Non solo fumo, la via per la bad bank italiana è tortuosa ma c’è

La fretta genera incomprensioni, magari ingigantite dal circuito mediatico, ma nel polverone di queste ore s’intravvede un punto fermo: settore bancario e istituzioni italiane, ai massimi livelli, hanno iniziato a interloquire – ufficialmente e pubblicamente – sul progetto di una “bad bank” per sgravare gli istituti dai 300 miliardi di crediti deteriorati, cioè quelli difficilmente recuperabili dai clienti. E’ questo uno dei modi in cui la stretta del credito potrà allentarsi.

Non solo fumo, la via per la bad bank italiana è tortuosa ma c’è

La fretta genera incomprensioni, magari ingigantite dal circuito mediatico, ma nel polverone di queste ore s’intravvede un punto fermo: settore bancario e istituzioni italiane, ai massimi livelli, hanno iniziato a interloquire – ufficialmente e pubblicamente – sul progetto di una “bad bank” per sgravare gli istituti dai 300 miliardi di crediti deteriorati, cioè quelli difficilmente recuperabili dai clienti. E’ questo uno dei modi in cui la stretta del credito potrà allentarsi.

Sabato scorso il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, parlando della gestione di crediti deteriorati, aveva detto che “interventi più ambiziosi” di quelli messi in campo singolarmente da singoli istituti, Intesa e Unicredit in primis, “possono consentire di liberare risorse da utilizzare per il finanziamento dell’economia”. Titolo dei giornali del giorno dopo: “Banca d’Italia apre alla bad bank”. Ieri però il Financial Times, intervistando un funzionario anonimo di Palazzo Chigi, rivelava la contrarietà dell’esecutivo all’ipotesi, considerato il rischio “stigma” per il sistema Italia. La “bad bank” infatti ce l’hanno paesi come Spagna e Irlanda, notoriamente sull’orlo del collasso, meglio non dare quest’idea. Sintesi del Ft: siamo allo scontro atomico tra governo e Banca d’Italia. In mattinata è arrivata una smentita da Palazzo Chigi: “Il premier Letta non ha mai espresso contrarietà all’ipotesi di una ‘bad bank’”. Seguita dalla smentita del Tesoro. Quest’ultima, più dettagliata, chiariva la “linea” sulla quale “si è espresso recentemente il governatore della Banca d’Italia”: e cioè “interventi più ambiziosi” per gestire i crediti problematici sì, incluse “iniziative di natura consortile” delle stesse banche, ma senza “risorse pubbliche nazionali o comunitarie”. Questo intendeva Visco, sostiene Saccomanni (direttore generale di Palazzo Koch quando Visco era vicedirettore generale). Tutto chiarito? No. Per l’agenzia Mf-Dow Jones, infatti, le parole di Saccomanni “suonano come un alt al governatore di Bankitalia che non ha escluso interventi ‘più ambiziosi’ oltre a quelli dei privati per aumentare il credito”. Riecco dunque lo scontro atomico tra istituzioni.

Al di là di attriti che si andranno chiarendo, le “smentite” del governo di ieri confermano che l’esecutivo preferisce una bad bank alle zombie bank (cioè istituti funzionanti ma incapaci di fare prestiti), e su questo progetto ha messo la testa. Quando Saccomanni ancora a dicembre ne negava il bisogno – sottolineano fonti dell’esecutivo – si riferiva a “una bad bank di sistema”. Perché oggi, anche volendolo, sarebbe difficile replicare il percorso spagnolo: Madrid, nell’ormai lontano 2012, creò la Sareb per raccogliere i crediti in stato di insolvenza e gestirne la cessione in 15 anni. La Spagna chiese fondi europei per ristrutturare il settore, con tanto di memorandum e condizioni dettate da Bruxelles. Roma non seguì quella strada per non perdere sovranità, non vuole farlo nemmeno oggi, ma non può nemmeno indebitarsi per far fronte da sola. Il governo Letta, poi, non intende passare (di nuovo) come il governo amico delle banche. Il treno spagnolo, dunque, a torto o a ragione, è stato perso. Ma il credit crunch è ancora con noi, come dimostra il dato negativo e inatteso di ieri sulla produzione industriale di dicembre.

“Con l’espressione ‘bad bank’, però, si possono intendere anche formule diverse da quella sostenuta con i soldi dei contribuenti in Spagna – dice al Foglio Carlo Milani, analista del Centro Europa Ricerche – Ci sono i progetti di Intesa Sanpaolo di creare business unit apposite, interne alla banca, per gestire i crediti a rischio. E poi c’è il progetto di Mediobanca di un veicolo che acquista crediti in sofferenza da banche diverse, con le stesse banche che poi in cambio prendono una quota del fondo. Questo fondo poi si rivolge anche a soggetti esteri per vendere gli asset”. A Visco quest’ultima strada interessa, si tratta ancora di capire come sarà valutata dal regolatore europeo. “Se la discussione avanza così rapidamente, infatti, è anche perché gli istituti di credito sono ora più consapevoli delle modalità e della rigorosità che la Banca centrale europea applicherà all’Asset quality review e agli stress test in arrivo”, conclude Milani. All’italiana, ma sempre bad bank sarà.

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