Lectio anglo-iraniana

Eurostagnazione, il Patto era stupido e lo dice il Fmi

La ripresa dell’economia europea continua a non entusiasmare. E come se ciò non bastasse, prosegue il flusso di cortesi e diplomatiche reprimende sull’assetto istituzionale dell’Eurozona, giudicato inadeguato sia dal Fondo monetario internazionale sia dalla Banca centrale europea. La produzione industriale dei paesi della moneta unica, nel dicembre 2013, è diminuita dello 0,7 per cento rispetto al mese precedente (meno  0,9 per cento in Italia), ha comunicato ieri l’Eurostat. Soprattutto, il dato medio per tutto il 2013 è in calo di 0,8 punti rispetto all’anno precedente. Né i leader politici dell’area euro paiono sufficientemente motivati, dall’ennesimo dato floscio in arrivo dall’economia reale, ad accelerare le riforme istituzionali nel continente.

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Eurostagnazione, il Patto era stupido e lo dice il Fmi

La ripresa dell’economia europea continua a non entusiasmare. E come se ciò non bastasse, prosegue il flusso di cortesi e diplomatiche reprimende sull’assetto istituzionale dell’Eurozona, giudicato inadeguato sia dal Fondo monetario internazionale sia dalla Banca centrale europea. La produzione industriale dei paesi della moneta unica, nel dicembre 2013, è diminuita dello 0,7 per cento rispetto al mese precedente (meno  0,9 per cento in Italia), ha comunicato ieri l’Eurostat. Soprattutto, il dato medio per tutto il 2013 è in calo di 0,8 punti rispetto all’anno precedente. Né i leader politici dell’area euro paiono sufficientemente motivati, dall’ennesimo dato floscio in arrivo dall’economia reale, ad accelerare le riforme istituzionali nel continente.

Ieri infatti, intervenendo a una conferenza a Bruxelles, l’anglo-iraniano Reza Moghadam, dal 2011 direttore del Dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale, ha ricordato i limiti passati e presenti del sistema. Innanzitutto l’impianto del Trattato di Maastricht (1992) su cui si è fondata la moneta unica “vedeva l’indisciplina fiscale come il rischio primario per la sopravvivenza dell’euro”, ma la crisi ha smentito questo approccio. Infatti a Maastricht non si tenne conto – ha detto il responsabile del Fmi – degli squilibri privati e di competitività tra stati. Con i primi alimentati da cittadini che hanno potuto spendere più del dovuto (in alcuni paesi periferici) ma soprattutto da banche (dei paesi nordici) che hanno prestato in maniera  scriteriata. Gli choc di questi anni si sarebbero potuti attutire con forme di condivisione dei rischi sul piano fiscale, ma nessuno stato ha voluto cedere davvero autonomia fiscale. Il vero brusco incontro del Trattato di Maastricht con “la realtà” c’è stato all’inizio degli anni 2000, quando le regole sul tetto al rapporto deficit/pil furono “sospese” per Francia e Germania senza colpo ferire. “Allora mercati e governi hanno capito che quelle erano al massimo delle linee guida, più che regole vincolanti”. Perché però gli investitori hanno creduto per anni che un titolo del debito pubblico greco valesse grossomodo quanto l’omologo tedesco, assegnandogli lo stesso premio di rischio e quasi azzerando lo spread? “L’Eurozona era ritenuta ‘troppo grande per fallire’, e così è stato”. Moghadam, oltre ad auspicare “elementi di una politica fiscale centralizzata” e una maggiore “armonizzazione” delle regole sul mercato del lavoro, ha messo in guardia dal processo troppo timido e frammentato che riguarda l’Unione bancaria. Complimenti espliciti, invece, il dirigente del Fmi li ha riservati solo alla Banca centrale europea, per le sue politiche anti crisi non convenzionali.

Proprio il presidente della Bce, Mario Draghi, intervenendo ieri a Bruxelles a un altro seminario, ha detto che il progetto di Unione bancaria va migliorato, altrimenti rischia di essere inefficace e di non tranquillizzare i mercati. In particolare ha auspicato che il Fondo di risoluzione unico (per sostenere le banche da ristrutturare o chiudere) diventi davvero “comune” a livello europeo entro 5 anni e non tra 10 anni come nell’intesa di dicembre fra i capi di governo. Lo stesso Fondo necessita poi di un “backstop pubblico serio”, da alimentare magari con una “linea di credito” del Fondo salva stati Esm, ipotesi che nei mesi scorsi lo stesso Draghi definì “poco plausibile”. Il rischio evocato dal banchiere centrale nel tentativo di spronare la politica è chiaro: la rigorosità degli esami della Bce sulle banche europee può ingenerare sfaceli, senza una rete di sicurezza adeguata.

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