Tutti Sochi col culo degli altri

Meraviglie del football anglosassone, signori. Sabato pomeriggio il Liverpool ha dato una lezione di calcio alla capolista Arsenal, prendendo a schiaffoni i Gunners nei primi venti minuti di partita. Gli uomini di Wenger, non nuovi a sconfitte pesanti negli scontri decisivi quest’anno, sembravano un mix tra il Milan e l’Inter. I Reds – sempre più i Berlusconi della Premier – tornano per l’ennesima volta in corsa per il titolo. Non so se sia peggiore lo spirito olimpico tradizionale, il moralismo buonista alla De Coubertin, oppure lo spirito olimpico odierno, quello che ha trasformato le Olimpiadi di Sochi in una specie di gay pride in cui nelle pause qualcuno pattina, scia, va sul bob.

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Tutti Sochi col culo degli altri

Liverpool. Meraviglie del football anglosassone, signori. Sabato pomeriggio il Liverpool ha dato una lezione di calcio alla capolista Arsenal, prendendo a schiaffoni i Gunners nei primi venti minuti di partita. Gli uomini di Wenger, non nuovi a sconfitte pesanti negli scontri decisivi quest’anno, sembravano un mix tra il Milan e l’Inter. I Reds – sempre più i Berlusconi della Premier – tornano per l’ennesima volta in corsa per il titolo. Ma ad approfittarne è quella vecchia volpe di Mourinho, che nel weekend calcistico come Dio comanda, ficca three pears al Newcastle e conclude la rincorsa al primo posto iniziata ad agosto: ora il Chelsea è primo, e la sensazione è che ci resterà a lungo, forse fino alla fine. Dei quattro manager che si contendono il titolo, infatti, Mou è il più abituato a giocare sotto pressione. Chi lo era un tempo è il Manchester United. Nella sua autobiografia Alex Ferguson ha scritto che sugli abbonamenti dei tifosi dei Red Devils avrebbe dovuto scrivere un’avvertenza, negli anni in cui li allenava lui: “Se a venti minuti dalla fine lo United starà perdendo 1-0 all’Old Trafford consiglio ai deboli di cuore di uscire dallo stadio”. Quello che un tempo era la specialità della casa, le rimonte impossibili nei minuti finali, è oggi una triste nemesi: il gol del pareggio del Fulham, ultimo in classifica, al 94’, era più prevedibile di uno scoop di Alan Friedman sul governo Monti, ed è la logica conseguenza di un campionato che in pochi mesi sta dilapidando vent’anni di progetto vincente. Solo per darvi l’idea del disastro: in settimana il Fulham aveva perso in casa contro il mio Sheffield United nel replay del quarto turno di FA Cup. Il gol all’ultimo minuto dei tempi supplementari di Miller dava la stura all’orgia di lacrime, birra e brandy tra i tifosi dei Blades, e mandava finalmente a letto il cronista del Guardian che ha definito il match “uno dei più brutti della storia del calcio”. L’immagine emblematica della crisi dei Red Devils è lo svarione di Vidic sul primo gol dei Cottagers: come un Ogbonna qualsiasi si fa sfuggire l’attaccante che insacca indisturbato. Vedendo quelle immagini ho capito perché a giugno andrà all’Inter.  

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Altro che triplete. Vedere gli interisti esultare per una vittoria risicata con il Sassuolo in casa fa una certa specie. Lo ha fatto notare anche Vocalelli su Repubblica: se pensi che nemmeno quattro anni fa l’Inter aveva il mondo sotto i tacchetti, viene un certo sconforto per la squadra e per il calcio italiano tutto (ma, diciamocelo, siamo solo al ritorno nel rango di competenza). Forse però gli interisti esultano così sguaiatamente per la cacciata di Marco Branca, ineffabile direttore tecnico a cui la curva interista ha sempre imputato tutte le disgrazie di questo universo, effetto serra compreso. L’operetta messa in piedi attorno a Guarín e Vucinic è soltanto l’ultima uscita, talmente surreale che se n’è accorto persino Thohir.

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Tubo nero. Seguo con preoccupazione l’allegrizzazione di Seedorf. Si spazientisce per le domande, comincia a cercare scuse per le sconfitte parlando degli infortuni e dei nuovi arrivati che ancora non si sono abituati agli automatismi tattici, si appella alla sfortuna per spiegare le sconfitte e cerca di sostenere l’insostenibile con frasi tipo “ho visto tante cose belle soprattutto a livello mentale” e “ho visto una squadra che non si è spaccata in due”. Tra un po’ comincerà a dire che Gianni Riotta ha opinioni originali e che la Web Car della Stampa è ciò che salverà il giornalismo del futuro. Forse è il caso che il nuovo allenatore rossonero tiri fuori il proverbiale tubo nero e inizi a frustare i giocatori, che vagano per il campo più spaesati di Saviano tra le pagine di una grammatica italiana. Ma la dichiarazione capolavoro è quella su Mexes, sabato sera schierato capitano: “E’ stato fuori per un po’, pensavo che la fascia potesse motivarlo ulteriormente”. Pensa se non avesse indossato la fascia.  

Icona gay. Non so se sia peggiore lo spirito olimpico tradizionale, il moralismo buonista alla De Coubertin, oppure lo spirito olimpico odierno, quello che ha trasformato le Olimpiadi di Sochi in una specie di gay pride in cui nelle pause qualcuno pattina, scia, va sul bob. Persino agli avventori dell’unico gay bar della città russa tutta questa attenzione di giornalisti e politici occidentali è venuta a noia: rovina la routine, fa rumore dove dovrebbe regnare la discrezione. Ancora più ridicoli i capi di stato che sono andati in Russia per piantare la loro bandiera arcobaleno in solidarietà alla comunità gay, strumentalizzando contemporaneamente la battaglia degli omosessuali, il loro paese e pure lo sport, diventato un dettaglio in cui alla fine vincono i norvegesi, almeno così mi pare. E sui palchi d’onore tutti corrucciati a fare la grande battaglia per i diritti civili. Limitarsi a competere e infine premiare i migliori è chiedere troppo? Evidentemente no, è tutta una corsa al simbolo, alla battaglia, all’icona di questo e di quello. Come quel giovane che nel football taroccato, quello americano, ha dichiarato di essere omosessuale, fra gli applausi del mondo, ma di non avere subito alcuna discriminazione nell’ambiente quando ha dato la notizia in forma privata. Anzi, i compagni lo accompagnavano nei gay bar in segno di solidarietà. 

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I dolori del giovane Blatter. In un’Olimpiade siffatta non poteva mancare certo Sepp Blatter, che pare avesse indicato, in tempi non sospetti, il Deserto del Gobi come sede dei Giochi invernali (alle obiezioni sul clima lui si è ricordato della lezione della maestra elementare e ha tirato fuori l’escursione termica) che a Sochi c’è arrivato per tuonare contro gli ingiusti e antidemocratici limiti di età del comitato olimpico internazionale pensati per sbarrare la strada ai rottamatori come lui. L’età, del resto, è uno stato mentale, una dimensione dello spirito, una convenzione sorpassata quanto il matrimonio tradizionale, e Blatter aspira a mantenere la poltrona di membro del Cio e quella di presidente della Fifa a vita. Per il dopo spera in una piramide funebre. Ah, a questo proposito, sono fiero di annunciare che la seconda edizione del premio giornalistico That Win the Best (la prima edizione è stata la settimana scorsa, la seconda oggi, magari per la terza aspettiamo un po’ di più) è vinta a mani basse da Aligi Pontani di Repubblica, sublime antagonista di Blatter e del suo Rotary globale, di cui citiamo alcune immortali righe: Blatter “se ne intende, sa come si fa, e trova offensivo pensare che qualche capello bianco sia più importante dell’esperienza accumulata. I giovani pensino a giocare, correre, sciare. Più veloce, più in alto, più forte. Fino all’eternità”. Cheers.

Nei giorni scorsi ci sei molto mancato pic.twitter.com/PHJ0MLRqmY

— Aldo Serena (@Aldito11) 6 Febbraio 2014

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