Impegno Renzi

Arrivare a Palazzo Chigi con piglio teutonico come fece Mario Monti nel 2011, tentare la depoliticizzazione della democrazia, approvare la riforma delle pensioni in due settimane e scalfire l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori in tre mesi, e poi però candidarsi in una Lista civica benedetta dall’appoggio esterno di Corrado Passera e Sant’Egidio: questa è una parabola quantomeno originale, fatta deragliare nel finale da qualche debolezza personale e dall’eterno ritorno in forze dei poteri neutri.

Impegno Renzi

Arrivare a Palazzo Chigi con piglio teutonico come fece Mario Monti nel 2011, tentare la depoliticizzazione della democrazia, approvare la riforma delle pensioni in due settimane e scalfire l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori in tre mesi, e poi però candidarsi in una Lista civica benedetta dall’appoggio esterno di Corrado Passera e Sant’Egidio: questa è una parabola quantomeno originale, fatta deragliare nel finale da qualche debolezza personale e dall’eterno ritorno in forze dei poteri neutri. Vincere la lotteria di Palazzo Chigi, come ha fatto Enrico Letta nel 2013, dopo che Pier Luigi Bersani si è gettato in (streaming) dalla finestra per inseguire Grillo, campicchiare per 10 mesi a suon di annunci e dichiarazioni (le mini privatizzazioni l’anno prossimo, la spending review nei prossimi anni, la riforma elettorale chissà quando), e poi tirar fuori a qualche minuto dalla defenestrazione un contratto di coalizione “alla tedesca” con tanto di tabelle allegate, tutto questo invece appare come una caricatura meschina dell’arte di governo in salsa post Dc.

Matteo Renzi, che la scalata al governo l’ha compiuta facendo politica – da Firenze alle primarie, passando per il partito e in attesa dell’unzione popolare più ampia – farà bene a percorrere un’altra strada ancora, se non vorrà accontentarsi di un rimbalzo statistico del pil. La bonaccia finanziaria garantita al mercato dei titoli di stato dalla Banca centrale europea di Mario Draghi non va sprecata. Renzi ne approfitti subito per cestinare “Impegno Italia” di Letta, con la sua tempistica infelice e quei contenuti tutt’altro che ambiziosi. Quelle solite belle parole su “l’Unione europea da cambiare”, in particolare, le dimentichi presto.

A Bruxelles il sindaco di Firenze ci dovrà andare, quelli che facevano gli schizzinosi per il chiodo nero se ne faranno una ragione, ma senza pietire e senza chiedere scappatoie per tornare a spendere e spandere senza criterio. Alle ragioni della signora Merkel opponga piuttosto le osservazioni del Fondo monetario internazionale: l’ossessione contabile, senza Unione fiscale e Unione bancaria, è roba da matti, non da liberisti. La Banca centrale europea ostaggio di una Corte nazionale tedesca è roba da moralisti, non da rigoristi. Poi, però, niente scuse: la crescita o si fa in Italia o non si fa. Le tasse sui produttori (imprese e partite Iva) si abbassano, non di un’anticchia, annunciando contemporanei tagli di spesa dilazionati nel tempo (vedi proposta Alesina e Giavazzi) sui quali nessuno a Bruxelles possa dubitare. Le privatizzazioni si fanno subito e in abbondanza, anche a costo di scomodare certi boiardi di stato affezionati alle loro rendite. Il mercato del lavoro si liberalizza, senza affezionarsi a questo o a quell’altro giuslavorista ma incentivando la contrattazione aziendale che Confindustria ha osannato e che Sergio Marchionne ha praticato. Il welfare si distribuisce tra i lavoratori, non è un sussidio alle imprese. Eccetera. Scelte politiche, non qualche slide in vista del prossimo “ultimo minuto”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi