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Il Belgio lancia una nuova Aktion T4 contro i bambini handicappati

di Giulio Meotti | 13 Febbraio 2014 ore 06:59

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Pauvre Belgique, povero Belgio, lamentava Charles Baudelaire. Il Belgio, il Belgio democratico, transnazionale e welferista, si appresta a diventare il primo paese a mettere a morte i bambini handicappati dalla fine della Seconda guerra mondiale. Politicamente non c’è mai stata partita per fermare la legge. La vogliono tutti. I sondaggi pubblicati dal Libre parlano dell’ottanta per cento della popolazione belga a favore dell’estensione della legge esistente anche ai minori. L’eutanasia piace. Le “dolci morti” furono 235 nel 2003, l’anno dell’entrata in vigore della legge. E sono state 1,432 nel 2012, l’ultima rilevazione disponibile.

Il Senato del Belgio, lo stesso che nel 2009 aveva ipocritamente approvato la Convenzione dell’Onu per le persone con disabilità, ha già approvato l’eutanasia pediatrica con 50 voti a favore e 17 contrari. Ma quel che colpisce di più è stato l’unanime consenso della corporazione dei medici. Come Peter Deconinck, il presidente della principale associazione di medici belgi. Come il medico e deputato socialista Philippe Mahoux, padre della legge che ieri definiva “umanistica”. Come il fascinoso medico di Bruxelles, Gerlant van Berlaer, che definisce l’eutanasia dei neonati “un atto di umanità”. Come il dottor Wim Distelmans, che esegue eutanasie ma presiede, in palese conflitto di interessi, anche la commissione federale sull’attuazione della legge. Come il professor Jan Bernheim, uno dei sostenitori della legge, ha detto che “diventare pienamente umano è un processo che termina quando il feto è vitale. Così alla fine della vita c’è un processo di involuzione in cui la ‘persona’ si perde”. Dunque un bambino malato, o disabile, come un anziano demente, è una “non persona”, uno scarto del ciclo evolutivo. “Euthanasie voor kinderen. Nu”. Eutanasia dei bambini, ora: questo il titolo di un surreale appello di sedici pediatri sulla copertina del quotidiano belga De Morgen, dove si dice che l’eutanasia dei neonati è “un gesto di dignità”. Anche le commissioni per l’infanzia sono schierate a favore dell’eutanasia neonatale.

Nel Terzo Reich, l’eutanasia dei bambini, guidata da un medico idealista come Karl Brandt, non prese il via nei campi di concentramento, ma nelle corsie di ospedale. Fu l’Aktion T4. I medici belgi inorridiscono, giustamente, al raffronto con quella stagione. Ma come racconta lo storico tedesco Götz Aly nel libro “Die Belasteten”, il fardello, l’eutanasia nazista presenta molti caratteri in comune con quella odierna. I disabili furono messi a morte nella maggioranza dei casi con il consenso delle famiglie. Aly descrive come le famiglie siano state in grado di “sbarazzarsi della cattiva coscienza” e convincersi che la vittima “dormiva pacificamente”.  “Strategici per l’assassinio di massa sono stati proprio quei medici che erano considerati ‘progressisti’”, scrive Aly sfatando l’altro stereotipo del medico in uniforme. Anche medici di chiara fede democratica. C’è il caso di Paul Nitsche, che in Germania era considerato il pioniere della psichiatria umana. La sola resistenza, anche oggi, venne dal clero cattolico.

Uno studio pubblicato sul Lancet da Veerle Provoost, ricercatrice dell’Università di Gand, rivela che il cinquanta per cento di 298 bambini colpiti da malattie gravissime e deceduti in Belgio entro il primo anno di vita sono stati “aiutati o lasciati morire”. Lo studio di Provoost calcola che per 150 bambini è risultato che la morte è dovuta a una decisione “di mettere fine alla vita” del piccolo paziente, adottata mediante la sospensione del trattamento capace di prolungarne l’esistenza, la somministrazione di oppiacei e utilizzando prodotti tesi esplicitamente a provocare la morte del bambino. In cinque delle sette unità pediatriche del paese, negli ultimi tre anni, i casi di eutanasia infantile sono stati oltre ottanta. “Nell’84 per cento dei casi, la decisione di porre fine alla vita è stata presa dopo consulto con i genitori”, ha rivelato Provoost. “Gran parte dei bambini non avevano possibilità di sopravvivere o poca speranza di avere una qualità della vita accettabile”. Esplicito è il riferimento a malattie non terminali ma invalidanti. Lo scorso novembre al Parlamento europeo il professor Etienne Vermeersch, il padre delle leggi sull’aborto e l’eutanasia in Belgio, teorico che ha proposto anche l’abolizione del giuramento di Ippocrate, spiegò che la modifica alla legge in vigore dal 2002 è necessaria “per consentire di praticare l’eutanasia sugli handicappati”.

La prova cruciale per l’eutanasia nazista si ebbe alla fine del 1938, quando il padre del “piccolo Knauer”, un bambino nato cieco, senza una gamba e parte di un braccio, scrisse al Führer, Adolf Hitler, chiedendo il permesso che il figlio venisse “addormentato”. I dottori coinvolti nel caso incontrarono uno dei suoi medici personali, Karl Brandt, e concordarono sul fatto che “non c’erano giustificazioni per tenere in vita il neonato”. Fu l’inizio dell’eutanasia sui neonati disabili (diecimila in totale in Germania). Il dibattito in Belgio si è avviato allo stesso modo, nel 2005, con il caso a Sainte-Elisabeth di Namur di un bambino nato prematuro e che i genitori temevano fosse handicappato. Il piccolo fu lasciato morire senza essere rianimato dopo il parto. Con il consenso dell’ostetrica, del padre, della madre e del medico compassionevole.

E’ ormai quasi illeggibile per la polvere la targa commemorativa di fronte al numero quattro di Tiergartenstrasse. C’è scritto: “Le loro vite erano state definite ‘indegne di essere vissute’”. E’ quello che è successo, settant’anni dopo, nella capitale dell’Unione europea.

© FOGLIO QUOTIDIANO


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