Le lobby a Washington

A Kiev si ripete lo schema dell’inazione testato dall’America nelle piazze di mezzo mondo

L’Amministrazione Obama ha un protocollo collaudato per gestire piazze in subbuglio e guerre civili nelle quali non ha alcuna intenzione di mettere il becco. Si schiera con la fazione ribelle che chiede il rovesciamento del regime, affetta empatia, denuncia oscenità morali e barbarie, striglia severamente i leader in questione via telefono, invoca i trattati internazionali, minaccia sanzioni immancabilmente “crippling”, cioè in grado di azzoppare qualunque economia, dice minacciosamente che “tutte le opzioni sono sul tavolo” e poi non fa nulla.

Leggi anche De Biase La piazza di Kiev ha perso la sua identità, il regime va all’assalto finale - Peduzzi Il fallimento dell’occidente in Ucraina ha un volto di donna e il colore sbiadito di uno zombie

A Kiev si ripete lo schema dell’inazione testato dall’America nelle piazze di mezzo mondo

New York. L’Amministrazione Obama ha un protocollo collaudato per gestire piazze in subbuglio e guerre civili nelle quali non ha alcuna intenzione di mettere il becco. Si schiera con la fazione ribelle che chiede il rovesciamento del regime, affetta empatia, denuncia oscenità morali e barbarie, striglia severamente i leader in questione via telefono, invoca i trattati internazionali, minaccia sanzioni immancabilmente “crippling”, cioè in grado di azzoppare qualunque economia, dice minacciosamente che “tutte le opzioni sono sul tavolo” e poi non fa nulla. Quando chiedono a Obama se per caso stia bluffando, lui quasi s’offende: “Il presidente degli Stati Uniti non bluffa”. Non è facile spiegare questo concetto ai ribelli siriani lasciati al loro destino con qualche arma leggera in mano e vacue promesse di negoziati, così come non è stato facile, nel 2009, farlo entrare nella testa dei manifestanti iraniani con le bandiere verdi che chiedevano invano il sostegno americano per rovesciare il regime. In Egitto la piazza ha goduto del pieno appoggio emotivo e ideale di un presidente che poi ha esitato a classificare come golpe la (ri)presa del potere da parte dei militari.

In Ucraina il protocollo sembra ripetersi con inquietante prevedibilità, all’indirizzo del solito interlocutore finale, Vladimir Putin, sponsor di governi corrivi e broker di improbabili negoziati di pace. Obama, naturalmente, aveva esplicitato tutto il suo sostegno ideale alle istanze di Euromaidan nel discorso sullo stato dell’Unione: “In Ucraina difendiamo il principio per cui tutti hanno il diritto di esprimersi liberamente e in modo pacifico, e di poter dire la loro sul futuro del paese”.

Dopo la ripresa degli scontri a Kiev, il presidente ha minacciato ieri non meglio specificate “conseguenze” ai perpetratori delle violenze e ha anche espresso la cauta speranza che i “manifestati pacifici rimangano pacifici”. Martedì il vicepresidente, Joe Biden, ha chiamato il presidente ucraino Viktor Yanukovich per esprimere “grave preoccupazione”. Biden ha “chiarito che il governo ha una particolare responsabilità nel diminuire le violenze”. L’ambasciatore americano in Ucraina, Geoffrey Pyatt, dice che Washington ha già preso provvedimenti: ha annullato i visti di alcuni funzionari ritenuti corresponsabili delle violenze e ha ripetuto che “tutti gli strumenti di influenza sono sul tavolo”. Il numero due del Consiglio per la sicurezza nazionale, Ben Rhodes, dall’Air Force One invoca una tregua e assicura che la Casa Bianca sta “considerando il ricorso a sanzioni contro i responsabili delle violenze, e vorrebbe che anche la Russia sostenesse gli sforzi per la pace”. John Kerry, il segretario di stato che con immensa frustrazione ha visto gli sforzi russi per la pace alla conferenza di Ginevra 2, reitera il reiterabile: condanne e minacce di sanzioni, magari di concerto con i ministri dell’Unione europea convocati oggi per discutere del caso (e con il sostegno di Angela Merkel, che ieri si è detta favorevole alle sanzioni), anche se il “fuck the Eu” pronunciato dal sottosegretario di Foggy Bottom Toria Nuland in una conversazione privata con Pyatt finita su YouTube non è proprio la premessa più felice per un negoziato congiunto.

In questo protocollo obamiano di cui ormai si conosce in anticipo ogni fase non c’è traccia di un’iniziativa di Washington. Protetti dall’anonimato, i funzionari della Casa Bianca fanno sapere ai giornali che l’Amministrazione non ha altri piani né pensa a iniziative per sostenere la piazza contro il governo filorusso di Yanukovich. Nemmeno lo scoramento nei confronti di Putin che pure s’è fatto largo fino a trasformarsi in un moto di esplicita riprovazione da parte di Kerry (lunedì ha accusato Mosca di continuare a contribuire ai massacri di Bashar el Assad con rifornimenti di armi) è sufficiente per cambiare il protocollo del disimpegno americano. Se anche di fronte alla certificazione del fallimento della trattativa sulla Siria la risposta ufficiale della Casa Bianca gira intorno al timore di “quel tipo di effetti collaterali che abbiamo visto in passato” – tradotto: Obama teme che un intervento deciso gli rovini l’immagine di presidente post guerra al terrore – significa che Putin ha in mano un salvacondotto internazionale che vale a maggior ragione anche in Ucraina, dove la guerra civile è nella sua fase embrionale. Martedì Putin ha telefonato a Yanukovich e secondo il Cremlino “non ha offerto e non offrirà in futuro” alcun consiglio su come risolvere la crisi. Certo è che ieri mattina, quando sono ripresi gli scontri, i servizi di sicurezza ucraini hanno annunciato una massiccia “operazione antiterrorismo” in tutto il paese in risposta alle proteste violente dei manifestanti, il che difficilmente può essere interpretato come un passo verso il dialogo che la Casa Bianca si ostina a invocare.

La posizione di Washington su Kiev è anche influenzata dagli investimenti che il governo di Yanukovich ha fatto nella capitale americana. Investimenti in termini di lobbying, pressioni sul Congresso e negli ambienti industriali documentati dalle ampie ricerche del giornalista ucraino Sergei Leschenko e corroborati da un’inchiesta dell’agenzia Reuters. Due delle maggiori aziende di lobbying della capitale americana, il Podesta Group e lo studio Mercury, Clark & Weinstock, hanno ricevuto negli ultimi due anni quasi un milione e mezzo di dollari attraverso un’associazione non governativa con sede a Bruxelles, l’European Centre for a Modern Ukraine, che formalmente ha un budget di poche migliaia di dollari e informalmente promuove gli interessi di Yanukovich e del suo governo. Il Podesta Group è guidato da uno dei lobbisti più potenti della capitale, Tony Podesta, fratello dello storico consigliere clintoniano John che Obama ha richiamato alla Casa Bianca proprio per appianare certe divergenze interne all’Amministrazione. Non è un mistero che la madre di tutte le divergenze sia proprio il ruolo dell’America nei focolai di crisi in giro per il mondo.

I legami fra il presidente filorusso e il governo di Washington si articolano in una complicata serie di rapporti politici, agevolati da diversi generi di intermediari. Ad esempio il tycoon ucraino Rinat Akhmetov, alleato di Yanukovich che controlla un certo numero di parlamentari (c’è chi dice cinquanta) e che da anni coltiva con generosità diversi lobbisti della capitale per promuovere gli interessi suoi e dei suoi alleati a Kiev. E’ prassi comune per qualunque governo avere i propri uomini di fiducia a K Street, la via dei lobbisti, ma il lavoro di quelli ucraini è reso particolarmente efficace dal protocollo del disimpegno sottoscritto da Obama.

Leggi anche De Biase La piazza di Kiev ha perso la sua identità, il regime va all’assalto finale - Peduzzi Il fallimento dell’occidente in Ucraina ha un volto di donna e il colore sbiadito di uno zombie

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi