ne sono attratti. Non è il racconto di un mondo utopico, ma un viaggio che ieri il quotidiano britannico Independent ha fatto nel mondo degli editori inglesi indipendenti. Mentre negli ultimi anni il mainstream fluiva verso la digitalizzazione dell’esistente, un gruppo sempre più numeroso di giovani riscopriva la carta scoprendola per la prima volta. Direttori e giornalisti cercano di non perdere i propri lettori inseguendoli sul web, questi impaginano lunghi articoli e foto d’autore in riviste patinate che vendono a prezzi fuori mercato (dieci, anche trenta sterline). E la cosa, al momento, regge. Anzi.

Tre anni fa, l’Associazione degli editori professionisti inglesi ha riconosciuto ufficialmente questa realtà, creando il Network degli editori indipendenti, che nella sua ultima conferenza, a dicembre, ha radunato 280 delegati. Paradossalmente, è stato lo sviluppo delle tecnologie digitali a creare una generazione di giovani creativi in grado di inventare prodotti grafici raffinati e nuovi. Un tempo le pubblicazioni indipendenti erano pagine scritte a macchina e ciclostilate, oggi “con un computer Apple e un software decente si possono fare prodotti favolosi”, dice all’Independent Simon Hinde del London College of Communication. E’ il desiderio di realtà che ogni persona ha dentro di sé a rendere sostenibile tutto questo, spiega Liz Ann Bennet, cofondatrice della rivista di lifestyle Oh Comely: “Il modo in cui gli esseri umani interagiscono con uno schermo è molto limitato in termini di fisicità – toccare e strisciare.

Con una rivista è possibile ritagliare e scarabocchiare, interagire fino a rendersi conto che siamo in grado di fare molto di più che digitare su uno schermo”. Con appena 5 sterline e mezzo al mese, in Inghilterra la società Stack consegna a casa degli abbonati una rivista a sorpresa tra i 22 titoli che distribuisce, da quello sulla street art a quello per appassionati di ciclismo. Il fondatore di Stack, Steve Watson, spiega il successo dell’iniziativa così: “Sempre più persone desiderano staccarsi dallo schermo del computer, dato che ci passano troppe ore al lavoro”. Senza dimenticare la vanità del lettore: farsi vedere in treno mentre si sfoglia una rivista cool dice molto su personalità, gusti e cultura di chi legge. Mostrare il retro grigio di un iPad no.

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