Le bastonate di Modi

Quando un politico parla in terza persona, i suoi spin doctor sudano freddo. Puoi essere davvero profondo, una persona perbene, nutrita di letture colte ed encomiabili intenzioni, ma se a un interrogativo diretto replichi come un bimbo di due anni che deve ancora scoprire l’io, i contenuti vanno a farsi benedire, puoi anche inerpicarti nella storia e nella filosofia, rifuggire la superficialità dell’universo, ma nel frattempo in quel mondo banale che tanto vorresti cambiare sei già diventato lo zimbello del web.

Le bastonate di Modi

Quando un politico parla in terza persona, i suoi spin doctor sudano freddo. Puoi essere davvero profondo, una persona perbene, nutrita di letture colte ed encomiabili intenzioni, ma se a un interrogativo diretto replichi come un bimbo di due anni che deve ancora scoprire l’io, i contenuti vanno a farsi benedire, puoi anche inerpicarti nella storia e nella filosofia, rifuggire la superficialità dell’universo, ma nel frattempo in quel mondo banale che tanto vorresti cambiare sei già diventato lo zimbello del web. Così è andata a Rahul Gandhi il 27 gennaio, la sera dell’evento televisivo dell’anno: un’ora e venti minuti di tête-à-tête in prime time tra l’enigmatica promessa del Partito del Congresso e Arnab Goswani di TimesNow, il giornalista più incalzante della nazione. Doveva essere il momento della riscossa: dopo cinque anni infernali per il governo di Manmohan Singh, Rahul Gandhi avrebbe incantato gli elettori pronunciando parole definitive contro la corruzione e ricette vincenti sull’economia. Il figlio di Rajiv avrebbe ricordato all’India il suo legame sacro con Nehru e Indira e i connazionali esasperati dagli scandali e dall’inflazione sarebbero stati persuasi che, sotto l’ala carismatica della first family, il subcontinente avrebbe potuto continuare la sua corsa verso un futuro che non lascia indietro nessuno.

Poi però l’intervista è entrata nel vivo e Goswani ha chiesto a Rahul se avesse paura di affrontare Narendra Modi (NaMo, come lo chiamano i media e i fan), il candidato premier del rivale Bharatiya Janata Party (Bjp). A dicembre si sono svolte consultazioni elettorali in cinque stati, il Bjp ha ottenuto risultati lusinghieri, l’Aam Aadmi Party (il Partito dell’uomo comune), una formazione nata soltanto un anno fa, ha espugnato Nuova Delhi e il Partito del Congresso ha incassato l’ennesimo fallimento. Nel frattempo NaMo attacca incessantemente Rahul: a volte gli basta chiamarlo “shehjada” (il principe) e il tono può virare dal condiscendente allo sprezzante, altre non resiste alla tentazione di guadagnare il palco e lanciarsi in imitazioni feroci. Non c’è verso però che Gandhi reagisca, “non vuole misurarsi su quel terreno”, così ignora il suo sarcasmo ed evita persino di pronunciarne il nome. “Perché si sottrae al confronto, ha paura?”, ha insistito Goswani. Per rispondere a questa domanda – ha esordito il predestinato – “bisogna capire un po’ di più chi è Rahul Gandhi e quali siano state le sue circostanze e una volta che queste saranno state approfondite si potrà avere una risposta all’interrogativo riguardo a chi sia Rahul Gandhi e di cosa abbia o non abbia paura”. Goswani tentava di strappargli un sì o un no, di riportarlo a fatti, numeri, eventi o alle accuse dei suoi avversari, ma Rahul svicolava ogni volta per ripercorrere le sue tragedie. Di cosa può avere paura una persona a cui hanno ammazzato la nonna (Indira) e il padre (Rajiv)? Rahul spiegava di non temere più nulla perché aveva già perduto quel che di più importante c’era da perdere e poi, senza mai guardare in camera, tornava a parlare in loop della sua India solidale, l’India per tutti con le braccia tese verso i deboli e le donne. Anche quando i discorsi si facevano concreti, Gandhi pareva fragile e vago, un uomo di 43 anni che non scalpita per mangiarsi il mondo, ma lotta, piuttosto, contro un senso ineluttabile di sconfitta. Anche Modi può risultare generico, spesso anche contraddittorio, nessuno però si sognerebbe di mettere in dubbio la sua ambizione. “Pensa solo a vincere, vincere sempre”, ha raccontato un ex capo di stato del Gujarat a Vinod Jose della rivista Caravan nel reportage “The emperor uncrowned”. “Altri politici possono immaginare che un giorno perderanno, lui no. Potrebbe diventare primo ministro o finire in prigione”.

Narendra Modi non gode di buona stampa: governa nella patria del mahatma Gandhi, ma è il politico meno gandhiano che si possa immaginare. L’Economist gli ha dedicato un articolo intitolato: “A man of some of the people” e a ottobre il New York Times lo ha bacchettato in un editoriale: come può aspirare alla poltrona di primo ministro quando i sentimenti che suscita in vasti strati della popolazione indiana sono l’antipatia e la paura? E’ ormai un cliché per i media definire il candidato del Bjp “una personalità discussa e controversa”, del resto nemmeno il diretto interessato contesta questa etichetta. NaMo sa di assomigliare a un elefante in un negozio di cristalli e se ne infischia. Reuters gli ha chiesto a quale personaggio della storia si ispirasse, ma nessun padre nobile da Nehru a Sardar Patel (in onore del quale Modi sta facendo costruire una statua grande due volte quella della Libertà, la statua dell’Unità) è stato citato. “Io non ho mai voluto essere qualcuno, ma fare qualcosa”. Forse è proprio questo sfrenato vitalismo il suo tratto più caratteristico. Nel 1999, in piena crisi del Kargil, mentre il generale Pervez Musharraf e il premier Atal Bihari Vajpayee provavano a imbastire fragilissimi colloqui di pace, NaMo, ancora sconosciuto alla maggioranza degli indiani, cercava la ribalta con dichiarazioni incendiarie. Come dovrebbe rispondere l’India in caso di provocazioni pachistane?, gli chiesero nel corso di un dibattito televisivo. “Ovviamente – rispose – non offriremo loro pollo biryani: a una pallottola risponderemo con una bomba”.

Modi è un nazionalista che ha compiuto il suo apprendistato politico tra le fila della Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss), l’organizzazione dell’induismo militante fondata nel 1925 e cresciuta in opposizione tanto al nazionalismo non violento del mahatma Gandhi quanto al laicismo del Partito del Congresso. Nato nel 1950, Modi è il terzo di sei figli di un venditore di tè della città medievale di Vadnagar. E’ ancora un adolescente quando gli viene imposto un matrimonio combinato, ma NaMo fugge subito la vita familiare per dedicarsi al proselitismo: diventa un cosiddetto “pracharak” e all’interno dell’Rss si conquista la reputazione di un formidabile organizzatore. Negli anni in cui scala le vette dell’Rss, il Bjp (approdo politico naturale dell’Rss) passa da 11 a 121 seggi nell’Assemblea nazionale del Gujarat. Modi si trasforma in un piccolo kingmaker e nel 1998 viene promosso a segretario generale per l’organizzazione del partito, il ponte tra Bjp e Rss. Nel gennaio del 2001 il Gujarat è scosso da un terremoto devastante. Modi lavora al quartier generale del Bjp a Nuova Delhi e sa che i vertici locali del partito non acconsentirebbero a una sua missione nei luoghi colpiti dal sisma. NaMo chiede aiuto a Parimal Nathwani, il capo del gruppo Reliance Industries in Gujarat e arriva a destinazione su un jet alcune ore prima dell’allora Chief Minister Keshubhai Patel.

Quando il 7 ottobre del 2001 presta giuramento come capo di governo del Gujarat le prime bombe statunitensi stanno cadendo su Kabul, in Afghanistan, e il Bjp è a suo agio nella lotta globale al terrorismo islamico. Cinque mesi dopo, il 27 febbraio 2002 la guerriglia esplode in Gujarat: è la prima volta in India che la violenza interconfessionale del subcontinente deflagra per le strade e contemporaneamente in diretta sui teleschermi. Un treno nel distretto di Godhra viene dato alle fiamme, oppure scoppia un incendio (la dinamica non è stata del tutto chiarita): muoiono 59 pellegrini indù e la polizia dà la colpa a un gruppo di musulmani. Le vie si gonfiano di giovani indù che corrono, gridano e invocano vendetta. E’ strage nei quartieri musulmani: secondo il governo di Nuova Delhi le vittime sono più di un migliaio. Un rapporto di Human Rights Watch del 2002 – dal titolo “Non abbiamo ricevuto ordine di salvarvi” – denuncia il ruolo a tratti passivo a tratti connivente della polizia. Un ministro di Modi, Maya Kodnani, viene condannato a 28 anni di carcere per aver distribuito armi ai rivoltosi incoraggiandoli ad attaccare i concittadini musulmani. Nel 2012 la Corte suprema ha stabilito che non ci sono prove del coinvolgimento di Modi nel pogrom e una petizione per riaprire il suo file è stata da poco archiviata.

NaMo non ha mai cercato il dialogo con la comunità musulmana (138 milioni di persone, circa il 13 per cento della popolazione): la sua strategia è stata voltare pagina. Siamo nel 2007, perché mi chiedete del 2002? Siamo nel 2009, il passato è passato, dobbiamo tutti guardare avanti. Poi l’estate scorsa, in un’intervista alla Reuters, Modi ha detto di sentire verso quei morti il dispiacere che proverebbe qualsiasi persona a bordo di una macchina che inavvertitamente travolge un cucciolo. La frase è suonata ancora più stonata del suo silenzio decennale. Costretto in seguito a tornare sull’argomento, Modi ha aggiunto che pensa spesso e con dolore alle vittime di quei giorni terribili. “Se fossi responsabile di quei fatti dovrei essere impiccato, ma non lo sono”.

Eppure a dispetto di una reputazione compromessa e di anni di ostracismo internazionale (il Regno Unito lo ha dichiarato persona non grata e dal 2005 Washington gli nega il visto) in India dilaga la NaMo mania. Non è che il potere l’abbia reso più accomodante o diplomatico. Come ha spiegato il suo sarto nella biografia “The man and the times” di Nilanjan Mukhopadhyay, Modi è attento all’immagine e in particolare ai dettagli della sua kurta, la camicia tradizionale indiana, così varia i colori a seconda dell’occasione, ma a mutare sono sfumature che rientrano in una gamma cromatica che va dal crema allo zafferano (la tonalità simbolo dell’Hindutva). Quel che è certo, sottolinea il sarto, è che “NaMo non indosserà mai il verde”, il colore sacro all’islam. Infatti Modi, piuttosto che cambiare se stesso, ha trasformato il Gujarat.

Dieci anni fa Ahmedabad, la capitale commerciale dello stato, era una città sporca e inquinata, emblema delle tante storture della caotica urbanizzazione indiana. La cura NaMo l’ha costellata di spazi verdi e promenade, il traffico non è più infernale, i mezzi pubblici funzionano. E’ possibile rinnovare la patente o inoltrare domanda per un passaporto online, ottenere in tempi brevi appuntamenti con funzionari pubblici per chiedere licenze e tutta la documentazione burocratica arriva direttamente a casa corredata da lettere personalizzate in cui Modi oltre ai saluti invita i cittadini a limitare l’utilizzo delle automobili. A 12 chilometri da Ahmedabad sta sorgendo GIFT (Gujarat International Finance Tec-City), la città ecologica che offrirà agli investitori 75 milioni di chilometri quadrati di spazio suddiviso in 124 grattacieli, concepiti dagli stessi architetti dell’East China Architectural Design and Research Institute, i creatori della Shanghai moderna, il modello per eccellenza del Chief Minister. GIFT si dà tempo fino al 2017 per rimpiazzare Mumbai come hub dei servizi finanziari del subcontinente. Nessuna ambizione pare troppo ardita per il demiurgo di Ahmedabad: negli anni in cui la crescita indiana è scesa sotto il 5 per cento, il Gujarat è galoppato al 10 e, giorno dopo giorno, il “pericoloso fondamentalista” è stato soppiantato da “Vikaas Purush”, l’“Uomo dello Sviluppo”. “Noi siamo il motore dell’economia indiana”, tuona NaMo e non è l’unico a pensarlo. Goldman Sachs ha recentemente prodotto un report – “Modi-fying our view” – che loda Modi e il Bjp per aver attuato importanti riforme infrastrutturali, uno dei buoni motivi secondo la banca d’investimenti per tifare per il Chief Minister del Gujarat nel maggio 2014, quando 700 milioni di indiani saranno chiamati alle urne per il rinnovo della Lok Sabha (la Camera bassa del Parlamento indiano). E’ un entusiasmo condiviso dall’aristocrazia degli affari di India Inc: per Mukesh Ambani (presidente di Reliance Industries), NaMo è “un visionario”, il re dell’acciaio Lakshmi Mittal lo definisce “il purosangue che non può essere fermato”, ma è Ratan Tata (presidente dell’omonimo Tata Group) il più convinto delle sue qualità: “Quando Modi dice che una cosa sarà fatta, si può essere certi che sarà fatta davvero”. Può apparire pleonastico ma affidabilità ed efficienza non sono le prime cose che vengono in mente quando si pensa alla burocrazia indiana. Del resto è stato proprio Tata il primo testimonial del business friendly Modi quando, nel 2008, ha deciso di trasferire la produzione della sua Tata Nano dal Bengala occidentale al Gujarat. Due anni dopo anche Peugeot e Ford hanno bussato alla sua porta. Non c’è luogo più significativo a suggello degli exploit delle pubbliche relazioni di Modi dei summit economici denominati “Vibrant Gujarat”: mini-Davos cui partecipano ogni due anni investitori provenienti da tutto il mondo – nel 2013 erano 121 gli stati rappresentati – che siglano promesse d’affari da centinaia di milioni di dollari.

Le elezioni indiane sono notoriamente difficili da prevedere: i grandi partiti devono fare i conti con il potere dei raggruppamenti regionali, quest’anno poi l’emergere della formazione anticorruzione Aam Aadmi rende ancora più incerto l’esito del voto. L’avanzata di Modi è vissuta con orrore da molti intellettuali. Per lo scrittore Pankaj Mishra, il capo del governo del Gujarat “è il primo esponente del capitalismo indiano con caratteristiche cinesi, un tipo di capitalismo autoritario”. Per l’attivista dei diritti umani Nafisa Barot, “le sue politiche pro business hanno danneggiato i più poveri che per la maggior parte sono musulmani”. Alcuni analisti ridimensionano i numeri del boom del Gujarat, ma mentre i diplomatici europei ricevono l’ex uomo nero nel salotto buono (il premier inglese, David Cameron, ha dichiarato di essere pronto a incontrarlo, l’ambasciatore italiano in India lo ha già fatto, e pazienza se Modi promette il pugno duro contro i Marò), la sua parabola ascendente ha il sapore della fine di un’epoca. “Non potrei vivere in una nazione in cui Narendra Modi è il primo ministro”, ha detto l’eminente scrittore UR Ananthamurthy. C’è un’altra India però che non aspetta altro, come i cosiddetti cyber-indù che difendono il loro beniamino a oltranza sui social network. Modi non è volgare, è un leader che sa quello che vuole, è il loro Ronald Reagan – twittano – la Maggie Thatcher dell’Hindutva. Per facilitare la dipartita di Ananthamurthy, i cyber del Bjp hanno organizzato una colletta per fornirlo di un biglietto di sola andata via dalla madrepatria. Sono ragazzi che si fanno beffe della retorica del sacrificio della dinastia Nehru-Gandhi, figli delle liberalizzazioni degli anni Novanta che non vogliono pensare al Gujarat del 2002 ma piuttosto a quello del 2014. Sono attratti dall’idea di un governo più snello che offra opportunità piuttosto che sussidi. “Il fatto è anche che dopo cinque anni in cui ci siamo sentiti allo sbaraglio, molti sognano un governo forte e credono di avere lo stomaco per ingoiare più di un boccone amaro”, ha scritto Shekhar Gupta sull’Indian Express. Forse anche credere al figlio di un venditore di tè che ha molto, troppo, da farsi perdonare e nonostante tutto non si vergogna di dire “io” (“io, me e me stesso” è un altro dei soprannomi di Modi) e predica la ricchezza domani e l’equità chissà.

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