Il liberale contro il “piccolo commissario politico del femminismo radicale”

Tanto per smentire chi vede solo “rigurgiti reazionari” nel movimento francese contro l’“Abcd de l’égalité” (il programma scolastico introdotto quest’anno nelle scuole primarie dal ministro dell’Educazione Vincent Peillon), una delle più puntuali stroncature del provvedimento arriva da un intellettuale – il quarantottenne Eric Deschavanne, docente di Filosofia a Paris IV Sorbonne – che così poco corrisponde alla caricatura del “vandeano” da essersi schierato, un anno fa, a favore della legge Taubira che ha introdotto il matrimonio gay.

Il liberale contro il “piccolo commissario politico del femminismo radicale”

Tanto per smentire chi vede solo “rigurgiti reazionari” nel movimento francese contro l’“Abcd de l’égalité” (il programma scolastico introdotto quest’anno nelle scuole primarie dal ministro dell’Educazione Vincent Peillon), una delle più puntuali stroncature del provvedimento arriva da un intellettuale – il quarantottenne Eric Deschavanne, docente di Filosofia a Paris IV Sorbonne – che così poco corrisponde alla caricatura del “vandeano” da essersi schierato, un anno fa, a favore della legge Taubira che ha introdotto il matrimonio gay. Oggi è lui, il liberale Deschavanne, che dal sito Atlantico.fr accusa Peillon di “aver messo mano a un’impresa di strumentalizzazione ideologica della scuola che costituisce un attentato all’ideale repubblicano di laicità”.

“La scuola – scrive Deschavanne – è un bene comune che il ministro dell’Educazione nazionale ha il sacro dovere di proteggere dagli appetiti di ideologi che ci vedono solo uno strumento che permette di agire sugli spiriti per trasformare la società”. Non è quindi ammissibile “che le maggioranze che si succedono si impadroniscano della scuola per cercare di imporre la loro visione della società”, mentre è quello che ha fatto Peillon, mettendo “la scuola al servizio di un’offensiva ideologica trasversale il cui focolaio è il femminismo radicale che alligna all’interno del ministero dei Diritti delle donne (il quale, sia detto per inciso, è fondato su un autentico stereotipo sessista, quello del ‘sesso debole’ che bisognerebbe proteggere da se stesso)”. A sostegno del suo giudizio, Deschavanne invita ad attenersi ai testi ufficiali, in particolare alla “convenzione interministeriale” da cui ha origine il progetto dell’“Abcd dell’uguaglianza”. Non si tratta di agire sui diritti, già garantiti dal fatto che “le ragazze accedono agli stessi programmi, nelle stesse classi e nelle stesse scuole dei ragazzi. Né può essere una questione di pari opportunità: le ragazze, a tutti i livelli, riescono ormai meglio dei ragazzi”. Ma al burocrate in vena di correzione delle coscienze non basta, e avverte: “Il paradosso è noto: le ragazze hanno risultati scolastici migliori ma le loro scelte di orientamento rimangono molto tradizionali e troppo spesso limitate a pochi settori di attività”. Detto in altre parole, scrive Deschavanne, “la diseguaglianza risiede nel malvagio uso che le ragazze fanno della loro libertà!”. E’ così che, con la pretesa di abbattere gli stereotipi di genere, si propone uno stereotipo grande come un palazzo, presentando le donne “come vittime di auto-discriminazioni, di discriminazioni delle quali esse stesse sarebbero responsabili”. Con il paradosso che “si pretende di definire a priori quello che dovrebbe essere il contenuto della libera scelta degli individui”. Nella visione dei ministri Peillon e Vallaud-Belkacem (Diritti delle donne), riversata nel grottesco “Abcd dell’uguaglianza”, “ogni giovane donna che non conforma le proprie scelte di orientamento e di carriera al modello ufficiale della donna emancipata è ritenuta vittima di stereotipi sessisti inconsapevoli”. Deschavanne infierisce: “Il femminismo di governo riposa su un’idea semplice: pregiudizi e stereotipi sessisti, ancorati nell’inconscio collettivo, sono la fonte delle discriminazioni e, per questo, vanno combattuti dalla più tenera età”. Niente e nessuno può chiamarsi fuori, se ci si attiene al testo della convenzione interministeriale, che così recita “Le pratiche ordinarie nella classe costituiscono fenomeni spesso sessuati, senza che gli insegnanti, l’insieme degli attori dell’educazione, gli allievi e le loro famiglie ne abbiano necessariamente coscienza”.  Ma niente paura. Gli unici a fare eccezione sono i femministi di governo, lanciati nel titanico compito di “psicanalizzare i docenti e rieducare i bambini, per intervenire direttamente sul modo di vivere e di pensare”. Da buon liberale, Deschavanne ricorda che “in generale, l’idea che si possano cambiare i costumi per decreto, osteggiando l’influenza della famiglia e della società, è un’illusione. Non ci sono riusciti nemmeno i poteri totalitari”. Aggiunge anche che “qualche ora di ‘decostruzione’ degli stereotipi di genere non sarà di gran pericolo per i bambini”, e che le conseguenze più infelici dell’operazione riguardano la perdita di credibilità della scuola francese: “Le affermazioni di Peillon non sembrerebbero dettate dalle esigenze della sua funzione ma dalla sua vocazione di piccolo commissario politico del femminismo radicale”.

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