Voilà, il miracolo del governo Letta

C’è una frase che mi sembra riassuma bene la vicenda della crisi dell’euro nell’esperienza italiana di questi ultimi 15-20 anni. E’ stata pronunciata da Jean-Claude Junker, primo ministro lussemburghese: “Sappiamo quali riforme fare per uscire dalla crisi dell’euro, ma non sappiamo ancora come vincere le elezioni dopo averle fatte”. Egli intendeva riferirsi alle riforme vere, quelle che cambiano gli assetti, le regole e i comportamenti, e non a quelle semi-serie, talvolta solo nominalistiche, di cui in Italia abbiamo visto negli ultimi decenni una lunga sequenza.

di Piero Bini*

Voilà, il miracolo del governo Letta

C’è una frase che mi sembra riassuma bene la vicenda della crisi dell’euro nell’esperienza italiana di questi ultimi 15-20 anni. E’ stata pronunciata da Jean-Claude Junker, primo ministro lussemburghese: “Sappiamo quali riforme fare per uscire dalla crisi dell’euro, ma non sappiamo ancora come vincere le elezioni dopo averle fatte”. Egli intendeva riferirsi alle riforme vere, quelle che cambiano gli assetti, le regole e i comportamenti, e non a quelle semi-serie, talvolta solo nominalistiche, di cui in Italia abbiamo visto negli ultimi decenni una lunga sequenza. Ma perché, secondo Junker, gli uomini politici hanno timore delle riforme vere? Perché evidentemente esse hanno un costo politico espresso in termini di perdite di consensi che ne potrebbero derivare. Cosicché essi, gli uomini politici, preferiscono il metodo del rinvio, almeno, s’intende, fino a quando ciò è consentito loro, attraverso ad esempio il ricorso all’inflazione o all’aumento del debito pubblico.

Per i paesi appartenenti all’Unione monetaria europea, l’inflazione non è più praticabile già da un quindicennio, e ciò per indicazioni statutarie della Banca centrale europea. In Italia, si è allora continuato a utilizzare, sia pure tra alti e bassi, lo strumento del debito pubblico. Però, da circa due anni, anche la strada dell’aumento del debito è stata in buona parte sbarrata, almeno ufficialmente, e ciò a seguito della perdita di fiducia e credibilità del nostro paese decretata dalla stessa Unione monetaria, dai mercati finanziari e, in generale, dai risparmiatori. Siamo così entrati in una fase di emergenza, e questa, a sua volta, ha reclamato l’austerità, vale a dire una serie di provvedimenti di impatto immediato, antiemergenziali, come l’aumento della pressione fiscale e la restrizione del credito. L’austerità non è stata dunque una scelta consapevole e meditata. A rigore non è stata neppure l’effetto di un diktat imposto da Bruxelles, sebbene abbia preso proprio questa forma. L’austerità è piuttosto il risultato perverso e recessivo, e in certo senso obbligato, derivante dall’aver rinviato la soluzione dei nostri problemi, complice un sistema istituzionale che non ha prodotto gli incentivi idonei affinché i governi prendessero le misure giuste al momento giusto. A seguito dell’austerità che ha imperversato sul nostro sistema produttivo e sulla nostra società civile, il reddito è diminuito e la disoccupazione aumentata in modo drammatico.

In questo passaggio d’anno 2013-2014, sembra essere subentrato un periodo di bonaccia finanziaria, e qualche debolissimo segnale di rientro nella normalità è apparso all’orizzonte dei dati congiunturali del nostro paese. In questo contesto, che complessivamente definirei di stallo, si colloca l’esperienza del governo guidato da Enrico Letta, e il processo politico-parlamentare che ha portato all’emanazione della Legge di stabilità 2014. Come è già stato osservato da molti commentatori, questa legge contempla un numero elevato di misure, ma quasi tutte di modestissimo rilievo. Scorrendo questo testo legislativo si ha la sensazione di un bricolage formato da tanti frammenti e minuzzoli, i quali configurano più che altro l’esigenza di segnalare l’esistenza di problemi aperti, piuttosto che quella di contribuire alla loro soluzione. L’impressione finale che se ne ricava è che sia una legge che non cambia quasi nulla. Una sorta di legge invisibile. Si poteva osare di più? Si poteva fare meglio? Ognuno potrà dare la sua risposta personale a questa domanda. Gli economisti, peraltro, sono sempre in prima fila nel gioco un po’ intellettualistico di dire a posteriori ciò che si sarebbe dovuto fare e non si è fatto. Ciò che sicuramente si può dire di questa legge è che essa non produrrà alcuna scossa al sistema Italia. Ma possiamo chiederci: cosa avrebbero inserito in questa legge gli economisti se solo avessero avuto campo libero nel decidere il suo contenuto? (…)

I keynesiani. Comincerò col rappresentare il punto di vista, diciamo così, keynesiano standard il quale gode ancora tra gli economisti italiani un discreto favore. In generale, questo punto di vista enfatizza la necessità di superare le tendenze deflazionistiche in atto grazie a una politica espansiva di bilancio. Ora, questo può comportare l’aumento del deficit di bilancio. Tuttavia, secondo questi economisti, il rischio che un maggior deficit dia nuova forza alla spirale perversa debito pubblico-interessi passivi-debito pubblico è poco avvertito. Per essi infatti l’aumento della spesa pubblica, via incremento del reddito, crea di per sé lo spazio economico-finanziario necessario a garantire la sostenibilità del debito pubblico medesimo, per quanto esso possa aumentare. Sempre in questo contesto teorico, alcuni economisti rilevano che l’aumento della domanda aggregata, in ipotesi di rendimenti crescenti, determina effetti positivi sulla produttività del lavoro (la legge di Kaldor-Verdoorn). Pertanto, anche per questa via si avrebbe un aumento del reddito, cioè del denominatore del famoso rapporto debito/pil. E questo è un altro argomento che gli economisti keynesiani portano a favore della sostenibilità del debito pubblico pur in presenza di deficit crescenti di bilancio. Ebbene, una caratteristica della Legge di stabilità 2014 è quella di soddisfare l’Europa per il vincolo deficit/pil sotto il 3 per cento. Proprio a seguito del vincolo di austerità, gli economisti della linea keynesiana standard imputano al governo Letta di operare in continuità con il governo Monti, cioè con azioni per la crescita che risulteranno di scarsa o nulla efficacia. In sintesi, per essi, la Legge di stabilità 2014 stabilizza l’austerità e con essa la depressione.

I “pragmatici”. Passo a un secondo orientamento che comprende economisti che, analogamente a quelli visti sopra, ritengono che l’austerità sia autodistruttiva. Al tempo stesso, però, essi si distinguono dai precedenti per il fatto di essere molto critici sia degli elevati livelli raggiunti dalla pressione fiscale e dalla spesa pubblica, che da quello raggiunto dal debito pubblico. Secondo questa linea, esiste un limite, un punto critico della finanza pubblica e della presenza dello stato in economia (peraltro non quantificabile in modo esatto) oltre il quale le relazioni del libero mercato subiscono un depotenziamento se non un vero e proprio snaturamento, non riuscendo più ad approssimare l’allocazione efficiente delle risorse, né soprattutto a promuovere il ruolo centrale dell’imprenditorialità privata, ritenuta garanzia di innovazioni e crescita economica. Gli economisti a cui ora mi sto riferendo sono inoltre particolarmente sensibili, oltre che all’aspetto dell’efficienza, anche ad altri risvolti di carattere generale derivanti dall’esistenza di un ampio settore pubblico dell’economia. Mi riferisco in particolare agli incentivi “impropri” che un elevato livello di spesa pubblica fornisce nell’assecondare comportamenti burocratici e politici devianti. Da questo punto di vista, per loro, una significativa diminuzione della spesa pubblica avrebbe il grande merito di tagliare il cordone ombelicale che lega il bilancio pubblico alle inefficienze della Pubblica amministrazione, alla corruzione, agli incentivi sbagliati, al familismo, e alle rendite. (…)

L’altro fattore di debolezza dell’economia italiana individuato da questa linea di pensiero è l’elevato debito pubblico: per diminuirlo in modo non deflazionistico, essi raccomandano che lo stato proceda alla cessione di quote significative del patrimonio e delle imprese pubbliche. Nella loro visione, queste due operazioni, sia in termini di minori interessi passivi da pagare sul debito, sia per la diminuzione della spesa pubblica, consentirebbero di recuperare risorse per circa 20-30 miliardi in modo strutturale, da destinare principalmente alla detassazione dei redditi da lavoro e di impresa. In questo quadro, sono anche contemplati investimenti pubblici in settori come quello delle infrastrutture e della ricerca, con il vincolo però che l’intervento pubblico in economia non debba complessivamente aumentare, bensì diminuire e, soprattutto, debba essere qualificato.

Ebbene, secondo questi economisti, nella legge di stabilità 2014 non c’è praticamente niente di tutto ciò. Cito da un economista di questo filone: “La Legge di stabilità prevede oggi piccoli stimoli non risolutivi per la ripresa dell’economia. Non prevede nessuna delle due cose da fare (diminuzione del debito pubblico e della spesa pubblica), anzi le complica, come testimonia il continuo aumento del rapporto debito/pil e della pressione fiscale complessiva: forse è la prima volta che si richiedono sacrifici ai cittadini per stare peggio” (Paolo Savona, “Come stare nell’Euro e tagliare le tasse”, sul Sole 24 Ore).

La sinistra critica. Passo ora a un terzo gruppo di economisti, la cui principale caratteristica è quella di essere impegnati nella elaborazione di un paradigma alternativo a quello mainstream sulla base di un pensiero economico critico di sinistra. Come notazione di sintesi osservo che, anche quando le loro impostazioni riecheggiano le critiche al concetto di austerità svolte da autori di diverso orientamento dottrinario, in realtà le declinano in modo da far emergere un rapporto esplicito tra il contenuto tecnico delle decisioni di politica economica, e i suoi effetti valutati nei termini ideologici del conflitto di classe. Così è anche in relazione alla legge di stabilità 2014.

Ad esempio, il fatto che in questa legge il provvedimento relativo alla diminuzione del cuneo salariale sia del tutto esiguo, è da loro valutato negativamente non solo per i suoi evanescenti effetti macroeconomici, ma anche come espressione della volontà di non incidere più di tanto sulla disuguaglianza degli attuali assetti distributivi, come risvolto insomma di un orientamento dipendente dalle classi egemoni. (…) Inutile dire perciò che anche dal fronte del pensiero critico di sinistra, è venuta una sonora bocciatura della Legge di stabilità 2014.

I liberisti. Vengo ora all’ultimo indirizzo di pensiero. Nel dibattito internazionale ha avuto negli ultimi anni una vasta eco il punto di vista di economisti che pur essendo di nazionalità italiana, e in gran parte formatisi presso l’Università Bocconi, hanno svolto o ancora svolgono le loro ricerche presso università americane. Mi riferisco a economisti che sono diventati noti per aver formulato la cosiddetta “teoria dell’austerità espansiva” che potrebbe essere sintetizzata così. Una operazione di aggiustamento fiscale basata sulla diminuzione della spesa pubblica e della tassazione, accompagnata da una politica monetaria espansiva e da riforme di struttura (come quella della Pubblica amministrazione, del mercato del lavoro, eccetera) crea le premesse della crescita. L’idea di fondo è che una simile operazione determinerebbe il cambiamento delle aspettative degli individui, predisponendoli verso un maggiore ottimismo per il futuro, e quindi all’aumento dei consumi, da cui, in breve, un aumento della domanda aggregata e il ritorno alla crescita. A dire il vero, il favore verso questa teoria dell’austerità espansiva si è un po’ attenuato in questi due ultimi anni, ma non vi è dubbio che i suoi autori continuino a essere molto ascoltati. (Mi riferisco a economisti, come Alberto Alesina, Francesco Giavazzi, Silvia Ardagna, Roberto Perotti, Guido Tabellini e altri ancora).

Ebbene, proprio di recente Alesina e Giavazzi sul Corriere della Sera del 5 gennaio hanno pubblicato un articolo intitolato “La soluzione 3 per cento” in cui entrano nel merito anche della Legge di stabilità. Partendo dalle premesse teoriche dell’austerità espansiva, essi propongono una drastica diminuzione delle imposte sul lavoro per 23 miliardi, a cui dovrebbe accompagnarsi un taglio corrispondente di spesa pubblica da attuare sì gradualmente nel prossimo triennio, ma da deliberare subito in un’unica soluzione. Si intendono con ciò ottenere due risultati virtuosi: uno stimolo espansivo della domanda, da una parte, e un effetto di credibilità della politica di risanamento del bilancio pubblico, dall’altra. Un effetto credibilità del tutto simile a quello a cui mirò Hernán Cortés quando sbarcò nel centro America per iniziare la sua avventura contro gli Aztechi: per motivare al massimo i suoi uomini e per assicurarsi contro possibili diserzioni, egli decise di smantellare la flotta. Indietro non si torna. In definitiva, la proposta dei due autori mira alla realizzazione di una scossa accompagnata da misure collaterali che ne rafforzino l’efficacia e la credibilità, da cui, come si diceva, il rovesciamento delle aspettative e l’inizio di un nuovo ciclo economico e politico. Nel contrapporre esplicitamente le loro “riforme coraggiose” alla “irritante vaghezza di Letta e Saccomanni”, essi intendono dichiarare anche la grande distanza polemica che li separa nei confronti della Legge di stabilità 2014.
Almeno due le conclusioni. La prima è che nel suggerire possibili vie di uscita dalla crisi, gli economisti italiani si dividono a seconda dei loro diversificati background metodologici, teorici, e ideologici. (…) Nel paese dei santi, poeti, eroi, artisti e navigatori, non potevano mancare gli economisti, con le loro numerose articolazioni interne.

La seconda conclusione che ci sembra degna di rilievo è che, nonostante i loro diversificati orientamenti scientifici e culturali, il giudizio espresso dagli economisti nei confronti della Legge di stabilità 2014, è del tutto univoco, cioè di totale inadeguatezza. All’unanimità, gli economisti italiani ritengono che la Legge stabilità 2014, per i suoi contenuti minimali e frammentati, non riuscirà ad imprimere alcuna svolta nell’economia del paese. Incredibile, qualcuno noterà. La Legge di stabilità 2014 è riuscita a realizzare ciò che mille convegni di economia non sono mai riusciti a fare, cioè raccogliere una volta tanto gli economisti in un fronte unico. Intanto, dal suo ponte di comando, Letta ha comunicato al paese che grazie a questa legge il governo ha cambiato rotta alla Nave Italia. Sarà così, dicono gli economisti, ma non è alla vista alcuna virata. Forse come il Titanic, anche la Nave Italia è lenta nel cambiare direzione. Intanto però gli iceberg si fanno sempre più vicini.

di Piero Bini
* Professore di Economia politica e Storia del pensiero economico all’Università di Roma Tre.
Quelli che pubblichiamo sono stralci di una relazione al recente convegno “Legge di stabilità e politica economica in Italia” tenutosi sempre l’Università di Roma Tre

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