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Perché il mondo ama la fase pop della chiesa che negozia senza opporsi

James Conley, vescovo di Lincoln, in Nebraska, la chiama “la nostra fase pop”, e nella formula non c’è sottotesto dispregiativo verso la “pop culture” né entusiasmo a priori per la salita trionfante della chiesa umile di Francesco sulle copertine patinate dell’occidente secolarizzato. Il vescovo che tiene sul tavolino da caffè un libro con le copertine degli album di Who, Metallica, Nirvana e altri suoi idoli di gioventù – regalo di un altro vescovo americano – sa per esperienza quanto profondamente la cultura popolare informi il sentire comune.

Perché il mondo ama la fase pop della chiesa che negozia senza opporsi

New York. James Conley, vescovo di Lincoln, in Nebraska, la chiama “la nostra fase pop”, e nella formula non c’è sottotesto dispregiativo verso la “pop culture” né entusiasmo a priori per la salita trionfante della chiesa umile di Francesco sulle copertine patinate dell’occidente secolarizzato. Il vescovo che tiene sul tavolino da caffè un libro con le copertine degli album di Who, Metallica, Nirvana e altri suoi idoli di gioventù – regalo di un altro vescovo americano – sa per esperienza quanto profondamente la cultura popolare informi il sentire comune: “Le opinioni politiche e sociali nel nostro paese vengono più spesso dal mondo di Lorne Michaels e Jon Stewart che dalle pagine del New York Times o del Wall Street Journal. Quando parlo con i govani di matrimonio gay è più probabile che citino Macklemore che Maureen Dowd”. L’occasione dell’intervento di Conley, apparso sulla rivista First Things, è l’incoronazione di Francesco da parte di Rolling Stone – apoteosi della “nostra fase pop” – come epigono moderno e riformista dopo la fase oscura della chiesa incarnata da Benedetto XVI, che esce mostrificato dalla penna semplificatrice e pasticciona del giornalista Mark Binelli. Conley non si dilunga sul merito dell’articolo in questione (“revisionismo standard”) ma ne osserva la rilevanza pubblica, finendo per formulare osservazioni sul rapporto fra chiesa e mondo che vanno al di là della circostanza giornalistica particolare. Il problema, scrive Conley, è che le lusinghe della cultura popolare sono in realtà assalti per “dirottare il papato di un fedele, e spesso non convenzionale, figlio della chiesa”. Spiega il vescovo: “I libertini sociali e sessuali non hanno interesse a screditare il cristianesimo. Sono molto più interessati a rimodellarlo, arruolando Cristo, e il suo vicario, fra i loro sostenitori. L’agenda sociale secolarizzata è più appetibile per i giovani se completa, invece di competere, il cristianesimo residuale delle loro famiglie. Il nemico non ha nessun interesse a sradicare il cristianesimo se può sublimarlo per i propri scopi. La più grande astuzia del diavolo non è convincere il mondo che lui non esiste, ma convincere il mondo che Gesù Cristo è un paladino della sua causa”.

La cultura pop semplifica, rimpicciolisce, piega, ricalca schemi ideologici familiari al pubblico per tentare la trasvalutazione secolarizzata degli elementi cristiani che sono rimasti impigliati nell’occidente: questa è la sua forza persuasiva. La tensione descritta dal vescovo americano fra il “completare” e il “competere” è assai rilevante se si considerano le sfide su più fronti che la chiesa sta affrontando. L’offensiva francese di una laïcité post giacobina, con le sue carte della lacità esplicitamente anticristiane e la criminalizzazione di tutto ciò che devia dalla convenzione secolarizzata vigente, si muove nell’ordine della competizione fra modi di vita incompatibili. Lo stato sostituisce il vecchio paradigma  con uno nuovo. Ma nella logica della “pop culture” tanta esibizione di livore è quasi preferibile alle lusinghe sudbole di una cultura che ambisce a “completare la chiesa”.

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