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Pace a Sharon, sapeva cos’è la guerra col destino

Impossibile non piangere nel suo ricordo la tragedia della politica, della lotta esistenziale, dell’ebraismo tra due secoli di sterminio e di duro riscatto

di Giuliano Ferrara | 13 Gennaio 2014 ore 08:30

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Se penso a Sharon, sia pace all’anima sua, penso a due date. Lunedì 15 aprile 2002 per iniziativa di questo giornale si fece una giornata di mobilitazione per Israele minacciata dal terrorismo jihadista degli shahid e dalla solita campagna velenosa di calunnie e di odio antisionista e antisemita. Una gran folla non di soli ebrei si radunò in Campidoglio raccogliendo l’appello del Foglio, sfilò in un clima di entusiasmo e di rivincita contro anni di sequestro delle piazze ad opera delle kefiah, e andò a posare un simbolico sassolino alla sinagoga del ghetto, seguì un comizio. Fu una iniziativa sorprendente, che segnò un nuovo confine psicologico e spirituale nella battaglia contro il terrorismo, dopo la manifestazione di Piazza del Popolo, il 10 novembre dell’anno precedente, in cui Roma era stata riscattata, a pochi giorni dall’inizio della guerra in Afghanistan contro i talebani e Bin Laden, dalle indecenti scorrerie del pacifismo antiamericano all’indomani del bombardamento di New York e Washington e dell’assassinio di tremila civili nel World Trade Center. Fu un terribile e drammatico Sharon Day, perché il capo di Israele aveva da poche settimane invaso la Cisgiordania con i carri armati di Tsahal e seminava rappresaglia, morte e distruzione, scardinando le infrastrutture del terrorismo in difesa della vita dello stato ebraico e di generazioni di rifugiati che avevano costruito l’intero Novecento intorno all’obiettivo di restaurare la loro patria nella loro terra indipendente dal mandato britannico a partire dalla vittoria nella guerra del 1948.

Vent’anni prima, trentenne, nel settembre del 1982, mi ero infuriato per le notizie di strage provenienti dai campi palestinesi di Sabra e Chatila, avevo cercato di far dedicare alle vittime della strage un ipocrita concerto per la pace indetto dalle autorità di sinistra in Piazza San Carlo a Torino, ero saltato sul podio e avevo arringato l’orchestra che suonava note false di Luciano Berio su versi falsi di Edoardo Sanguineti, avevo preso a schiaffi un burocrate comunale che osava chiedere serenità di fronte alla mia furia, e mandai tutti a quel paese lasciando la città e poi il partito di cui ero un dirigente, e la classe azionista dominante dei Massimo Mila, che era appena reduce da una tirata favorevole alla pena di morte e considerò un affronto all’autonomia della cultura la mia richiesta di dedica, e accusai quell’insieme di perbenisti travestiti da agnelli pacifisti di avere fatto un concerto “per la pace in Galilea” (“pace in Galilea” era la parola d’ordine dell’invasione del Libano decisa da Menachem Begin e da Ariel Sharon e terminata in un culmine di orrore perpetrato dalle truppe falangiste alleate di Israele). In quei campi ero stato pochi giorni prima, li avevo visti nella loro distruzione e miseria alla ricerca, delegato dal Comune di Torino in cui ero capogruppo del partito comunista, di feriti da curare in città (e alla fine i feriti arrivarono e furono curati). Avevo trent’anni e, giusto o sbagliato che fosse il mio comportamento, mi sentivo sfidato e istupidito dal cinismo conventicolare di un uso ideologico della celebrazione del consumo culturale di massa. Era stato per me, ma lo avrei saputo dopo le polemiche sul suo ruolo, un altro Sharon Day.

Sharon vinse la causa contro Time magazine che lo aveva accusato di aver suggerito ai falangisti di invadere i campi e raderli al suolo dopo l’assassinio del presidente Gemayel, non era vero che un capitolo secretato del rapporto Kahan aveva portato le prove di una sua diretta responsabilità. Sta di fatto che la guerra del Libano ebbe un andamento apocalittico, doveva durare 48 ore e durò un’infinità di settimane, fu l’ingresso di Israele nel gorgo di una guerra civile spietata in cui la leadership palestinese di Arafat, che fu allontanata dalla città e consegnata alla ridotta di Tunisi, giocava un ruolo funesto. Ma Sharon, un mohavcik dal carattere di ferro nato nel 1928 e che ha resistito da testa calda e genio superbo dell’esercito e della politica israeliana, con azioni militarmente e politicamente eroiche, per tutta la sua vita fino all’ictus che lo immobilizzò nel 2006, sopravvisse alla calunnia, alla crisi politica, alle dimissioni, al disprezzo dell’opinione pubblica mondiale antisraeliana e pacifista. Lo incontrai poco prima della malattia a Roma, ed era un animale molto diverso dai primi ministri israeliani che ho conosciuto, dal triste Rabin all’umanitario Peres al machiavellico  Netanyahu. Nei suoi occhi blu profondo e nella tragica mobilità dei suoi lineamenti si percepiva una furia patriottica, perfino una passione tribale per il proprio popolo, che escludeva ripensamenti, furberie e sensi di colpa, quali che fossero stati i passaggi del “mors tua vita mea” che aveva segnato per intero la sua esistenza. David Ben Gurion lo stimava, e questo per la storia basta e avanza. Chi ha letto lo straordinario racconto dell’incontro di Amos Oz e Ben Gurion nella “Storia d’amore e di tenebra” capisce cosa voglio dire.

E’ impossibile non piangere in Sharon e nel suo ricordo la tragedia della politica, della lotta esistenziale, dell’ebraismo tra due secoli di sterminio e di duro, amaro riscatto. Il più fiero difensore di Israele (o se preferite “il generale oltranzista” dei titoli di Repubblica) è morto con quella immagine colossale, cattiva e fin troppo massiccia di eroe e di carnefice, di costruttore di barriere o di muri e di sradicatore di insediamenti umani ebraici che aveva contribuito a costruire, il suo bilancio vitale è quello di un grandissimo uomo di stato che si è sporcato le mani con il destino nella battaglia contro il nemico e contro il conformismo pacioccone dei tiepidi, ma in trasparenza si vede la figura inerme del bambino del ghetto di Varsavia con le mani alzate. Mi stupii durante lo Sharon Day quando ricevetti nel corso del corteo una telefonata di solidarietà e di amore di Abraham Yehoshua, ma dev’essere quella trasparenza che ha unito alla fine gli ebrei di tutto il mondo intorno alla mole invadente di quel gigante del coraggio e della tenacia.

Meotti Sharon, il leone di Dio - Stefanini Una vita spesa per Israele

© FOGLIO QUOTIDIANO


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