L’Europa lenta e le fiamme ucraine

C’è una guerra appena fuori dalla porta dell’Europa che l’Europa non ha compreso né governato. Accade a Kiev, ma pure quando è scoppiata la Turchia, con piazza Taksim in rivolta e gli idranti del regime che sparavano acqua mista ad acidi urticanti a reprimerla, Bruxelles s’è trovata spiazzata. Non si tratta di pigrizia diplomatica: l’Europa è sempre puntuale nella condanna delle violenze, negli inviti al negoziato, nella caccia a interlocutori politici credibili.

L’Europa lenta e le fiamme ucraine

C’è una guerra appena fuori dalla porta dell’Europa che l’Europa non ha compreso né governato. Accade a Kiev, ma pure quando è scoppiata la Turchia, con piazza Taksim in rivolta e gli idranti del regime che sparavano acqua mista ad acidi urticanti a reprimerla, Bruxelles s’è trovata spiazzata. Non si tratta di pigrizia diplomatica: l’Europa è sempre puntuale nella condanna delle violenze, negli inviti al negoziato, nella caccia a interlocutori politici credibili. E’ semmai una questione di tempi: Bruxelles è costretta a inseguire gli eventi, ha strumenti rallentati e un tasso di litigiosità interna piuttosto elevato.

Ma la lentezza potrebbe essere in parte tollerata, non è che le altre isitituzioni internazionali siano dei fulmini quando si tratta di risolvere problemi urgenti. Il problema principale dell’Europa è che non si pone le domande giuste, non affronta le crisi facendo ricorso ai suoi princìpi. Emma Bonino, ministro degli Esteri italiano, ha detto ieri una frase importante, parlando dell’Ucraina: “Chi è al potere ha maggiori responsabilità, dovremmo sempre rimanere fermi su questo principio”.

Il principio in sé è giusto – anche se la sua applicazione pare necessaria in Ucraina ma non, tanto per fare un esempio, in Siria – ma quel che interessa è: quali sono i princìpi di quest’Europa che ha inseguito la partnership con Kiev – come aveva già fatto con Ankara – senza volersi sporcare le mani con i russi, che facevano lo stesso mestiere, ma tirando dalla parte contraria? La Russia di Putin ha scelto i soldi come sua arma negoziale: prima ha minacciato di toglierli, poi li ha generosamente elargiti (ma calibrandoli con attenzione). Non si può dire che i soldi siano un principio, ma almeno sono efficaci. L’Europa? Ha avuto una piazza che, nonostante i suoi difetti, avrebbe fatto di tutto per raggiungerla, e l’ha lasciata lì, in balìa dei picchiatori, a bruciare viva.

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