Démission et Libération

Libération è in crisi. Le vendite sono in calo del 15 per cento a poco più di centomila copie. Nicolas Demorand, direttore dal 2011, si è dimesso, a conferma che non basta un buon intervistatore a fare un buon direttore o un buon manager. La redazione è in sciopero. Gli azionisti, tra cui Edouard de Rothschild, sono alla ricerca di nuovi soci. L’ex direttore accusa la redazione di essere snobisticamente attaccata all’edizione cartacea del giornale e di contribuire a quella online con un decimo di articolo a testa a settimana, conti alla mano: questa rigidità psico-attitudinale collettiva avrebbe impedito la multimedialità e l’ingresso virtuoso nel digitale.

Démission et Libération

Libération è in crisi. Le vendite sono in calo del 15 per cento a poco più di centomila copie. Nicolas Demorand, direttore dal 2011, si è dimesso, a conferma che non basta un buon intervistatore a fare un buon direttore o un buon manager. La redazione è in sciopero. Gli azionisti, tra cui Edouard de Rothschild, sono alla ricerca di nuovi soci. L’ex direttore accusa la redazione di essere snobisticamente attaccata all’edizione cartacea del giornale e di contribuire a quella online con un decimo di articolo a testa a settimana, conti alla mano: questa rigidità psico-attitudinale collettiva avrebbe impedito la multimedialità e l’ingresso virtuoso nel digitale. I redattori accusano gli azionisti di avere i ricci in tasca e di non investire. Gli azionisti invece vorrebbero riproporre l’operazione condotta con successo dall’inglese Guardian: fare nei locali del giornale, sette piani nel cuore del Marais con terrazza e vista mozzafiato su Parigi, un open space per dibattiti culturali, incontri, con tanto di caffetteria, fatta salva l’opportunità, si fa per dire, di vedere all’opera gli eredi di Jean-Paul Sartre che del quotidiano fu fondatore e mentore: nella migliore delle ipotesi ne verrebbe fuori un nuovo Café de Flore, nella peggiore un “Maxxi” alla romana dove festeggiare le Nancy Brilli locali.

In questa crisi però la querelle tra antichi e moderni c’entra ben poco: Libération va male perché ha perso smalto e qualità. Negli anni Ottanta irruppe e si impose come giornale anarchico ma attento alla grande finanza, una contraddizione in termini che si rivelò felice e d’altronde dura tuttora, i borghesi-bohémien della capitale, i “bo-bo”, sono il cuore del lettorato attuale. Solo che all’epoca il giornale riuscì a mantenersi per un po’ innovativo, brillante, franc tireur. Oggi è naturalmente antiliberista e antisarkozista, hollandista e allineato sui socialisti, poco interessato ai milioni di francesi che manifestano per la famiglia, contro il laicismo demenziale del ministro Vincent Peillon e magari simpatizzano per il Front national. Le poche volte poi che ha rinverdito la sua migliore tradizione e messo la cultura “à la une”, lo ha fatto con i saggi di Pierre Bourdieu e Pierre Rosanvallon. Il noto più noto.

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