Gli altri autori. Fenomenologia del cronista alle prese con gli eroi di Sanremo

Per tradizione, la sala stampa di Sanremo è quel posto dove non si vedono mai né giovani promesse, né venerati maestri, ma solo i giornalisti della categoria di mezzo: creature ibride a metà tra il cronista politico, il cronista di spettacolo, il cronista sportivo, il cronista culturale. Solitamente, la sala stampa di Sanremo si declina al singolare ma in realtà le sale stampa sarebbero due: quella, appunto, dei soliti eccetera, e quella che da quest’anno è stata intitolata a Lucio Dalla.

di Francesco Caldarola

Gli altri autori. Fenomenologia del cronista alle prese con gli eroi di Sanremo

Sanremo. Per tradizione, la sala stampa di Sanremo è quel posto dove non si vedono mai né giovani promesse, né venerati maestri, ma solo i giornalisti della categoria di mezzo: creature ibride a metà tra il cronista politico, il cronista di spettacolo, il cronista sportivo, il cronista culturale. Solitamente, la sala stampa di Sanremo si declina al singolare ma in realtà le sale stampa sarebbero due: quella, appunto, dei soliti eccetera, e quella che da quest’anno è stata intitolata a Lucio Dalla (forse prendendo spunto da quella sua bellissima canzone: “Non c’è niente da capire / basta sedersi e ascoltare”). Dentro la Sala Dalla, è confinata la maggioranza di quelli che tutti chiamano genericamente – con aria smart e ammiccante – “i colleghi delle radio”, ma che di fatto sono i colleghi esclusi, al punto che la Sala Dalla non è neppure dentro l’Ariston ma nella ultra chic “Casa Sanremo” al Palafiori, che certo non è lontana ma neppure dentro, dove per dentro si intende il posto dove parlano Fazio, la Littizzetto e Leone: l’Ariston. In un gesto di enorme democrazia giornalistica, però, ai “colleghi delle radio” è consentito anche parlare e fare qualche domanda: in collegamento, però, e “purché breve”. E loro, pazienti, vanno al microfono, con alle spalle un palco tutto imbandito di fiori, vuoto, e fanno la domanda. Poi, certo, ogni tanto qualcuno va anche di là, soprattutto i cantanti, perché si sa: dischi se ne vendono pochi e qualche passaggio anche su Radio Disperata comunque fa.

Ma il Festival, come si sa, il Festival di quelli che contano, di quelli che tuittano pesante, che hanno i follower importanti, è di qui, con tutti i Fegiz e le Venegoni, e i giornalisti che fanno opinione e vanno pure alla tv. Anche di qui – dove si trova “la carta stampata” e dove quest’anno, come se uno si lavasse la biancheria ogni sera, i presenti sono stati omaggiati con un campioncino di detersivo – da tradizione immutabile, c’è un criterio: giornaloni davanti e poi via via scemando, qualche radio che fuori non si può tenere, i settimanali (pure Topolino) qualche mensile, i fotografi. Dicono che Vanity Fair quest’anno la faccia da padrone, ma il direttore Dini, very polite, è seduto a scrivere ordinato al suo banco con il laptop. La sala stampa, poi, vota pure, e vota importante: nelle prime serate il voto di qui ha un peso, e quindi, insomma, manco si scherza. E un po’ ci si crede, anche se non fa elegante dirlo e quindi tutti si lamentano, sempre, e di tutto. La Sala stampa ha anche un presidente, una figura “di garanzia”, come si direbbe in politica, che per tradizione, dopo che per anni il ruolo era stato ricoperto dalla leggenda vivente Paolo Zaccagnini del Messaggero, negli ultimi anni è stata appannaggio di Andrea Spinelli, gran conoscitore di canzoni, modi garbati, buoni rapporti. Ma come neanche nel “Nome della Rosa” anche qui ci si parla dietro, tantissimo, e si maligna, si vocifera, si sibila, e così pare che qualcuno voglia prendere il posto dello Spinelli, e che dunque si proponga, cerchi appoggi, giocando sottilissime partite sotterranee. Sono però finiti i tempi d’oro: dove di dorate, oltre alle vendite dei dischi, oggi appannaggio solo di chi segue i talent e guarda i programmi di Maria De Filippi, erano anche le trasferte dei giornalisti. Tempi mesti, questi di crisi, dove al massimo si vedono un paio di persone a testata, “più quello dell’onlain” che ovunque verrebbe considerato il doppio degli altri per i contatti che muove e invece qui è come dire Peppiniello di Capua con gli Abbagnale: ci sei, sei importante, ma vuoi mettere?

Poi c’è il caso dei casi, di cui parlano tutti da settimane (ma solo in privato, mai davanti a più di due colleghi insieme) e cioè il fatto che quest’anno da Via Solferino avrebbero detto no a MLF, cioè a Mario Luzzatto Fegiz, il critico dei critici, il più importante, il più famoso. No, nel senso che gli avrebbero detto – sostengono quelli che sono certamente dei maligni invidiosi – che non avrebbero pagato. Basta cene da Vittorio, basta albergoni, stop. E devono essere veramente arditi dalle parti di Via Solferino per negare al nostro la gioia dell’ennesimo pass stampa (siamo attorno ai 40 o giù di lì), visto che le sue presenze qui – come egli stesso ha raccontato in un già leggendario pezzo su Sette delle scorse settimane – hanno regalato perle su perle, come quando rimbalzò la cantante che gli si era presentata in camera “ma solo perché avevo la febbre a 38 e mezzo”, o litigò, ammazza!, persino con Toto Cutugno. E quindi si fa spazio il refolo di cattiveria, lo spiffero, perché MLF nostro, per fortuna, è qui seduto in prima fila anche quest’anno e fa domande sui musei che il comune di Sanremo dovrebbe aprire, e quindi tutti a chiedersi chi avrà mai pagato il soggiorno al nostro. E insomma: Renzi riceve incarichi, ma qui tutto scorre, a metà pomeriggio la sala è già un bivacco. I colleghi si dividono. Di là gli altri, di qui la carta. E’ un altro festival. Con altre perle. E una cattiveria e una competizione che all’Ariston semplicemente se la possono sognare.

di Francesco Caldarola

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