Una riforma al mese? Solo se “l’ipertrofia dell’ego” dei burocrati permette

“Una riforma al mese”, da ieri, è la frase sulla quale si misurerà il successo o l’insuccesso di Matteo Renzi, il presidente del Consiglio (incaricato) più giovane della storia italiana. Il metodo annunciato, a volerlo giudicare con il metro di alcuni autorevoli economisti contemporanei (non sospettabili di corrività con il sindaco rampante), è corretto.

Una riforma al mese? Solo se “l’ipertrofia dell’ego” dei burocrati permette

“Una riforma al mese”, da ieri, è la frase sulla quale si misurerà il successo o l’insuccesso di Matteo Renzi, il presidente del Consiglio (incaricato) più giovane della storia italiana. Il metodo annunciato, a volerlo giudicare con il metro di alcuni autorevoli economisti contemporanei (non sospettabili di corrività con il sindaco rampante), è corretto. In fondo “move fast and break things” è anche il motto che i dipendenti di Facebook leggono ogni mattina all’ingresso dei loro uffici nella Silicon Valley. E non è soltanto retorica o training autogeno.

Daron Acemoglu, professore al Mit di Boston e già autore del bestseller “Perché le nazioni falliscono”, ha appena pubblicato infatti un paper intitolato “Young, restless and creative”, “Giovani, instancabili e creativi”. Qui il legame tra età (poca) e capacità di innovare (tanta) è perfino quantificato. Vale statisticamente per il mondo dell’impresa privata, visto che le società che promuovono manager più giovani sfornano in media un numero maggiore di innovazioni radicali (misurate con brevetti e citazioni su riviste scientifiche), e vale più in generale per le società in cui viviamo, fa intendere Acemoglu, questa volta però senza numeri alla mano. L’ipotesi di studio viene direttamente dagli scritti di Joseph Schumpeter (1883-1950): il meccanismo della “distruzione creatrice” si mette in moto quando gli incentivi economici e istituzionali premiano idee trasformative della realtà, ma dipende pure da apertura e disponibilità psicologica degli innovatori a deviare dal sentiero finora battuto, sia esso tecnologico o istituzionale. “Libertà mentale” e “ribellione”, non a caso, sono fattori presi seriamente in considerazione da Schumpeter nella sua “Teoria dello sviluppo economico”.

Fuori dai libri di testo, però, e specificatamente in Italia, Renzi dovrà fare i conti con quanto ha scritto di recente Angelo Panebianco sul Corriere della Sera: “Nulla può essere senza il placet della burocrazia e delle magistrature, amministrative o ordinarie che siano. E poiché quelle sono tutte strutture adibite alla conservazione dell’esistente, i loro vertici non daranno mai alla politica il permesso di introdurre i cambiamenti invocati dal resto del paese”. Per l’ex ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, quella del paese ostaggio della burocrazia è “una sacrosanta balla”, tuttavia non sono mancati i ministri dello stesso governo Letta che – dietro le quinte – lamentavano di essere costretti a perorare le ragioni dei loro provvedimenti con i singoli membri della Ragioneria dello stato, come se nemmeno il neo ragioniere in chief Daniele Franco potesse fare più di tanto. D’altronde il vizio di negare il problema burocratico cancellandolo nominalisticamente non è nuovo, sostiene il giurista Teodoro Klitsche de la Grange nel pamphlet “Funzionarismo”, pubblicato da Liberilibri.

“Funzionarismo” sta a indicare “una burocrazia che non si riconosce più come potere servente, ma in grado di soppiantare quello sovrano. E’ un’‘ipertrofia dell’ego burocratico’, la macchina che si considera pilota, l’esecutore che si pensa guida”. Di “funzionarismo”, all’inizio del ’900, hanno parlato italiani illustri: il giurista Antonio Salandra (riferendosi allo stato moderno che incrementava quasi per inerzia funzione amministrativa e personale addetto), l’economista Giustino Fortunato (identificando una “piccola borghesia dominante” attirata dall’idea di sostituire “vaste imprese pubbliche, autoritarie e gerarchiche, alla libera concorrenza dei cittadini”), e il pensatore politico Antonio Gramsci (incuriosito dallo stato liberale che esalta l’autonomia della società civile ma poi lascia espandere i poteri burocratici, e preoccupato dal funzionarismo di quadri sindacali e partitici che sopiscono lo spirito rivoluzionario). Poi, però, il termine è lentamente scomparso dai radar. Ingiustificatamente, sottolinea De la Grange, facendo l’esempio dell’articolo 28 della Costituzione che fu concepito per difendere il cittadino dal potere amministrativo e burocratico, poi però applicato di rado dalle magistrature superiori, pur in presenza di apparati pubblici mediamente poco efficienti e non sempre corretti. C’è anche il caso delle garanzie istituzionali, concepite per esempio per difendere indipendenza e terzietà della magistratura, poi invece ingiustamente promosse a rango di diritti soggettivi fondamentali e spesso trasformate in “deroghe da obblighi, doveri e soggezioni”. Con lo “spirito rappreso” delle nostre società (Weber), con quella “macchina per la macchina” (Fortunato) a cui non piace sentir parlare di sé, si confronterà il tentativo creativo e perciò distruttivo del giovane Renzi.

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