Monti a ruota libera su Renzi & C.

Lui lo vede, lo scruta, lo segue e ovviamente non può dirlo come vorrebbe. Ma mentre è lì che osserva la Smart di Matteo entrare a tutta velocità al Quirinale per parcheggiare nel rettangolo riservato agli “incarichi” tu lo capisci che lui, Mario, pensa proprio quello. E pensa che in fondo se Matteo sta per fare quello che tra qualche ora dovrebbe fare – andare da Napolitano, farsi consegnare l’incarico, nominare un governo, trasformare la rottamazione in una costruzione – il merito non è solo del voto con cui due giorni fa la direzione ha spinto l’utilitaria di Letta verso il garage della demolizione è anche di quel lavoro lento, duro, doloroso cominciato tre anni fa.

Monti a ruota libera su Renzi & C.

Lui lo vede, lo scruta, lo segue e ovviamente non può dirlo come vorrebbe. Ma mentre è lì che osserva la Smart di Matteo entrare a tutta velocità al Quirinale per parcheggiare nel rettangolo riservato agli “incarichi” tu lo capisci che lui, Mario, pensa proprio quello. E pensa che in fondo se Matteo sta per fare quello che tra qualche ora dovrebbe fare – andare da Napolitano, farsi consegnare l’incarico, nominare un governo, trasformare la rottamazione in una costruzione – il merito non è solo del voto con cui due giorni fa la direzione ha spinto l’utilitaria di Letta verso il garage della demolizione è anche di quel lavoro lento, duro, doloroso cominciato tre anni fa. Quando il governo di Mario, Mario nel senso di Monti, ha premuto il pulsante “start” di una catena di montaggio che tre anni fa ha partorito come prodotto la parola “austerity” e che oggi ha partorito invece la parola “Renzi”.

E volendo prendere in mano la cinepresa e volendo allargare l’inquadratura il passaggio da Monti a Renzi passando per Letta è un passaggio quasi naturale e quasi consequenziale e quasi logico per far uscire il paese dalla famosa “palude”: prima un tecnico severo che blocca la gare e indica una nuova direzione di marcia, poi un poli-tecnico che gestisce l’uscita della safety car, infine un politico che decide di far uscire di scena la safety car e sceglie di guidare la macchina con il suo stile. Mario Monti, ex presidente del Consiglio, senatore a vita, fondatore di Scelta Civica, è qui di fronte a noi al secondo piano di Palazzo Giustiniani, due passi dal Senato, e dal suo studiolo affacciato sui sanpietrini di piazza dal Pantheon, accanto a una cornicetta rotonda appesa dietro le sue spalle con la famosa prima pagina del Time di due anni fa (“Can this man save Europe?”), accetta di parlare per un’oretta abbondante con il cronista per capire se davvero this man, ovvero Renzi, can really save Italy. Monti sorride, si siede sulla poltrona, poggia un blocco di fogli di appunti alti come quattro dita sulle gambe e comincia a conversare. “Enrico Letta e il suo governo meritano rispetto e apprezzamento. Letta ha fedelmente iscritto il percorso del governo all’interno di una prospettiva europea e ha resistito alla tentazione di violare  la disciplina di bilancio: scelta di serietà, di per sé   positiva. Ai fini della crescita e dell’occupazione, che passano dalle indispensabili riforme strutturali, credo invece che si sarebbe dovuto fare di più. Ma questo avrebbe richiesto una gestione un po’ più aggressiva della grande coalizione da parte del governo. Ai partiti, a mio parere, sarebbe stato giusto richiedere di accollarsi, in modo equo, il costo politico che ciascuno di essi deve subire per vincere quelle resistenze corporative delle loro diverse constituencies che frenano la crescita. Invece la grande coalizione che oggi si chiude è stata vista da alcuni partiti (Pdl in testa, e in questo Forza Italia e Nuovo Centrodestra erano, e in fondo sono ancora, un tutt’uno) come un modo per ottenere dal governo l’adempimento di loro promesse elettorali. Il caso dell’Imu sulla prima casa non richiede commenti. Anche se non mi sembra elegante insistere sugli aspetti critici in un momento in cui ad Enrico Letta vengono mossi anche addebiti non dovuti mentre non vengono riconosciuti innegabili meriti, devo dire – continua Monti mentre con le mani impasta i ragionamenti con un movimento simile a quello utilizzato dai ceramisti per modellare l’argilla – che mi è sembrato un errore politico non inquadrare l’azione del governo in un contratto di coalizione, utile anche per sottoporre i partiti al vaglio e alla pressione dell’opinione pubblica. Immagino che Matteo Renzi, se non avrà ripensamenti e davvero vorrà diventare primo ministro, non si lascerà sfuggire l’occasione di dare nerbo fin dall’inizio ad una coalizione – grande o piccola, lo vedremo – con la quale, indossato l’elmo e imbracciato lo scudo, andare ad aggredire le incrostazioni corporative di destra e di sinistra, anzi cominciando dalla sinistra perché solo così potrà rapidamente costruirsi una vera credibilità, in Italia e nella difficile Europa. Dobbiamo augurarci che ci riesca. E potrà fruire di due vantaggi: non deve più affrontare l’emergenza finanziaria, potendosi perciò concentrare sulla crescita; può operare su un arco di tempo abbastanza lungo da far vedere agli elettori, fra quattro anni, anche i benefici che deriveranno dalle riforme, non solo i costi che inizialmente dovranno essere subiti. Il governo Letta aveva il secondo vantaggio, ma il primo non era ancora del tutto consolidato. E nessuno dei due vantaggi poteva avere il mio governo chiamato per l’emergenza finanziaria e con le elezioni a un anno e mezzo (a parte i frequenti preannunci di “stacco della spina”, giusto per farci lavorare in tranquillità). Renzi dunque ha la possibilità, anche traendo frutto dalle luci e dalle ombre dell’esperienza di Letta, di portare il paese verso un orizzonte davvero migliore. Con un però”. Quale professore? “Il però riguarda la prima sfida che, da presidente del Consiglio, Renzi dovrà affrontare: mostrare una propria autonomia rispetto alle vecchie burocrazie dello stato e rispetto a quelle corporazioni che spesso danno l’impressione di avere a cuore più i propri interessi che gli interessi del paese: e che reagiscono sempre in modo vivace – dice Monti con un sorriso mentre scandisce con tono professorale la parola vivace – di fronte a ogni tentativo di riforma. Insomma: il segretario del Pd deve ridare dignità al potere pubblico e deve evitare che ci siano altri interessi che possano ostacolare il suo programma di governo. Vorrei però dire una cosa importante: quando sento dire in giro che questo paese è ingovernabile e irriformabile mi viene da sorridere, e vi spiego perché”.

“Io – continua Monti – non credo alla tesi che questo paese sia ingovernabile. Non credo a chi dice che l’Italia sia irriformabile. Non credo che nel nostro paese sia impossibile fare le riforme. Osservando la politica prima dall’esterno e poi dall’interno ho capito che gli italiani sono più governabili di quanto crediamo. E in questo senso direi che non è un problema di ‘se si possono fare’ ma di ‘se si vogliono fare’. Governare, in buona sostanza, significa  prendere decisioni e portarle fino all’attuazione. Credo che la prima scommessa di Renzi sarà relativa a un tema sul quale penso che egli sia in sintonia con quanto alcuni di noi sostengono da vent’anni: la priorità del lavoro e il superamento del consociativismo”. Monti fa una pausa, risponde al telefono, apre la scatola del suo iPhone 5 appena comprato, offre al disperato cronista il cavetto per caricare il telefono, e poi, sorridendo, ricomincia a parlare. “Vedete, noi, e qui parlo del mio governo, abbiamo evitato all’Italia una prospettiva di insolvenza che le analisi dell’epoca – racconta Monti consultando un rapporto della Deutsche Bank con l’aria di chi voglia far capire che questa è una notizia – davano al quaranta per cento di probabilità. Oggi però la situazione è diversa, le riforme si possono fare con meno sacrifici, il percorso non è più in salita e i nemici da affrontare sono altri e riguardano non lo spread o la crisi del debito ma soprattutto la disoccupazione. Su questo non si può pensare che il modo migliore per creare nuovi posti di lavoro sia quello di bussare alle porte dell’Europa e chiederle di autorizzarci ad avere un deficit maggiore per creare lavoro con la spesa. Ciò che occorre è una revisione del modello contrattuale che dia più peso ai contratti aziendali e al ruolo della produttività”.

Monti si spiega meglio e continua il suo ragionamento. “Qui – dice Monti continuando a gesticolare nella sua rigida ed elegante divisa composta da rigoroso completo con giacca e pantaloni blu, camicia azzurrina e cravatta celeste a pois bianchi da perfetto presidente del Consiglio a vita – non si tratta di non essere solo arrendevoli ai sindacati ma anche di tener presente che è il governo e non Confindustria che deve guidare l’Italia. Credo sia opportuno che forze come Confindustria alzino il tono della voce per indicare alcune priorità per il paese, come per esempio l’abbassamento del cuneo fiscale. Penso però anche che queste forze a volte si ritrovano nella condizione di chi chiede al governo di fare i compiti a casa senza aver fatto prima i propri compiti a casa. Voglio dire che il mondo industriale, come segnala Gianfelice Rocca, presidente di Assolombarda, deve rendersi conto che in casa propria ha dei problemi, come la produttività e come la competitività, che dipendono anche dalla lungimiranza delle imprese e dalle loro politiche di investimento”.

Monti fa una pausa, risponde a una telefonata, sfoglia ancora alcuni appunti, chiede al suo braccio destro Elisabetta Olivi se sta parlando troppo di politica – sa, io ormai sono fuori dalla politica – Olivi sorride e dice al presidente di non preoccuparsi e di andare avanti.
“Sono convinto che per Renzi aprire in modo eccessivo la sua maggioranza potrebbe essere rischioso e che per dare al paese le riforme che occorrono non è necessario avere uno o due senatori in più ma occorre soltanto la voglia di cambiare davvero il paese. A questo però va aggiunto un altro dettaglio che credo potrebbe essere un indicatore utile per valutare il prossimo governo. Se il nuovo presidente del Consiglio vorrà governare per cambiare il paese dovrà farlo senza aver paura di essere lì a correre il rischio di perdere le prossime elezioni. Lei mi chiede se l’Italia è un paese ingovernabile. Io faccio un altro ragionamento. E’ vero che i pochi governo che hanno dato una scossa al paese sono stati quelli che hanno dovuto farlo perché spinti da fattori esterni. Si pensi al governo Ciampi, al governo Amato, al governo Prodi con l’obiettivo dell’entrate nell’euro, e se posso permettermi al mio governo. Oggi invece è veramente arrivato il momento in cui chi governa deve essere in grado fare riforme non perché spinto da una imminente crisi finanziaria ma perché spinti dalla voglia di rivoltare come un calzino l’Italia anche per evitare una nuova crisi finanziaria”.

Monti dice che il banco di prova per misurare la modernità di Renzi non potrà essere soltanto legato agli sprechi della casta o all’abolizione del Senato (che Monti suggerisce a Renzi di riformare seguendo l’esempio non della generica camera dei sindaci ma della House of Lords inglese) ma dovrà essere anche legato per esempio a una buona riforma della giustizia, “che credo sia – dice il Prof. – un’urgenza non meno prioritaria di una riforma elettorale, e mi aspetto che Renzi superi quel tic nevrotico che ha portato la sinistra a essere contraria per troppi anni a una riforma della giustizia, comprensiva ovviamente anche di una riforma legata alla responsabilità civile dei magistrati e alla limitazione dell’abuso delle intercettazioni, solo perché a proporla era Silvio Berlusconi. D’altra parte mi aspetto un rafforzamento delle norme anti corruzione, in particolare per quanto riguarda la questione della prescrizione, del falso in bilancio e dell’autoricilaggio. Ecco. Si può fare molto dal governo. Non è impossibile governare l’Italia. Non lo è. Bisogna solo volerlo. E credo che, se ho imparato a conoscerlo bene, questo ragazzo – dice il prof sorridendo – potrebbe anche essere la persona giusta per prendere il paese e rivoltarlo come si deve”.

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