ACCEDI | REGISTRATI | INFO


“A tu per tu”

Negli occhi del Corsera

Il direttore del Corriere della Sera lamenta di avere troppi azionisti e litigiosi, vorrebbe un editore, la redazione è la sua trincea. Conversazione con de Bortoli

di Salvatore Merlo | 19 Febbraio 2014 ore 10:14

COMMENTA 0 |   | 

Milano. “Diciamo che il Corriere ha molti azionisti, ma non ha un editore. Ti ho dato anche il titolo del pezzo”. E qui un sospiro, forse un moto impaziente della testa che gli fa oscillare la ciocca brizzolata a metà della fronte. Quindi Ferruccio de Bortoli riprende a parlare affermando che l’editoria è difficile farla, che bisogna possedere un’intelligenza speciale, un gusto speciale per l’oggetto, per il manufatto, per la carta, per le notizie, per la scrittura, per il mestiere. Mentre i proprietari di giornali, quelli di adesso, non hanno intelligenza in genere né quella in particolare. “Vogliono esercitare potere. Delle notizie se ne fregano”. E il pensiero corre all’Avvocato Agnelli, “che era innamorato dell’oggetto di carta, che telefonava ai giornalisti, leggeva tutto, si complimentava”. Oggi Diego Della Valle fa baruffa con John Elkann, si scambiano insulti, come non si era mai visto prima. “Lo fanno sulla pelle del Corriere”, dice. E nei giorni scorsi il direttore era tentato di lanciare un hashtag su Twitter. Mentre lo racconta sorride in maniera indecifrabile, forse per pudore, forse con un po’ di malizia. Chissà. “Avrei scritto #quasiamici”, sorride, con questo suo sorriso a filo d’erba. Poi ritorna serio. “Se gli azionisti litigassero meno sarebbe meglio. Rcs non è un terreno di battaglia, è un’azienda importante. E il Corriere è un grande giornale in salute, malgrado l’abbiano gravato di debiti non suoi”. Così se c’è una cosa che il direttore del Corriere della Sera invidia ai rivali di Repubblica è che un editore ce l’hanno, Carlo De Benedetti. “Due direttori di grandissimo livello in quarant’anni, un solo editore. Chapeau”.

Mentre camminiamo lungo via Solferino, sulla leggera ansa che spinge la strada verso via di Castelfidardo, mi costringo a vincere l’iniziale ritrosia, la timidezza dovuta all’idea di essere un giovane giornalista che sta parlando con il direttore del Corriere della Sera. Recito dunque un’aria sicura, confidenziale, quasi spavalda, fin troppo. E dunque sento dire a me stesso all’incirca queste parole: “Certo che avete fatto una figura barbina con il pezzo di Alan Friedman. Erano notizie, per così dire, decotte”. Sorprendentemente de Bortoli non s’indispettisce, anzi mi scocca un’occhiata divertita, con un’indulgenza di cui gli sono immediatamente grato. “Hai le anticipazioni di un buon libro Rizzoli, che è la tua casa editrice. Che fai non le pubblichi? Siamo un’azienda, vendiamo, facciamo marketing. E poi Friedman aveva i nastri di uomini politici che si abbandonavano, non senza vanità, a confessioni su quelle giornate che portarono alla caduta di Berlusconi e all’ascesa di Monti”. E forse il direttore un po’ sta anche ammettendo che si trattava di notizie decotte, chissà. “Piuttosto mi stupisce un non so che di provinciale dei nostri politici. Hanno detto a Friedman, che è un americano ampiamente risciacquato in Italia, cose che a un altro giornalista italiano forse non avrebbero mai detto così”. Ti ha sorpreso di più Monti o Prodi? “Forse Monti”.

Ci sediamo a un tavolo un po’ appartato del Ristorante Solferino, disterà non più di trecento metri dalla grande scritta “Corriere”. E’ una di quelle strade molto milanesi, di quei quartieri molto borghesi, che immagini abitato da signore con strane e decorative conoscenze, che si comperano da Dior persino le calze, che hanno i bambini bilingui a due anni, che parlano francese al cane e hanno un fantasma nel castello. Con la sua voce garbata, de Bortoli mi mette subito in guardia: “Ti avverto, io mangio solo verdure bollite e pasta scondita”. Fai sport? “Bicicletta quando posso, a casa viene a trovarmi un istruttore di yoga”. Il direttore si sveglia alle sette, legge i giornali sull’iPad (“ma sono aggrappato alla carta”), poi va al Corriere. E la sera, come tutti i giornalisti, fa tardi. Se gli si chiede quale quotidiano sfoglia per primo dopo il suo, risponde di non aver un ordine preciso. Gli piace il Foglio, “tranne quando scrivete male del Corriere”. Ma la mattina non hai la curiosità di vedere cosa ha fatto Ezio Mauro? “Quello lo vedo subito, la sera prima”. E’ Repubblica il giornale degli italiani, gli dico provocatoriamente. “Leggo Repubblica con attenzione, ma il giornale degli italiani è sempre stato il Corriere”, risponde. Repubblica però vende di più, insisto. “Non è così. Noi siamo primi per vendite totali. Loro vincono in edicola, noi andiamo più forti con le copie digitali”. Allora diciamo che Repubblica è un giornale chiesa, mentre il Corriere non ha questa natura. “Sì, ma noi un po’ scontiamo le liti tra i nostri azionisti”. E insomma de Bortoli possiede la disinvoltura e la leggerezza dei gesti, che talora diventano quasi autorità, senza mai indulgere alla crudeltà o alla malizia nei giudizi. Anche se, dopo molta insistenza, poi ammette: “La Repubblica di Scalfari era forse un po’ più libertina di quella diretta da Mauro”.

Ora una domanda che lo indispettirà. Chi è quello che ti rompe di più le scatole, tra i cosiddetti padroni? “Non chiamano”. E forse non chiamano anche perché sono troppo impegnati a chiamarsi tra loro, urlando. “Sono a fine carriera e degli azionisti posso anche fregarmene”, dice de Bortoli. “La proprietà del Corriere è una specie di Consiglio di sicurezza dell’Onu. Si confrontano poteri deboli, contraddittori, taluni persino inconsistenti. Abbiamo un’indipendenza invidiabile in redazione. Io pubblico Milena Gabanelli, che non ha fatto il minimo sconto ai nostri azionisti. E pubblichiamo spesso cose sgradite alla proprietà”. De Bortoli esprime un rispetto quasi sacro per la notizia. “Tronchetti lo abbiamo messo sulla graticola”, ricorda. “Mucchetti criticò Marchionne, con durezza, e aveva ragione”.

A proposito di Marchionne: la Fiat, nella sua nuova dimensione così americana, abbandonerà il Corriere? “L’Italia è un pezzetto dell’impero Agnelli”, dice il direttore, palindromo. E allora bisogna insistere: la prima lingua di John Elkann non è l’italiano – dico al direttore – mentre Della Valle sarà anche a capo di un’azienda nana, ma la Tod’s è pur sempre un’azienda italiana. E lui risponde con decisione: “Le loro polemiche non sono state piacevoli”. E lo dice mentre i suoi inquieti occhi blu sembrano mandare lampi malinconici. “Sono volate parole d’una ruvidezza eccessiva. E queste cose danneggiano il Corriere, come ci ha danneggiato la vendita dell’immobile di Via Solferino”. Ed ecco una frase sonora: “La vendita di Via Solferino è stata la certificazione della crisi italiana”. Ma il Corriere non va affatto male. “Questo giornale nel 2013 ha avuto un margine operativo di 30 milioni di euro. Il Corriere va benone. E’ il resto che forse non va altrettanto bene”. Ci saranno i prepensionamenti? “La redazione ha già fatto enormi sacrifici. Io sono contrario ai tagli per fascia d’età. Mi sembra una barbarie, oltre che una cosa stupida”. E allora de Bortoli fa una pausa, assume quasi un tono solenne: “Finché sarò direttore del Corriere della Sera non firmerò mai una sola lettera di cassa integrazione”.

Gli chiedo se il declino dell’Italia è cominciato con la morte di Gianni Agnelli. E lui fa un cenno d’assenso con la testa, poi lo sguardo gli si fa improvvisamente remoto, come assalito da un’immagine, un ricordo, un pensiero lontano. “L’Avvocato è oggetto di un eccessivo revisionismo storico”, dice stringendo le labbra. “Aveva un attaccamento all’Italia che altri imprenditori, oggi, non hanno. I poteri forti non esistono più. Anche Confindustria è diventata una specie di grande e contraddittorio sindacato. Marchionne ha avuto ragione a uscirne”. E il direttore, parlando, fa sfoggio d’un garbo addirittura démodé, non s’increspa mai (anzi pare nasconda un sorriso) quando critica la razza padrona e gli stessi azionisti del suo giornale. “Dopo Agnelli, con le privatizzazioni, il capitalismo si è rifugiato nei monopoli e nei patti con la politica proprio quando invece il mercato internazionale si apriva”. E c’è un’altra ragione di sconforto circa il capitalismo italiano: la sua totale indifferenza. “Ha perso il gusto della battaglia”, dice de Bortoli. “Tre cose soprattutto caratterizzano il capitalismo italiano: la ricchezza, il provincialismo, la noia. Per fortuna abbiamo avuto il cosiddetto quarto capitalismo e aziende come Luxottica, che parlano italiano ma hanno una vocazione internazionale”.

L’amministratore di Luxottica è un giovane manager molto quotato, Andrea Guerra. “Si è affrancato dal sistema di relazioni di questo paese”, conferma de Bortoli. E allora faccio notare al direttore che Guerra ha una simpatia notoria per Matteo Renzi. E lui: “Renzi catalizza tutte le aspirazioni alla novità in un paese fermo. Ma questo non basta. E mi è dispiaciuto il modo in cui è stata chiusa la vicenda di Enrico Letta”. Sembra di capire che Renzi non ti sta simpatico, direttore. “Per ora siamo alla sceneggiata dannunziana. Ma in realtà mi auguro che abbia successo. Se Renzi funziona, funziona anche l’Italia. Ma tutto è più complicato di come appare”, dice, mentre sottolinea le pause e i sottintesi. “La scena politica si sta svolgendo come se l’Europa non ci fosse. E Renzi tra un po’ sarà chiamato invece a un bagno di realismo, dovrà confermare il rispetto del vincolo del 3 per cento nel rapporto deficit/pil. Adesso lo spread è basso, tutto è calmo. Ma non è escluso che l’Italia torni a essere un’osservata speciale. Lo slancio e l’impeto giovanile vanno bene. Ma ci vuole anche ponderazione, e il soccorso di uomini che sanno stare in Europa”. Ma l’Italia, un uomo che sapeva stare in Europa l’ha avuto: Monti. E non è andata un granché bene. “La storia gli restituirà molto di quello che la cronaca gli ha sottratto. Dobbiamo a lui se non siamo finiti come la Grecia”. L’Italia lo ha triturato, Monti. Il Foglio qualche tempo fa ha paragonato Monti a Gulliver, un gigante divorato dai Lillipuziani: da Casini e da Riccardi, dalla politica di sacrestia, dalla nera pozza democristiana, quella in cui s’affogano tutti i meriti. “Monti ha sottovalutato le insidie”, dice de Bortoli. E quando parla di Monti, che è stato a lungo editorialista del Corriere, il direttore ammette di parlare di un amico. “L’Italia è strana”, dice. “Ha allergia per tutte le cose serie. E non sopporta nemmeno i governi forti. Da Craxi fino a Berlusconi. Qui da noi c’è un interesse diffuso ad avere un governo debole, ricattabile, di scarsa durata”.

E con Berlusconi parli mai? “Non lo vedo da molto tempo. Ricorre in questi giorni il ventennale del famoso dibattito tra lui e Occhetto, per le elezioni del 1994. Mentana era l’arbitro. Io, Lerner e Fuccillo invece facevamo le domande. Quella sera capii che Occhetto avrebbe perso le elezioni. Durante le pause pubblicitarie il segretario del Pds parlava con noi, si dimostrava sicuro. Berlusconi invece taceva, e ripassava la lezione”. Credi che Marina Berlusconi finirà con l’ereditare anche il ruolo politico del padre? “Non so se è in grado di fare un salto così complesso”, dice. E l’occhio ironico di de Bortoli scintilla. Gli chiedo: pensi che Berlusconi abbia danneggiato l’editoria in Italia? “Il conflitto d’interessi è stato agitato dal centrosinistra sempre come arma negoziale, di scambio. E se un editore fa politica, ne soffrono sia la politica sia l’editoria”.

Quando si accorge che non sto quasi toccando cibo, ma prendo appunti, il direttore assume un atteggiamento quasi paterno, “mettilo via”, mi dice, indicando il moleskine. E la conversazione si fa forse più distesa, confidenziale, malgrado l’austerità del cibo – verdure bollite, una parvenza d’olio, un piatto di spaghetti con poco parmigiano. L’intervista per un po’ si rovescia. E’ lui che fa le domande, con curiosità di cronista. Veleggiamo anche sull’estremamente leggero, o quasi. Cosa guardi in televisione? “Devo confessare che la guardo pochissimo. Forse non la guardo per niente”, dice. Poi sussurra, metà per scherzo e metà sul serio: “Forse però questo non dovevo dirlo, visto che molti anni fa stavo per diventare presidente della Rai”. A de Bortoli piacciono i libri, il lavoro dell’editore. “Sono stato l’editore della Fallaci”, ricorda. “Avevo intitolato il suo libro sull’11 settembre così: ‘Il massacro e l’orgoglio’. Oriana mi chiamò arrabbiata. Me lo fece cambiare in ‘La rabbia e l’orgoglio’”. Ed ecco che senza enfasi, né retorici tremolii, racconta anche di Montanelli e di Biagi. “Indro telefonava e diceva: ‘Non mi far fare la figura del bischero. Se il pezzo non va bene o è da tagliare, taglia tutto’”. E voi tagliavate i pezzi di Montanelli? “Ovviamente no. Nessuno osava tagliare proprio niente, era pur sempre Montanelli. Però lui si divertiva così, a fare quello normale, quello semplice. Biagi invece era diverso…”. Adesso è Eugenio Scalfari il decano, il monumento del giornalismo italiano. “E’ un maestro. Mi voleva a Repubblica, era il 1986. Rifiutai. Avevamo un bellissimo rapporto, poi abbiamo litigato, nel 2009. Mi imputava condiscendenza e debolezza nei confronti di Berlusconi. Da allora non ci siamo più sentiti per molto tempo”. Chi sono i giornalisti che assumeresti subito dalla concorrenza? “E’ una bellissima domanda alla quale un direttore non deve rispondere mai”.

Saluto de Bortoli mentre scendo le scale in marmo di Via Solferino, non ho potuto non chiedergli di sbirciare il mitico tavolone albertiniano, una copia di quello del Times: ripiano inclinato e lampade verdi, le stesse che un tempo illuminavano le Olivetti. Questo posto esercita un fascino speciale su chiunque faccia il giornalista. A un certo punto, rivelandomi le stanze e i corridoi, e con orgoglio anche le fotografie che li adornano, quelle vecchie e quelle nuove, come un lampo autoironico ha attraversato lo sguardo del direttore del Corriere della Sera: “Sembro Berlusconi che mostra le meraviglie di Arcore, eh?”.

Ferruccio de Bortoli è il primo ospite della collana “A tu per tu” di Salvatore Merlo

© FOGLIO QUOTIDIANO


 | 

comments powered by Disqus