Non importa la firma, ma l’ignavia

Quindi i testimoni o martiri dovevano riunirsi in preghiera e confortarsi nella fede comunionale invece di farsi ammazzare per il rifiuto di adorare l’imperatore. Bisognava mettere la messa eucaristica al posto del combattimento contro le eresie spirituali e mondane. Disertare l’appello dei papi alle crociate. Magari prosternarsi nell’interiorità del credo personale invece che assumere certe responsabilità sociali, ciò che fecero anche e soprattutto i monaci, invece di fondare università, formulare teorie e difenderle nella città.

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Non importa la firma, ma l’ignavia

Quindi i testimoni o martiri dovevano riunirsi in preghiera e confortarsi nella fede comunionale invece di farsi ammazzare per il rifiuto di adorare l’imperatore. Bisognava mettere la messa eucaristica al posto del combattimento contro le eresie spirituali e mondane. Disertare l’appello dei papi alle crociate. Magari prosternarsi nell’interiorità del credo personale invece che assumere certe responsabilità sociali, ciò che fecero anche e soprattutto i monaci, invece di fondare università, formulare teorie e difenderle nella città, costruire la guerra e la pace a seconda delle circostanze, difendere gli ebrei dopo l’antigiudaismo anche di matrice cristiana, smantellare il comunismo internazionale, alzare un muro di separazione e di lotta di fronte al nazismo nel Reich, andare in guerra nel Novecento, rifiutare la guerra, intervenire in guerra, e in parte sacrificare il tempo della preghiera per una riunione del comitato civico, quando Togliatti si voleva prendere l’Italia anche per Stalin, e chissenefrega dei cattolici alla controffensiva che hanno impedito per qualche anno la strage degli embrioni via referendum, che hanno mantenuta viva l’ansia etica verso l’aborto o il divorzio o la pillola e la distruzione del vincolo familiare. A don Pichetto nessuno negherà il diritto di non firmare una lettera ecclesiale, siamo prossimi a ritenerci sazi delle firme arrivate, ora che anche Antonio Socci, il più sincero e osservante e ribaldo dei cristiani di confessione cattolica, ha aggiunto la sua, di firma.

Ma gli argomenti, questo è il problema. Mentre don Pichetto aspetta tranquillo e fervente che Hollande scopra le gioie di una vita familiare consacrata (vaste programme), molti sindaci cattolici e non, anche laici razionali come noi, nella Francia occupata del politicamente e del religiosamente corretto rifiutano stupidamente, con obiezione di coscienza, di consacrare la parodia gay del matrimonio. C’è chi si preoccupa, ma invano evidentemente, dell’educazione dei figli e dei nipoti, e non apprezza una scuola pubblica in cui l’insegnante si spoglia, chiede ai bambini di che sesso desiderino dirsi, mette un preservativo su una banana per spiegare agli adolescenti le gioie dell’amore, diffonde l’idea dell’aborto e della contraccezione e della fertilità à la carte. Noi che esprimiamo scandalo e raccapriccio, ma con parole piane ed ecocompatibili, in una lettera mista di laici e di cattolici indirizzata rispettosamente al capo della chiesa, per sottolineare la gravità strategica, politica, l’intima natura di attentato alle libertà, prima tra tutte quella religiosa, di una Convenzione Onu per il fanciullo che mette sotto processo il clero per pedofilia, e fa risalire i mali osceni della chiesa alla sua predicazione in materia di matrimonio, di famiglia e di aborto, noi che chiediamo di andare oltre la misurata e dura ma diplomatica risposta alla quale era tenuta la Santa Sede per mezzo dei suoi portavoce, noi siamo agitatori che vogliono mettere il Papa con le spalle al muro. Bisogna essere ben maliziosi per pensarla così, per fare i processi alle intenzioni, per seminare tanta zizzania in un campo in cui, come diceva sant’Ignazio, il Papa è “il padrone del raccolto”, dunque ne è massimamente responsabile.

Non riesco a immaginare quale stato d’animo intimamente fazioso, più che dolcemente profetico o religioso, abbia potuto indurre un prete cattolico, non dico a non firmare, cosa in sé rispettabilissima e anche comprensibile, ma a motivare in modo tanto aspro e così politico, così assurdamente eucaristico, il suo diniego. Lasci don Pichetto che un giornalino non pregiudizialmente anticattolico, che non raccoglie spazzatura anticlericale e non ama il clericalismo, che sollecita il corpo della chiesa a muoversi secondo i suoi stessi princìpi, ma senza iattanza, senza insegnare alcunché ad alcuno, faccia il suo mestiere di idee e di cultura.

Tra cielo e terra vive la fede, e Gesù si è domandato se ci sarà ancora quando tornerà a trovarci. Tra cielo e terra vivono anche le ragioni della fede, che hanno bisogno di essere dette, che presuppongono non un arcigno modello di virtù, non un mondo senza misericordia e senza perdono o senza peccato, ma un mondo consapevole, insieme bambino nella speranza e adulto nella ragione, che conosca un cristianesimo fatto anche di luce, teologica e intellettuale, luce che non va posta sotto il moggio dell’esperienza individuale o dell’interpretazione individuale della comunionalità, ma in alto, in alto, sempre più in alto. Suggerisco a don Pichetto di rileggersi bene l’Evangelii Gaudium, per non parlare delle note della Congregazione della dottrina della fede, e di ripensare non alla firma, che c’è o non c’è – avremmo fatto la lettera anche in cinque o sei, con Scruton Besançon e gli altri – ma alla sequenza di non-argomenti con cui ha giustificato, si fa per dire, la santa pigrizia che è così simile all’ignavia.

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