L’isteria del bene democratico

L’ultimo romanzo di Richard Millet appena pubblicato da Gallimard, “Une artiste du sexe”, è quasi un manifesto contro il “neomoralismo” della gauche che ha approvato una legge punitiva dei clienti delle prostitute. “E’ in corso una rivolta in Francia, non della Francia cattolica, bianca e di destra, ma della Francia senza voce né intellighenzia”, dice Millet al Foglio.

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L’isteria del bene democratico

L’ultimo romanzo di Richard Millet appena pubblicato da Gallimard, “Une artiste du sexe”, è quasi un manifesto contro il “neomoralismo” della gauche che ha approvato una legge punitiva dei clienti delle prostitute. “E’ in corso una rivolta in Francia, non della Francia cattolica, bianca e di destra, ma della Francia senza voce né intellighenzia”, dice Millet al Foglio. Lo scrittore, premiato dall’Académie française per i suoi studi sulla decadenza della lingua francese, è anche noto come “la fabbrica di Goncourt” perché, come editor della maison letteraria di Parigi, Millet ha scoperto i vincitori del premio letterario più blasonato di Francia, come “Le benevole” di Jonathan Littell e “L’arte francese della guerra” di Alexis Jenni, che Millet ha portato negli scaffali di Gallimard a fianco di Marcel Proust e André Gide, Milan Kundera e Georges Simenon, Albert Camus e Jean Genet.

Poi due anni fa, con un pamphlet di sole 18 pagine, “Elogio letterario di Anders Breivik” (che il Foglio tradusse il 30 agosto 2012), pubblicato in coda al suo libro “Langue fantôme” (presto in Italia per Liberilibri di Macerata), a una lettura del massacro di Utoya attraverso il prisma del multiculturalismo, Richard Millet è stato protagonista della guerra letteraria più intensa della recente storia francese. Scoppia “l’affaire Millet”, dal titolo del saggio di Muriel de Rengervé, studiosa di Romain Gary, che altro non fu che una “congiura di benpensanti” (Editions Jacob-Duvernet). “E’ questo, rivolta contro gli intellos e il loro potere, il movimento della Manif pour Tous, nonostante i tentativi del Monde di chiamarla ‘Francia reazionaria’, mettendo così sotto accusa ideologica metà del paese”, ci dice Millet, che per le edizioni di Pierre-Guillaume de Roux ha appena pubblicato un libretto musicale sulla figura di Charlotte Salomon, la pittrice uccisa ad Auschwitz nel 1943, quando aspettava un bambino di cinque mesi. “Questa Francia è viva e parla nelle strade”, ci spiega Millet. “Si rivolta contro la gnosi dei diritti umani e una gauche che, da buona moralista, vuole decostruire la famiglia e punire la prostituzione. Nelle manifestazioni della Manif pour Tous trovi cattolici, laici, repubblicani, ebrei, persino musulmani, e tante giovani ragazze che assomigliano alla Marianna, icona della Francia”. Interi segmenti della popolazione si rivoltano contro quello che Millet chiama “impero del bene” e “terrorismo decostruzionista”.

“La Francia è vittima di una isteria del bene, il ‘bene democratico’, una alleanza fra snobismo e cattiva coscienza, un misto di intolleranza, inquisizione, ilotismo e falsificazione che va sotto il nome di correttezza politica. E’ il volto più cinico del libertarismo. E’ un’ideologia straordinariamente potente travestita da oltraggio civile, un narcisismo filisteo, un masochismo quasi infantile nutrito di vigilanza, orizzontalità, condivisione, del culto delle minoranze religiose, femministe, etniche, del riciclaggio del cristianesimo sotto forma di illusioni umanitariste, quelli che in Francia chiamiamo ‘catholiques de gauche’. E’ una sorta di eresia transgenica, di escatologia sociale e sessuale, una idealizzazione infinita dell’altro: lo straniero, il rifugiato, il disertore, la donna, l’omosessuale, il pazzo, il bambino, l’animale. Il destino dell’ideologia democratica è realizzare la confusione tra vero e falso. E’ un restyling del secolo dei Lumi, ma senza il loro potere critico. Questo non è più lo spirito delle leggi, dell’ironia, della mente europea, ma è la legge della tolleranza, della buona umanità”. E qui Millet riprende la frase di Georges Bernanos, “conspiration universelle contre toute espèce de vie intérieure”.

“La decristianizzazione e la viltà”
In Francia oggi lo stesso concetto di conoscenza e di eredità è diventato sospetto. “E sottoposto a una serie di revisioni infinite. Negli anni successivi al Maggio 1968 ci fu la volontà di dare la caccia alla ‘ideologia dominante’ e distruggere tutte le forme di autorità, in particolare per liberare il ‘bambino’. Ho insegnato per circa vent’anni e ho visto la contestazione del potere dei docenti, l’eliminazione del contenuto letterario a favore della comunicazione, l’ombra del sospetto gettata sulla storia francese, la lingua francese vista come uno strumento di dominazione, con la rinuncia alle radici greco-latine e cristiane. E’ la Cultura che ha ucciso la cultura. Le grandi costruzioni filosofiche, le grandi narrative, sono state abolite a favore della trasparenza, dell’inclusione, del sociale. E’ la decristianizzazione, l’oblio. E’ l’ipocrisia della nostra intellighenzia che si pretende volterriana ma sogna la trasformazione in moschea della cattedrale di Notre Dame. Questo è uno dei volti della loro viltà”.

E’ anche una cultura della delazione, dice Millet. “Coloro che rimangono fedeli alla vecchia legge, quella dei padri, oggi in Francia sono dichiarati politicamente sospetti e ostracizzati, assassinati in effigie, e in questa mania di mutilare le parole sono chiamati ‘fascisti’, ‘reazionari’, ‘petanisti’, ‘maurrassiani’, circondati da un cordone sanitario. La propaganda si è munita di un apparato di repressione, e viviamo in un sistema in cui ciò che è ‘cool’ è l’espressione di una nuova forma di totalitarismo, un totalitarismo morbido. Una sociologia della dolcezza che è il nuovo look del Realismo socialista”. Gran parte di questo odio viene oggi da un neofemminismo che riversa sul paese un risentimento sinistro: “Quando la donna odia, il suo odio è basso, vendicativo. Come la furia delle Menadi”.

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