Balle incendiarie

Nella terra dei fuochi fatui

Una decina di ragazzetti maschi e femmine, zingarelli scurissimi, cenciosi, i capelli di pece e le narici fervide, mobili come passeri e diffidenti come gatti. Sfilano scalzi lungo la strada statale, alle spalle dell’immensa discarica sequestrata. Seguono una scalcinata serpentina d’asmatici furgoncini, Ape Piaggio dall’aria decrepita e stracarichi d’ogni tipo di rifiuti cittadini, vecchi copertoni d’auto, chili di cavi elettrici ancora coperti di plastica, dimenticate videocassette Vhs, dischi in vinile, scarpe rotte.

Nella terra dei fuochi fatui

Giugliano, provincia di Napoli. Una decina di ragazzetti maschi e femmine, zingarelli scurissimi, cenciosi, i capelli di pece e le narici fervide, mobili come passeri e diffidenti come gatti. Sfilano scalzi lungo la strada statale, alle spalle dell’immensa discarica sequestrata. Seguono una scalcinata serpentina d’asmatici furgoncini, Ape Piaggio dall’aria decrepita e stracarichi d’ogni tipo di rifiuti cittadini, vecchi copertoni d’auto, chili di cavi elettrici ancora coperti di plastica, dimenticate videocassette Vhs, dischi in vinile, scarpe rotte. Per niente intimoriti dalla presenza d’estranei, che devono aver rapidamente giudicato inoffensivi, imboccano una stradetta tortuosa che s’addentra come un’ansa di fiume in una campagna rigogliosa e infernale, sudicia come un sobborgo cittadino, tra un albero da frutto e la carcassa d’un frigorifero, un mezzo salotto sfondato e abbandonato così, in mezzo all’erba e al fango. I movimenti dei bambini sono una danza leggera e confusa, un moto da telaio intorno alla catasta di robaccia che stanno costruendo in una radura che ha la superstrada come orizzonte. Preparano un cumulo di monnezza cui sarà dato fuoco nel corso della notte, ammonticchiano spazzatura su spazzatura e calpestano altra, preesistente spazzatura: carte d’imballaggio, di maccheroni, fogli di quaderni, a liste, a pallottole, a foglie morte, a trucioli e a coppetti, carte e bucce di arance, bambole decapitate, senza dire dei resti di quella che sembra plastica fusa, catrame e una strana, mefitica guazza oleosa su cui questi ragazzini sciamano scalzi con surreale e infantile allegria. La chiamano Terra dei fuochi. E tentare di raccapezzarcisi, all’inizio, dà le vertigini. Incredibile è la parola che ci vuole. Ma incredibile è anche l’Italia, e bisogna andare in Campania per constatare quanto è incredibile l’Italia, con le sue follie, il suo circo mediatico.

Che cos’è l’emotività, come si scatena una psicosi in una terra in cui la disgrazia è il prolungamento della normalità? Me lo chiedo mentre passeggio su un campo coltivato a fragole nelle campagne di Giugliano, a mezz’ora di macchina da Napoli. Se sollevo appena lo sguardo ho di fronte la recinzione della più grande discarica abusiva della Campania, appezzamenti di terra imbottiti di schifezze, duecento chilometri quadrati avvelenati dal clan dei casalesi in quasi vent’anni di attività criminale e oggi sequestrati. Ma le fragole di Giugliano, come dice il contadino che le guarda amorevole e preoccupato, “sono buone”. Sono cioè commestibili, sane, non contaminate. Lo dice il Nucleo anti sofisticazione dei carabinieri, il Nas. Da tre anni è in corso, con i pochi mezzi della regione, un lungo processo di messa in sicurezza per oltre duemila chilometri quadrati intorno al cuore marcio della discarica. Ma la televisione, il New York Times, le telecamere di mezzo mondo sono arrivate soltanto adesso, e con allarme, dopo le parole di Carmine Schiavone, pentito di Camorra, appena uscito dal programma di protezione, ospite fisso dei talk-show di La7, Sky e Mediaset, autore di rivelazioni ancora prive di riscontri e giudicate poco attendibili o estremamente generiche dai magistrati. Ma non dai giornalisti. Schiavone sta per pubblicare un libro, offre anche due, tre, interviste al giorno. Nel salotto di casa, sul caminetto, ha appeso un foglio, è un carnet d’appuntamenti con giornalisti di mezza Europa, francesi, inglesi, svedesi, anche americani. A ciascuno ripete: “Qui moriranno tutti di cancro”. E non solo i giornalisti, ma anche la popolazione crede più a lui che ai carabinieri, ai funzionari dell’Asl, ai medici dell’Istituto superiore di sanità. Qui il mondo è sottosopra, povertà e collusione, corruzione e ignoranza, decenni di mala gestione amministrativa hanno come ispessito un atavico sentimento di diffidenza, l’idea spagnolesca che lo stato sia ostile e un po’ nemico. La famiglia è l’unico istituto veramente vivo nella coscienza del napoletano, lo Stato – con la esse maiuscola – è fuori: impone le tasse, il divieto di sosta, i carabinieri; è un’entità realizzata dalla forza ma che si può aggirare con la furbizia e la lusinga. Dunque è prepotente e anche un po’ cialtrone, meglio diffidare. Così quando il dottor Mario Fusco, il responsabile regionale del registro tumori, esprime perplessità, dice con cautela di medico e funzionario che “i dati scientifici non dimostrano ancora nulla”, “andiamoci piano”, “le cause di neoplasia sono molteplici”, alla meglio viene snobbato, alla peggio gli danno del politicante, del servo, persino del camorrista. Eppure anche Umberto Veronesi, l’oncologo, il luminare, ha detto la stessa cosa in un’intervista al Mattino di Napoli.

Ecco, adesso abbasso lo sguardo e ci sono invece le fragole di Giugliano, coperte da una leggera e morbida peluria, sono il frutto più delicato che ci sia. La prima piantina dista appena trenta metri dalla discarica dei veleni. Ed ecco il paradosso: il contadino le mangia queste fragole, e le vende. Queste di Giugliano sono forse le fragole più controllate del mondo, e sono fragole sane, pulite, commestibili, lo hanno certificato le analisi del Nas dei carabinieri e anche quelle del commissario speciale per la bonifica di quest’area infelice, la ex Resit. Dice Umberto Veronesi: “Allo stato attuale delle conoscenze ci sembra di poter escludere che i vegetali che crescono in questa zona siano inquinati, perché le radici delle piante sono un filtro molto selettivo per le sostanze tossiche”. E non c’è un solo prodotto agricolo di questa area che sia risultato nocivo per la salute, contaminato. “Ma come si fa a dirlo? Non posso nemmeno dirlo, non ci crede nessuno, dicono che sono colluso. Mi insultano”, esplode Mario De Biase, il commissario alla bonifica, salernitano, ex funzionario del Pci, uomo burbero, compenetrato nella sua difficile funzione, ma pragmatico, senza orgogli luciferini. E il commissario alla bonifica quasi si strappa i radi capelli dalla testa. La grande distribuzione internazionale continua a comprare, effettua i suoi controlli di qualità, come hanno sempre fatto i mega supermercati della Germania e della Francia che acquistano i prodotti dell’agroalimentare campano. Sono gli italiani che non comprano più. La Doria è una famosa azienda che inscatola pomodori pelati, vende il sugo per la pasta, la passata, la polpa. Non produce qui a Giugliano, ma a Salerno, ottanta chilometri a sud-est, ha stabilimenti a Potenza e a Ravenna. Eppure negli ultimi due mesi, in corrispondenza delle interviste fatte a Schiavone, La Doria ha subìto una flessione del 30 per cento nelle proprie vendite. Potere dei pentiti. Lo stesso accade all’acqua Ferrarelle, che sgorga a settanta chilometri da Giugliano, e ad altri marchi prestigiosi e lontanissimi da questa terra disgraziata; anche alle industrie di Antonio D’Amato che, tra le altre cose, impasta con l’acqua napoletana (quella della rete idrica, controllata. Sono alcuni pozzi di campagna a essere stati compromessi) la farina per comporre le cialde sulle quali poi d’estate mangiamo il gelato. A maggio del 2013 don Maurizio Patriciello, parroco di Parco Verde a Caivano, periferia della periferia, ha poggiato una cassa di pomodori sull’altare. “Questo pomodoro è maledetto”.

Oggi aspetto don Patriciello di fronte al cancello di questa sua chiesa costruita nel ’92, circondata da cancelli e muri, decoroso fortino in un sobborgo in cui tutto comunica una grammatica di violenza e banalissimo degrado. Una donna di mezz’età, muso truccato a girasole, scarpe coi tacchi alti a sostenere una persona tracagnotta e un paio di gambe gremite di vene varicose e scoperte fin al di sopra dei livelli della più audace minigonna, attraversa la strada. Mi passa di fronte.

Due uomini a cavallo d’un motorino girano e rigirano intorno all’isolato, vanno per serpentine, per semicerchi, occhiuti come sentinelle, hanno il volto coperto. Questo quartiere è un mercato della droga, il commissario di polizia mi ha avvertito, con ritmo algebrico: “Quattromila abitanti, milleduecentosessanta pregiudicati. Case popolari costruite dopo il terremoto del 1980”. Ecco la donna che avanza come un carro caracollante, i seni esplosivi ballonzolanti nelle libere vesti e il fiato pesante delle donne dei cannibali. Uno dei giovani in motorino le lancia addosso un fiume d’improperi come un secchio d’intestini fumanti. Lei scappa. E quello che sento è un dialetto marcio come le strade ricolme di monnezza e le case popolari dai muri umidi di spugna. In alcuni angoli di Chiaia e del Vomero, o in un ottocentesco caffè di via Caracciolo, in centro a Napoli, dove il barman accoglie gli avventori in livrea rossa, talvolta può capitare di sentir parlare qualche anziano signore in palandrana con quel tono dialettal-borbonico che ricorda l’ironica inflessione di Totò o di Carlo Croccolo, con l’intercalare morbido e fatuo, “bellezza mia”... Ma qui è un’altra lingua. Questa non è la città di Croce né di Scarpetta, né di Viviani né di De Filippo, né di Di Giacomo né della Serao né di La Capria. I ragazzi in motorino e le donne rotonde, dall’aspetto burbanzoso, si esprimono in un dialetto deciso e canagliesco, niente di simpatico e nemmeno di pittoresco. Persino l’aria che respiro, mentre aspetto don Patriciello, qui a Parco Verde – strana ironia per un posto che di verde non ha proprio nulla – sa di polvere umida e d’altri innominabili residui ed essenze; sa di pulizia sommaria, di trascuratezza, di abbandono. “Tutto è cominciato una notte d’estate, dal caldo si dormiva con le finestre aperte. Una puzza. Ma una puzza. Ho sollevato lo sguardo verso il crocifisso: ‘Che cosa mi stai chiedendo?’”. Don Patriciello si passa le grosse mani sui capelli brizzolati, le tonde guance chiare, lievemente curvo, le palpebre dalle ciglia femminee che dietro gli occhiali nascondono in parte pupille sfuggenti, su un volto composto nell’espressione remissiva da parroco di frontiera. “Io non sono professore”, dice. “Ma qui non c’è famiglia senza un morto o un malato di cancro. Non faccio diagnosi, ma vedo i sintomi”. Gli squilla il telefono. E’ un comitato pugliese, gli chiedono quanta gente potrà portare in piazza. Gli chiedono se ha a disposizione i pullman, risponde di sì. Rimette il telefono in tasca. “Sono quelli che lavorano con Pino Aprile. O’ scrittore. Un amico”, mi dice. “Mi trovo a essere la voce del sud”, spiega, “l’ho anche detto a Napolitano”. E qui mi racconta di come la sera del 31 dicembre il presidente della Repubblica ha cambiato il suo discorso di fine anno dopo una telefonata con lui, don Patriciello. “Ricevetti una chiamata dagli uffici del Quirinale. Consigliai di far inserire al presidente un passaggio sulla Terra dei Fuochi. E il presidente l’ha fatto, si sentiva che quel passaggio era incongruo, come inserito all’ultimo momento nel corpo del discorso”. Il telefono squilla ancora. “C’è stato un altro morto di cancro, a Casalnuovo. Qui sono venuti anche quelli delle Iene, hanno fatto un gran servizio. Siamo diventati amici. Questa terra è maledetta. Maledetta. L’aumento dei tumori tra il 2008 e il 2012 ha avuto un incremento del 300 per cento”. Scusi, ma non c’è nessuno studio scientifico che lo dimostri. Veronesi è scettico, l’Istituto superiore di Sanità pure. “Ma a Frattamaggiore c’è un medico, Luigi Costanzo, che ha fatto una ricerca. Tu l’hai visto il film di Domenico Iannacone sulle tombe del cimitero di Caivano?”. No. “Ogni anno trecento morti, il settanta per cento di cancro”. Il 16 novembre, questo prete cinquantottenne che da laico faceva il paramedico ha portato in piazza a Napoli centomila persone. Il 9 e 10 novembre è stato invece organizzato un “biocidio tour” internazionale. Ed ecco un’altra espressione tremenda, un altro fuoco: “Biocidio”. “Stop al biocidio” si legge sui cavalcavia del trafficatissimo Asse Mediano e persino in Piazza Dante, nel cuore di Napoli, alle spalle del monumento vandalizzato che raffigura un severo e malcapitato Dante Alighieri al centro d’una delle piazze più belle e trascurate d’Italia. La potenza della Terra dei Fuochi sta anche nell’aver coniato parole nuove, reso amichevoli espressioni disgustose come “sversare”, “percolato”, “eco balle”, “biocidio”; nell’aver mostrificato cose familiari e un tempo rassicuranti come la frutta e la verdura, il pomodoro e le fragole.

Adesso persino i quadri di Arcimboldo, i suoi volti umani composti d’ortaggi e di fiori, d’uva e di cipolle, a ben osservarli sembrano attraversati da un’ombra ostile, un ghigno inquietante. Don Patriciello fa roteare con la mano sinistra il suo rosario, come un lazzo. “Impazzisco quando negano l’evidenza”. E mi mostra le foto dei bambini ammalati. Le storie sono lancinanti, non c’è dolore più grande della perdita d’un figlio, un’eco di sconforto quasi insopportabile ci avvolge entrambi. Ma non vi fidate dei medici, dell’Istituto superiore di Sanità, dell’Asl, dello stato? Il prete ascolta senza dire niente, inclinando la testa, con un’espressione di attenzione e di segreto calcolo. “Abbiamo mandato settantacinquemila cartoline come questa a Papa Francesco”. Lo saluto mentre si allontana in automobile, stasera presenta il suo libro, s’intitola “Vangelo dalla Terra dei Fuochi”. A pagina 96 si legge una preghiera al camorrista pentito Schiavone, il vecchio zio dai cinquantotto “circa” omicidi: “Carmine, fratello mio, stiamo soffrendo. E’ giunta l’ora del coraggio e della verità. Aiutaci tu a svergognare questi loschi figuri nascosti dietro la cravatta e il computer”. Fuori dalla chiesa ritrovo il quartiere dormitorio, il motorino è scomparso, due grasse e muscolute comari chiacchierano con i palmi ben piantati sui colmi delle ardue pance. Accendo una sigaretta con l’autista, Enzo. “Bisognerebbe trovare un uomo di scienza”, mi dice. Ed ecco la parola chiave, l’illuminazione improvvisa. L’uomo che possedesse “la scienza”. E forse questa terra cerca il guaritore, lo stregone, l’illuminato, il ciarlatano. La dimensione è quella dei derelitti, sembra avvolgerli come un sentimento di collera, di speranza e di diffidenza, di millenarismo e di paura. Si affiderebbero a chiunque. Sono pronti a credere a chiunque. Purché non sia lo stato.

Carmine Schiavone  passeggia per Casal di Principe, silenzioso paesone di camorra in provincia di Caserta. Ha l’aria simpatica di un vecchio zio, saggio e bonario – quante persone ha ammazzato? “Credo cinquantotto”, dice. Gusta il caffè con lentezza, in un mutismo disteso. Qualche volta quando parla si confonde, racconta dettagli incomprensibili, parla come se avesse di fronte un ufficiale di polizia o un magistrato inquirente: cita nomi, fatti, personaggi evidentemente sconosciuti al suo interlocutore, e così lo porta lontano e poi solo a fatica si fa ricondurre indietro. Sembra disordinato nei pensieri. Eppure con gli occhi, che tra le palpebre paiono diventati due acquose fessure, sprizza d’improvviso un’intelligenza vivace ma remota, come assestata, volutamente occultata lì in fondo allo sguardo indecifrabile, da qualche parte, come pronta a balzare fuori con un lampo feroce. E forte si fa il sospetto d’una sottile doppiezza di questo anziano settantenne che tra i casalesi era considerato l’uomo di mondo, quello brillante, l’istruito, l’unico con il diploma di scuola superiore. Ma lei ha sul serio visto interrare dei fusti ricolmi di scorie radioattive? “Me lo hanno detto”. E dove sono? “Qui, là, tutt’intorno a noi. Ci hanno costruito sopra. Ed è così anche in Sicilia, in Calabria, persino in Liguria. A La Spezia. Andate e scavate”. Raffaele Cantone, il magistrato che ha annientato i  casalesi, invece sussurra poche parole: “Dice stupidaggini”. E sono altri i pentiti che hanno indicato le zone in cui la criminalità seppelliva rifiuti industriali, chimici e cittadini, e si tratta di quattro vasti appezzamenti di terra distribuiti e circoscritti tra Napoli e Caserta, più altri punti a macchia di leopardo: sono stati individuati, recintanti, sequestrati e sottoposti ad accertamenti già parecchi anni fa, in un contesto d’ignoranza, degrado e povertà che coinvolge anche le amministrazioni locali. E per capirlo bisogna proprio venire a vedere la condizione d’abbandono di queste campagne dove i gommisti per risparmiare smaltiscono i copertoni inutilizzabili di camion e automobili, mentre alcuni disperati, in cerca di facile guadagno, vengono a bruciare la plastica che ricopre i fili elettrici, per recuperare il rame prezioso e poi rivenderlo. I comuni non raccolgono la spazzatura che in campagna prima veniva seppellita, adesso bruciata, abbandonata sul ciglio della strada, sotto i cavalcavia, dove capita. La monnezza è sopra ed è sotto, è un po’ nell’aria e un po’ nell’acqua dei pozzi. Camminare in mezzo alla campagna è un’avventura. Materie immonde incastrate, anzi “azzeccate” sotto i tacchi, un piede che sembra essersi fatto più alto dell’altro per l’incollatura di qualche strano mollicone spugnoso, bucce pelose che fuoriescono dalle suole come zampette di scarafaggi e la necessità alla fine della camminata non solo di spazzolare, ma di passar a fil di coltello le parti sottostanti. O di gettare le scarpe.

I soldi sono pochi e la sfiducia nelle istituzioni, da queste parti, sfiora il ribellismo, si mescola a una neghittosità tutta meridionale, a strumentalizzazioni politiche, stranezze, fatalismo, tragedia. E in mezzo ci va tutto, persino Giorgio Napolitano, “che sapeva e non ha parlato”. Ma di cosa? Perché? Cercano la monnezza radioattiva, e non vedono quella normale che li seppellisce e li appesta. E’ un movimento di popolo guidato da preti e centri sociali, ragazzi di Beppe Grillo e notabilato di paese, farmacisti, medici generici, oscuri oncologi. Ma è la stessa popolazione che, circondata dal paesaggio stravolto di campagne un tempo felici, si oppone alla costruzione dell’inceneritore a Giugliano “perché inquina”. Fino a qualche anno fa veniva assediato l’inceneritore di Acerra, come la discarica regolare di Terzigno doveva essere protetta dall’esercito. Paradossi imprendibili. E questa è evidentemente una storia in cui paura, plebeismo, fantasia e realtà formano un impasto micidiale in cui perdersi è facile. Il governo si è interessato del problema soltanto adesso, grazie a Schiavone, il pentito che farfalleggia in tivù sotto i riflettori spettacolari del circo mediatico e straparla d’una terra condannata. E lì, in televisione, sui giornali stranieri, persino sull’Espresso (“Bevi Napoli e poi muori”), si fa un tutt’uno tra i rifiuti interrati e quelli bruciati in superficie, tra gli affari delle lobby criminali e l’incuria amministrativa, l’inciviltà diffusa, l’abitudine di buttare i sacchetti un po’ dove capita, i miasmi veri e quelli fasulli, i fatti e i fattoidi, la cronaca e le leggende. “Questa storia mi fa impazzire. Ci morirò”, mi dice al telefono Ciro Pellegrino, il giornalista che con Antonio Musella e Gaia Bozza ha fatto per il sito fanpage.it i reportage e le videoinchieste più smaliziate e intelligenti. “Siamo stati ore a guardare sconsolati gli scavi a Casal di Principe, con i carabinieri che non trovavano niente. Poi ho letto un pezzone in prima pagina sul New York Times. Un pezzo strano, allarmato, convenzionale ma che pure, contemporaneamente anche diceva la verità: sottoterra non c’era nulla”, sorride amaro Antonio Musella. Ma appena affiora un vecchio secchio squarciato c’è qualcuno che urla: “Ecco i fusti con le scorie”. Hanno trovato il piombo e il cadmio, scarti delle concerie toscane, medicinali scaduti. Ma da tutt’altra parte. Molto tempo fa. E come si legge nella relazione dell’Istituto superiore di Sanità del 29/10/2013, prot. 2013/0002251: “Dai risultati ottenuti, i prodotti ortofrutticoli prelevati nell’area di Giugliano in Campania sono conformi alla normativa di settore”. Federico De Raho, capo del pool anticamorra che indagò sullo sversamento dei rifiuti in Campania, lui che sostenne l’accusa nel processo Spartacus, terminato con novantuno condanne per oltre ottocento anni di reclusione, inarca le spalle, come una smorfia: “Abbiamo già cercato. Non ci sono riscontri”. Sotto terra è un mistero buffo. Ma in superficie osservo una compagnia di topi in assetto da guerra. I notevoli roditori ritengono preferibile lo sfruttamento delle strade, assai più ricche di rifiuti e di commestibili in genere, delle native fogne.

E non si capisce davvero più nulla, ma tutto sembra possibile. Enzo, il tassista che mi accompagna su e giù, da Caserta a Napoli, da Caivano a Giugliano, mi racconta storie incredibili di pecore con tre occhi, di mucche al plutonio, mi dice che “cacciano latte verde”, poi si confonde con le mozzarelle blu, quelle che però venivano dalla Germania. Enzo non sa niente, ma sa tutto perché l’ha letto “su internet”. Terra dei fuochi, la chiamano, con gusto letterario corrispondente alla nuova oleografia partenopea: monnezza e camorra hanno sostituito Pulcinella e scugnizzi, ma sempre di bozzetto si tratta. Questo nome l’ha inventato parecchi anni fa Angelo Ferrillo, giovane ricercatore universitario. Lui ha cominciato a segnalare sul sito www.terradeifuochi.it  i roghi di spazzatura e materiale plastico il cui fumo denso e nero è talvolta visibile anche in automobile, percorrendo l’Asse Mediano, la strada di scorrimento veloce che collega Napoli alla sua sterminata provincia, da nord a sud, da est a ovest. Per Ferrillo è stato un modo di combattere l’indifferenza e la rassegnazione. Poi è arrivato Roberto Saviano, e lui  l’ha inciso a caratteri tintinnanti nella letteratura internazionale questo nome formidabile ed evocativo, con l’ultimo capitolo di “Gomorra”, Terra dei Fuochi, appunto, milioni di copie vendute nel mondo. Ma la Terra dei Fuochi è un posto che non esiste, è una bestia puntiforme, un non luogo dalla geografia irregolare, un barocchismo shakespeariano corrispondente, per dimensioni, allo 0,5 per cento della Campania. Dunque fuochi di monnezza e fuochi di parole. “Ma le esagerazioni sono anche servite”, dice Mario De Biase, il commissario alla bonifica. “Si sono accesi i riflettori del cinematografo. Sempre meglio che essere ignorati”, mormora. Anche il governatore Stefano Caldoro si sente un po’ meno solo, ha evitato il default della regione, e senza soldi, con i fondi europei, è riuscito a fare qualcosa. Il governo manderà l’esercito, ha stanziato venticinque milioni di euro per l’ordine pubblico, per fermare i roghi di monnezza. Sono anche state inasprite le pene. Ma dov’è “l’inferno atomico” che hanno raccontato Michele Santoro e Sandro Ruotolo a “Servizio Pubblico”? Dove sono le scorie nucleari provenienti dalle centrali atomiche della Germania di cui parla Schiavone? Moriremo tutti di cancro? I carabinieri hanno scavato, già una volta alla fine degli anni Novanta, nei pressi di Casal di Principe, il paese di Francesco Schiavone detto Sandokan, di Francesco Bidognetti detto Cicciotto ’e mezzanotte, e di Carmine Schiavone, appunto, lui che adesso ripete – e con la medesima genericità di allora – la stessa storia che raccontò già nel 1997 ai magistrati e ai membri della commissione d’inchiesta sul traffico illecito dei rifiuti nel corso di un’audizione intorno alla quale s’è costruito un romanzo nel romanzo. Titolo di giornale: “Le rivelazioni di Schiavone secretate per sedici anni. Si poteva intervenire prima”. Erano secretate perché c’erano indagini in corso. “E comunque erano dichiarazioni evidentemente così generiche da risultare inutili”, dice Massimo Scalia, che quella commissione d’inchiesta nel 1997 la presiedeva. Ma i carabinieri continuano a scavare, oggi come sedici anni fa, nello stesso posto. Dieci, venti, trenta metri sotto terra. Non c’è niente. “Dovete andare più in là. No, più in qua”, dice Schiavone. Come a mosca cieca. All’angolo della strada un vecchio erbivendolo espone un carretto carico di frutta e verdura, è in compagnia d’un cane randagio mezzo spelacchiato, ma di una straziante umanità. L’erbivendolo leva il tendone che ricopre come un sacco a pelo l’intero corpo del furgoncino, e aspetta i clienti. Non ne arriveranno.

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