In Iran la censura è violenta e i dissidenti non stanno meglio

“In Iran spira un vento di cambiamento”, parola di Jack Straw. A nove anni dalla sua ultima visita ai tempi di Khatami, a gennaio l’ex ministro degli Esteri inglese è tornato a Teheran e ha constatato che l’atmosfera è lieve (la rilassatezza generale è misurabile osservando la posizione dei foulard sulla testa delle iraniane) e che la capitale della Repubblica islamica d’Iran assomiglia più a Madrid che al Cairo. L’ostracismo internazionale non fa bene a nessuno e se anche l’accordo nucleare ad interim fallisse, il fronte anti iraniano non terrebbe.

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In Iran la censura è violenta e i dissidenti non stanno meglio

“In Iran spira un vento di cambiamento”, parola di Jack Straw. A nove anni dalla sua ultima visita ai tempi di Khatami, a gennaio l’ex ministro degli Esteri inglese è tornato a Teheran e ha constatato che l’atmosfera è lieve (la rilassatezza generale è misurabile osservando la posizione dei foulard sulla testa delle iraniane) e che la capitale della Repubblica islamica d’Iran assomiglia più a Madrid che al Cairo. L’ostracismo internazionale non fa bene a nessuno e se anche l’accordo nucleare ad interim fallisse, il fronte anti iraniano non terrebbe. Mosca e Cina si sfilerebbero erodendo la forza delle sanzioni e la pressione degli esportatori europei (italiani e tedeschi in testa) crescerebbe. Al contempo cadrebbero tutte le garanzie sul futuro del programma atomico iraniano e il mondo diventerebbe infinitamente più pericoloso. Dunque fidatevi, ha scritto Straw sull’Independent il 17 gennaio: il motto “it’s the economy stupid!” è valuta corrente anche in Iran. Una settimana dopo il Monde ha aggiornato la contabilità delle occasioni in cui Rohani ha rubato la scena al premier israeliano Benjamin Netanyahu: sei volte inclusa l’accoglienza da rock star tributatagli a Davos. Nel frattempo a Teheran c’è un frenetico via vai di manager e delegazioni europee, gli alberghi sono affollatissimi e ci sono businessmen costretti ad organizzare i loro incontri a Dubai.

Nell’entusiasmo generale a chi interessa capire se il clima in Iran è davvero lieve? Non è compito dei tycoon internazionali, né tantomeno di Straw, già rincuorato dall’osservazione scientifica dei foulard. “Certi gesti e certi tipi di colloqui non erano in agenda”, ha risposto alla Bbc che gli chiedeva se per caso avesse visto anche dei dissidenti in Iran. A dicembre una delegazione del Parlamento europeo ha incontrato l’avvocato Nasrin Sotoudeh e il regista Jafar Panahi (vincitori del premio Sakharov e messi all’indice dal regime come fiancheggiatori dell’Onda verde), il ministero degli Esteri è stato aspramente criticato dal Majlis (il Parlamento iraniano) e lo spirito del tempo consiglia di non creare altri problemi a Rohani già esposto sul fianco nucleare.

Pazienza se, lontano dagli alberghi, la politica moderata del presidente vive soprattutto di annunci. Non passa settimana che Rohani non tranquillizzi i suoi compatrioti sul diritto alla privacy e sulla volontà di mitigare la censura. “L’arte non minaccia la sicurezza, non c’è arte senza libertà” ha ribadito qualche giorno fa. Eppure il 27 gennaio è stato ucciso il poeta e attivista Hashem Shaabani. Trentadue anni, iraniano di origini arabe accusato di terrorismo di matrice separatista, Shaabani era il fondatore di un’associazione che promuove la cultura e la letteratura araba in Iran. Secondo le cronache la sua impiccagione è stata avallata anche dal presidente che stando agli ultimi dati forniti da Freedom House non ha in alcun modo rallentato il ritmo delle esecuzioni capitali in Iran: solo nelle prime due settimane di gennaio 40 persone sono state ammazzate. La vita non è cambiata molto nemmeno per gli scrittori che denunciano intimidazioni e minacce da parte del ministero dell’Intelligence. “Non è credibile – dice Nasser Zarafshan, segretario dell’Associazione degli Scrittori – che il ministero sfugga al controllo del presidente”. A dispetto della considerazione ostentata da Rohani verso i giornalisti e il loro diritto di critica, anche la posizione della stampa resta precaria. Un giorno è possibile pubblicare in prima pagina un’intervista come quella al portavoce del dipartimento di stato americano Alan Eyre (sul quotidiano Shargh) e un altro si può finire sotto processo (come Ali Dehbashi, direttore della rivista letteraria Bukhara) perché un poeta descrive un corvo inteso dai media conservatori come un’offensiva metafora del chador.

“Anche il Corano sarebbe bocciato dai nostri censori. Bisogna cambiare”, ha dichiarato qualche mese fa il ministro della Cultura Ali Jannati. Però cambia poco o nulla e in autunno in rapida successione sono stati chiusi i quotidiani Bahar, Ham Mihan e Neshat. La riapertura della Casa del cinema a settembre è stata salutata come l’inizio di una nuova stagione, poi Rohani con parole suadenti e fare paterno ha offerto i suoi consigli (le sue linee rosse) ai cineasti: “I registi mi dicono: dacci la libertà e mostreremo il volto scuro e amaro della realtà. Io dico loro: tutti conoscono la realtà! Fate film che mostrino la luce, non solo tenebre”. Jafar Panahi, rinchiuso nella sua casa-prigione e condannato a non girare film per i prossimi vent’anni, è insorto: “Il 95 per cento delle pellicole realizzate in Iran sono dedicate alla luce di cui parla il signor Rohani, solo il restante 5 mostra la verità e il 90 per cento di queste opere non sarà mai distribuito”.

Il patto tra il presidente e l’ayatollah
Non c’è tuttavia esempio più efficace per descrivere la politica sociale della nuova amministrazione iraniana della “Carta dei diritti dei cittadini”. La bozza del documento è stata diffusa a novembre: l’elenco dei diritti è vago e contraddittorio e ci si imbatte almeno 50 volte nella formula che può neutralizzarli tutti: “Ciò va inteso nell’ambito della Costituzione, nel rispetto dell’Islam”. Mehrangiz Kar, celebre avvocato e attivista per i diritti umani in esilio, ha definito la Carta “uno stufato di cose senza testa e senza coda”. Intanto Mehdi Karroubi è tornato agli arresti domiciliari dopo l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, ma il ministro dell’Interno ha chiarito che il problema dei sedizionisti (Karroubi e Mir Hossein Moussavi) non è affare del suo governo e gli intellettuali che avevano sposato il pragmatismo del presidente mostrano segni di insofferenza. “Ci sono tracce del populismo di Ahmadinejad anche in Rohani” ha detto il professor Sadegh Zibakalam, supporter del presidente trascinato davanti ad un procuratore “per aver diffuso falsità e propaganda anti regime”. Nel frattempo filtra la notizia di un accordo tra Rohani e l’ayatollah Khamenei in base al quale il Leader supremo lascerà spazio al governo sul dossier nucleare e il presidente si rimangerà le sue promesse libertarie. Non sono questi i patti che intaccheranno l’ottimismo alla Straw. Come recita il proverbio persiano: “La moschea deve ancora essere costruita, ma l’uomo cieco è già seduto alla porta”.

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