Dietro l’alibi della paura del fallimento, ecco l’essenza del procrastinatore

Se si desidera una vita ordinata bisogna stare lontano dai procrastinatori. Appartengono a una delle forme più pericolose di esistenza umana, in grado di trascinare con sé, nella propria scia di ritardo, i figli, i colleghi, i coniugi, le case che abitano. Tutte le persone e le cose che si trovano nell’orbita del procrastinatore verranno infatti lentamente risucchiate dal vortice di questa operosa inattività, attorno alla quale si struttura la giornata angosciosa del procrastinatore.

Dietro l’alibi della paura del fallimento, ecco l’essenza del procrastinatore

Se si desidera una vita ordinata bisogna stare lontano dai procrastinatori. Appartengono a una delle forme più pericolose di esistenza umana, in grado di trascinare con sé, nella propria scia di ritardo, i figli, i colleghi, i coniugi, le case che abitano. Tutte le persone e le cose che si trovano nell’orbita del procrastinatore verranno infatti lentamente risucchiate dal vortice di questa operosa inattività, attorno alla quale si struttura la giornata angosciosa del procrastinatore. Che deve consegnare un lavoro, e grida: lasciatemi in pace, devo lavorare, sono in ritardo (perché il lavoro andava consegnato il mese scorso o il giorno prima, a seconda del livello di gravità della nevrosi e di tolleranza di chi aspetta, fiducioso, la consegna). Il procrastinatore siede al computer (scrive l’Atlantic che i peggiori procrastinatori della storia sono gli scrittori, ma in genere tutti quelli che hanno uno schermo davanti e uno schienale dietro di sé rischiano il temporeggiamento patologico) e lavora furiosamente per circa centoventi secondi. Poi controlla le email, digita il proprio nome su Google, per essere sicuro di esistere, fa una lista della spesa per la settimana, cerca tutti i compagni delle elementari su Facebook e scrive loro delle lettere proponendo di organizzare al più presto una cena tutti insieme, si appassiona alle foto di un gatto che ha ritrovato dopo sei anni la strada di casa, compra un tappeto a un’asta online, cerca la ricetta del sartù di riso ed elabora qualche modifica, ricontrolla la posta per la tremillesima volta, intrattiene al telefono un operatore del call center facendogli domande sui nuovi piani tariffari e pensa che basta, da domani cambierà tutto, da domani sarà puntuale. E scrive un’ultima mail per dire che a causa di un incendio da cui si è salvato per miracolo ha perso tutti i dati necessari per il lavoro da svolgere e ha bisogno di più tempo.

Non è possibile guarire i procrastinatori, non è possibile cambiare quest’implacabile e precisa volontà di perdere tempo, di essere costantemente in ritardo, con l’acqua alla gola, con la luce staccata perché si ha rimandato per un anno la domiciliazione delle bollette, con le multe decuplicate perché ogni volta che si prendeva la decisione di uscire di casa per pagarle succedeva qualcosa che imponeva un ulteriore rinvio: la necessità improvvisa, ad esempio, di sapere tutto, ma proprio tutto, sui cavalli da tiro, e quindi il dovere di correre in libreria a ordinare un testo fondamentale. Secondo l’Atlantic il motivo psicologico della maledetta procrastinazione è l’insicurezza, e nel lavoro è la paura subdola di essere smascherati come incompetenti. Il terrore del fallimento di chi si sente troppo dotato per fallire. Oltre che ritardatari, bugiardi e dannosi per sé e per gli altri, quindi, i procrastinatori sono anche insopportabilmente pieni di sé, in fondo certi di potersi permettere il tempo perso e il disordine in attesa del momento perfetto in cui finalmente decideranno di concedersi alla vita comune e alle sue scadenze: di solito questo succede, scrive Alain de Botton, quando la paura di non fare nulla supera la paura di farlo male. O quando l’alibi dell’insicurezza e della paura del fallimento vengono sbugiardati, e il procrastinatore si rivela per quello che è: uno che fra le massime priorità ha la ricerca del proprio nome e cognome su Google.

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