Facebook-Krieg

Qualcuno doveva aver raggirato Claudio M., perché senza che avesse fatto niente di male una mattina lo iscrissero a Facebook. Il professore absburgico si è trovato, suo malgrado, sdoppiato: da una parte Claudio Magris, dall’altra il profilo Facebook di Claudio Magris. E va bene che ogni orfano della finis Austriae ha diritto al suo personale Doppelgänger, ma che gli si lasci almeno il piacere perturbante di generarlo da sé, per gemmazione fantastica, psicoanalitica, allucinatoria, al limite vendendo l’ombra al diavolo.

Facebook-Krieg

Qualcuno doveva aver raggirato Claudio M., perché senza che avesse fatto niente di male una mattina lo iscrissero a Facebook. Il professore absburgico si è trovato, suo malgrado, sdoppiato: da una parte Claudio Magris, dall’altra il profilo Facebook di Claudio Magris. E va bene che ogni orfano della finis Austriae ha diritto al suo personale Doppelgänger, ma che gli si lasci almeno il piacere perturbante di generarlo da sé, per gemmazione fantastica, psicoanalitica, allucinatoria, al limite vendendo l’ombra al diavolo. La reazione, tempestiva e battagliera, il professore l’ha affidata alla sede naturale che spetta a chiunque venga iscritto proditoriamente a un social network: la prima pagina del principale quotidiano nazionale.

C’è perfetto accordo tra pensiero e azione, tra il Beruf dello studioso, la sua vocazione professionale, e la prassi del militante. Nell’ultimo libricino “Segreti e no” Magris rivendica il “diritto all’opacità”, a mantenersi in ombra; nel commento di giovedì sul Corriere si appella invece al secondo comma dell’articolo 20 della Costituzione che sancisce il “diritto di non partecipare” e invita a diffonderlo, a far volantinaggio, a declamarlo in tv, cosa che farei volentieri se solo quel comma esistesse (forse anche la Carta ha un suo Doppio onirico); chiama poi in causa la partecipazione coatta dei regimi totalitari, che ti iscrivevano d’ufficio ai Facebook dell’epoca – i Figli della Lupa, il Komsomol sovietico, la Hitlerjugend. Ma piano con i risolini: non siamo in Kakania, lo stile non è quello fumoso e inconcludente dell’Azione Parallela, e Magris, a differenza dell’Ulrich di Musil, è uomo d’azione. Non mollerà la preda, come testimonia la sua storica battaglia contro Telecom, passata agli annali come Memotel-Kampf o la Guerra dei sei anni (2001-2007).

Era il 12 agosto 2001 quando Magris pubblicò un’invettiva contro gli “stalinismi di mercato”. Dopo un prologo in cielo sul totalitarismo, Kafka, il realismo socialista, Kant e la società aperta, si arrivava sfiniti alla vera materia del contendere, al nuovo attentato di Sarajevo, al casus belli: la Telecom della Venezia Giulia gli aveva cancellato senza preavviso il Memotel, un servizio di segreteria telefonica, facendogli perdere dei messaggi non ancora ascoltati – e chissà che non ci fosse anche il messaggio dell’Imperatore, lungamente sognato alla finestra quando scende la sera. Era “una grave, totalitaria violazione dei diritti”, da denunciare ovviamente in prima pagina sul Corriere. La questione sembrava chiusa quando la Telecom gli ripristinò il servizio, ma sei anni dopo, il 29 novembre 2007, a rompere l’armistizio arrivò un nuovo appello dal titolo (più hitleriano che imperial-regio) “La mia battaglia per il Memotel”. Magris rievocava l’“atto di imperio degno di un Gauleiter” di cui era stato vittima, e che ora si ripeteva: “Quel servizio per me essenziale e perciò da me acquistato è stato nuovamente soppresso d’arbitrio e la Telecom non si è degnata di rispondere alle mie richieste e all’invito del mio avvocato a ripristinare il servizio”. La reazione a questa seconda offensiva fu se possibile più eroica, e culminò in una chiamata alle armi in stile 1848: “Contro ogni strisciante stalinismo, va aggiornato il famoso appello rivoluzionario: ‘Utenti di tutto il mondo unitevi!’”. Non avete da perdere che i vostri messaggi in segreteria.

All’epoca, incredulo, lessi e rilessi quell’articolo per convincermi che l’avessero davvero stampato. Oggi, all’alba della nuova guerra di Magris, il Facebook-Krieg, è tutto chiaro: gli articoli glieli scrive quel rompicoglioni del suo Doppio.

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