Il miracolo della famiglia

Quando ci siamo trovati insieme, io e i miei figli, sotto la bara di mio padre, portandola in spalla, abbiamo vissuto non poco fuoco. Giuseppe, sedici anni, mi scrutava per scongiurare altre mie lacrime. Saro, il grande, quello col nome del nonno, prendeva il controllo del momento. Ecco, io ero l’orfano e loro mi tenevano d’occhio perché è sempre un mettere alla prova i padri, questo fanno i figli. E questa è la loro fatica: amano raggranellando pezzi importanti di vita. Stanno distanti, devono pur andarsene, e poi sbucano d’improvviso. Per mettere alla prova.

Il miracolo della famiglia

Quando ci siamo trovati insieme, io e i miei figli, sotto la bara di mio padre, portandola in spalla, abbiamo vissuto non poco fuoco. Giuseppe, sedici anni, mi scrutava per scongiurare altre mie lacrime. Saro, il grande, quello col nome del nonno, prendeva il controllo del momento. Ecco, io ero l’orfano e loro mi tenevano d’occhio perché è sempre un mettere alla prova i padri, questo fanno i figli. E questa è la loro fatica: amano raggranellando pezzi importanti di vita. Stanno distanti, devono pur andarsene, e poi sbucano d’improvviso. Per mettere alla prova.

Questo fanno i figli. L’avevo fatto appena qualche giorno prima io con mio padre, nel suo letto di degenza, versando nel suo orecchio un nostro scherzo: dire buonanotte al modo di Ficarra e Picone. Lo misi alla prova. Mi rispose: “Ciao, ciao!”

I figli sanno di diventare padri e non nel senso di essere un giorno genitori di altri figli, ma – assumendone con l’anima, anche i modi, i tic, la fisionomia, la sordità perfino – i figli sanno di far tornare in loro stessi, gli stessi propri padri.

Quando, infatti, mi sono preso in spalla la bara non sapevo ci fossero loro, i miei figli, li ho visti e ho avuto un tuffo al petto – abbiamo fatto casa di quel legno, ci siamo stretti in un singhiozzo – perché quello è il momento terzo dell’Addio, perché quando muore il proprio padre succede che si nasce nuovamente. Solo che quel venire alla luce, nel lutto, è crudezza di un fatto conclamato: la morte. E non è un nascere nella pienezza, ma nel vuoto.

Quando poi il carro funebre è andato avanti io facevo il figlio con mia madre e loro facevano quello che i figli diventavano nel vedere andare via il nonno, facevano gli uomini diventati grandi.

Eravamo in macchina. Da Agira eravamo diretti al cimitero di Leonforte, destinati alla notte, con tutta una pioggia siciliana che non voleva smettere e quando siamo arrivati al camposanto, loro due – diventati uomini – insieme ai cugini, agli zii facevano i doveri e gli onori; porgevano i saluti e offrivano ancora una volta il braccio al legno e poi ancora al dolore. Uomini fatti – a poche settimane da quel giorno sono rimasti uomini – mettevano da parte il proprio, di dolore, per accudire gli altri. E scortare la mamma, e la nonna, l’altra nonna e tutto il mondo delle donne. Veri uomini, veri cavalieri. Con in testa Angelo, il cugino grande che è maestro di scienza e di saggezza.

I primi due momenti dell’Addio sono in quel morire che capita in casa – quel restare del morire, quella veglia che fa santa la casa – e poi il rito quando il lutto diventa un atto pubblico. I figli indossano la giacca e mettono la cravatta con la solennità dovuta, stringono le mani di una processione di donne e uomini, di storie, tantissime, e così conoscono ciò che devono riconoscere, l’origine. Il funerale certifica la storia tutta del nonno e adesso tutta loro di scuola, politica e teatro. Ed è ciò che segna il passaggio dalla fragilità dell’adolescenza alla solidità del vivere. Fosse pure nella durezza di una tumulazione, crudele quanto naturale, inaudita e dolce perché – è così – da Lui veniamo, a Lui torniamo. Fosse pure con i rumori della scuola, con i colori della politica e con la sorpresa del teatro.

I figli non cambiano la vita ai padri. Cambiano la testa. Venendo da Lui per tornare a Lui i figli stanno in mezzo – guadagnano la vita – per accendere di nuova vita le madri e non far precipitare i padri nell’abisso dell’io ragliante del mondo.

Un padre sta solo a difesa dei figli. Questo è il suo compito. Un padre presta il proprio ruolo, fin dall’etimo, al patrimonio. E fa guerra un padre, si mette sempre contro lo spirito del tempo. Figurarsi poi, che cosa non fa una madre, la madre è la fureria della loro esistenza, la fabbrica di festa e guardiania. La madre diventa madre con il tamburo addosso, con il cronometro su ogni respiro, ogni colpo di tosse e ogni medaglia guadagnata col sorriso. Ma il padre fa il padre e una dottoressa, infatti, un giorno me lo disse “ricordi, spetta al padre il compito spirituale; la mamma è tana ma il papà è quello che li porta, i figli, nel mondo”. Questo mi disse ed è un fatto di educazione oltre che di stile, dare ai figli il nome dei nonni, paterni e materni, è un situare se stessi per far crescere loro.

E’ un fatto di natura. E non c’è nulla di più importante per un figlio, del ricevere radice. E perciò dare impronta, marchio, destino perfino in quel radicarsi che dà germogli. Adesso, per esempio, io sto scrivendo da Verona. Sono a casa di Francesco Rubino che è di Verona, certo, è un maestro, un artista riconosciuto in questa terra dove ha casa e nel mondo che lo applaude. Lui ha sangue di Leonforte e io sono qui, e io e lui siamo amici, perché lui è figlio di suo padre e io del mio ed è destino, impronta, marchio il nostro ritrovarci. La sua e la mia è una storia di figli.

Il sentimentalismo è fuori luogo, l’amore no. Quando un bimbo si guarda intorno, innanzi tutto si procura il modo più veloce per diventare grande. E diventare grandi è farsi forte nell’essere uomini. Solo gli evirati possono temere gli anni che passano, i bambini che fanno pipì lesta e dritta non hanno spavento dell’essere grandi.

Mai essere piccoli. Una formula bella che mi ricordo della mia età bambina, era quella di ripetere sempre: “Quando io ero grande…”.

Quando dopo l’Addio siamo entrati nel lutto ho ritrovato nei miei figli, Saro e Giuseppe, due che sanno insegnare la dolcezza dell’accettazione. Abbiamo ripreso le distanze e ci siamo guardati da lontano. Io, posato. Collocato in un angolo. Loro due, in movimento: grandi, proprio. Trasformati nel giro di tre giorni: morte, veglia, funerale. Quando si è ragazzi c’è sempre un momento in cui non lo si è più, e si diventa uomini.

Con Saro è successo che s’è messo alla guida e – forte di foglio rosa – ha fatto tutta la strada che da Agira porta a Roma. Io e lui in viaggio. Io, appunto, posato. Messo per dove mi ha voluto mettere. Lui, sereno. Col fatto tutto suo di fare l’impresa.

Senza l’ansia della prima volta. Sonnecchiando, io. Dando di gas, lui.

Questa di cedere il volante, per un maschio, è il passaggio di scettro, uno scarto tra un fatto e un altro, insomma: è il momento in cui chi è di mezza età fa largo a ben più forte passo. Come quando, qualche anno fa, Saro m’insegnò il modo più corretto per sbucciare un tronco e liberarlo così da una corteccia vecchia.

Ci sono dinamiche, in campagna, tra saperi e perizie, dove urtare la sensibilità di un potatore può procurare cupezze che neppure il più glamour dei disturbi di nevrosi può raggiungere. Fosse pure a New York. Con tutti i film di Woody Allen addosso. Tra cesoie e cortecce mi sono procurato un insegnamento in quella occasione, uno schiaffo morale che è diventato un proposito, il mio, adesso, di fargli fare il contorno delle zolle al modo di ’zu Tennerume, un contadino che lo insegnò a me.

Fortunato a suo tempo, io, nell’incappare nella catena dei saperi e delle perizie di arte rurale.

Con Giuseppe è successo che se ne stava già a far scudo a tutti. Durante il pranzo consolatorio, battibeccava con Sergio Perroni  – che è la sua sfida dialettica virile più dura e perciò preferita – tutta una questione di disciplina che male non fa mai, dopo di che, tornando a Roma, televisione spenta, nessun sottofondo (i segni del lutto), gli ho visto disegnato in volto soltanto ciò che è, la nudità di un amore privo di ogni sentimentalismo. La foto di mio padre sulla sua scrivania. E poi la fretta. Tutto quel suo correre da lei – appunto, lei – perché la catena delle parole giuste sa trovare le sue strade. Come quel bisogno di riconoscersi uomini fatti, solidi, quando incontra la catena degli insegnamenti che Lui, quello da cui noi veniamo, ha messo nel cuore.

Quando Sandro Monaco – zio Sandro!, dice Giuseppe – si fece il carcere duro, Giuseppe che era bambino ebbe la prima prova. Non volli dirgli nulla i primi mesi e dopo, dopo qualche tempo, dovetti spiegargli dove e come e cosa fosse successo e Giuseppe che porta come secondo nome il nobile nome di Cirano, per prima cosa s’infuriò con tutti noi che sapevamo e non gli avevamo detto nulla, dopo di che ebbe ribaltate in un botto le parole di bene e male, di bravi e cattivi, di giusto e ingiusto e arrivò fino a sera quando, per non mettersi gli incubi come coperta, prese carta e penna e scrisse. E’ una lettera che Sandro ancora oggi porta cucita addosso, sulla carne e per ogni disgrazia in cui incappa un povero figlio – carcere, malattia, necessità dove si vede il cuore degli amici – nella disgrazia in cui cadde Sandro, il mio bambino mise alla prova l’educazione di dolore e di vita.
Quando sono diventato la prima volta padre, lo sono diventato misurando quanto fossero piccoli i polpacci di mio figlio. Dopo, subito dopo, mi resi conto del suo sguardo. La prima cosa che si fece, lui in braccio, fu di accendere la candela nella cattedrale di Sofia. E poi un viaggio dalla Tracia a Catania. Con lui in braccio. A metter radici.

Quando sono diventato la seconda volta padre ero ancora in macchina a far manovra, nel cortile dell’ospedale a Caltanissetta, e chiamai al telefono – te lo ricordi?- e poi arrivammo ad Agira; la prima e ultima volta, quella volta, che vidi svenire mia madre perché mi affacciai dalla vetrina della farmacia con lui in braccio e si emozionò. Non si aspettava di vederci. Un’altra radice.

Mettere radici è la ragione prima dell’essere padri. Il mio primo gesto di padre, ricordo, fu quello di prendere un Paperino che si carica un abete sulle spalle. E’ il primo regalo fatto al mio primo figlio. Lo presi per lui e ogni anno lo colloco nel presepe. Anche adesso che non lo guarda più quel paese di casette e pastorelli, lo metto. Anche adesso che lui – grande e bello – non guarda più neppure me perché come suo fratello, il più piccolo – bello e ribelle – il mestiere di padre me lo fa fare lasciandomi in un angolo da dove non mi degna di attenzione.

Mettere radici è tutto nel seminare. In quel venire della morte in casa s’è levata come una rapina di dolcezza, un perdersi di singulti e voci dove prima uno e poi l’altro, prima Saro e poi Giuseppe, venivano da me per sincerarsi dell’improvvisa prova, mettermi alla prova e dopo piangere anche loro.

Mettere radici è come un riposare. Spero mi considerino, i miei figli, una specie di motore immobile, forse lo sono visto che ci s’intreccia reciprocamente di rude timidezza ma temo che mi abbiano, appunto, “posato”, magari provvisoriamente e forse per venirmi a riprendere quando sarà sempre troppo tardi (per fare tutto quello che mi ero proposto di costruire, nella gioia sconfinata di averli per me, scorrendo il film della vita di famiglia che mi ero fatto in testa e però sono stato “posato”).

Mettere radici è quel fare a gara con lo spirito del tempo, non farsi fregare dal dettato universale. Dare dunque pane al pane. Ho fatto in tempo a dare loro un coltello in mano per scannare le bestie al macello, hanno imparato da bambini l’arte difficile della carne, hanno perfino mangiato la frittura di interiora con pepe nero e cipolle, l’hanno gustata, hanno fatto tutta una serie di foto, le portavano a scuola, turbando gli insegnanti e poi – ecco, succede – sono diventati grandi col gusto di essere uomini.

Mettere radici è un gesto, un unico gesto. Ed è sorridere. E circondarli di amici. E’ tutta una confraternita. Sono maschi selvaggi ma vecchi che fanno supplenza della paternità sospesa per obbligo di realismo e che svolgono il ruolo di ufficiali di collegamento tra me e quei due, i miei figli, che poi lo sanno di dover diventare uomini rendendo onore ai loro nomi – a ciascuno quello di un nonno perché i gesti di un padre hanno senso solo se assecondano la catena di trasmissione dei padri. Fosse pure con un Paperino. Con l’abete sulle spalle.

Mettere radici è quel farsi le spalle. Le spalle dove loro hanno portato un ben potente tronco, quella bara.

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