Renzi passa il Rubicone

Perché sì: “Io lo vorrei fare perché ci tengo davvero al Pd e sono sicuro che è solo con un partito innovativo, leggero, scattante, agile, e per questo non fragile, che possiamo cambiare l’Italia, imporre un bipolarismo di fatto, conquistare gli elettori degli altri partiti e dare una mano al governo, con lealtà ma senza piaggeria: preparandoci come è giusto che sia all’appuntamento con le prossime elezioni smettendola di smacchiare i giaguari, smettendola di farci dettare l’agenda dai nostri avversari, smettendola – che palle! – di farci governare dalle correnti e cominciando a farlo davvero, questo benedetto Pd.

Renzi passa il Rubicone

Perché sì: “Io lo vorrei fare perché ci tengo davvero al Pd e sono sicuro che è solo con un partito innovativo, leggero, scattante, agile, e per questo non fragile, che possiamo cambiare l’Italia, imporre un bipolarismo di fatto, conquistare gli elettori degli altri partiti e dare una mano al governo, con lealtà ma senza piaggeria: preparandoci come è giusto che sia all’appuntamento con le prossime elezioni smettendola di smacchiare i giaguari, smettendola di farci dettare l’agenda dai nostri avversari, smettendola – che palle! – di farci governare dalle correnti e cominciando a farlo davvero, questo benedetto Pd. Io sono pronto, sto già lavorando, ho un piano, sto preparando un documento, e mi affascina l’idea di poter fare nel Pd quello che Tony Blair fece nel 1994 con il New Labour”.
Perché no: “No perché io non voglio farlo a tutte le condizioni, il segretario; e non voglio che qualcuno pensi che soffra di ansia da posizionamento, che stia lì a brigare e a tramare per voler fare chissà che cosa, e che mi sia rotto le scatole di fare il sindaco e che non sappia stare senza un incarico nazionale importante. Dai, su. La politica la si può fare anche lontano dai luoghi di comando, la si può fare anche lontano da Roma, la si può fare anche puntando non sul singolo ruolo ma sulle semplici proposte. Ed è in questo senso che dico che questa volta non mi faccio fregare: se non mi fregano con le regole, e se non provano a restringere la partecipazione, come hanno fatto con ottima lungimiranza in altre occasioni, io ci sono; se vogliono fregarmi, se vogliono mettermi i bastoni in mezzo alle ruote, se vogliono continuare a far rimanere il Pd ostaggio delle correnti e se vogliono trasformare le primarie in una specie di Renzi contro il resto del mondo, non so se ne vale la pena. Ok?”.

Sono le dieci e venti, siamo a Roma, è il 19 giugno, Matteo Renzi è uscito da poco dagli studi televisivi di Raitre e dopo essere arrivato alla Stazione Termini, aver scambiato un po’ di chiacchiere con un capotreno, due studenti giapponesi, un controllore, due ragazzine, una signora anziana, una cameriera, una cassiera, una hostess, un edicolante, un capo del 118 di Padova (“e questo non è nulla, alle primarie era peggio…”, dice Renzi con la faccia un po’ da bullo e un po’ alla Fonzie) sale con il cronista sul treno che alle undici e cinquanta lo porterà a Firenze: si siede su una poltroncina in prima classe, si toglie la giacca, si sfila la cravatta, cerca disperatamente il suo mini iPad nella sua valigia (“scusa ma devo un attimo controllare twitter, devo controllare le reazioni alla puntata di stamattina, ma è vero che avevo le occhiaie?”), poi tira fuori alcuni appunti dalla borsa, poggia sul tavolino tre evidenziatori colorati, risponde a un paio di messaggi e inizia a parlare un po’ della segreteria, un po’ del Pd, un po’ del rapporto con il governo Letta, un po’ delle proposte per incalzare l’amico Enrico, un po’ del suo futuro, un po’ di tutto. Renzi, rispetto alla sua candidatura alla leadership del Pd, dice che non ha ancora deciso e che ci sono alcune questioni che vanno chiarite e che oggi nulla può essere dato per scontato. Il sindaco sa che in questa fase vive in un paradosso: alla sua massima esposizione mediatica corrisponde la sua massima indecisione sul futuro. Ma nonostante questo Renzi dice che a prescindere da quale sarà la sua scelta, lui è in campo: e comunque andranno le cose da oggi in poi si impegnerà in prima persona per strappare dalle mani del centrodestra il pallino del governo, e per sfidare già da ora, sul piano dei contenuti, il suo vero avversario: che non si chiama Gianni Cuperlo, che non si chiama Pier Luigi Bersani, che non si chiama Enrico Letta ma molto più semplicemente si chiama Silvio Berlusconi. Il giaguaro, già.

Cominciamo da qui. “Io rispetto le decisioni della magistratura e non mi sogno di interferire con tutti i processi in cui è coinvolto il Cavaliere. Dico però una cosa: se Berlusconi verrà fatto fuori da un tribunale, e non dalla politica, per la sinistra sarà una sconfitta. Per questo è una sciocchezza parlare di ineleggibilità di Berlusconi. Per questo dico che è una sciocchezza esultare per una sentenza che punisce Berlusconi. E per questo dico che pagherei oro per arrivare alle prossime elezioni e sfidare Berlusconi. Vorrei giocarmela con lui. Saprei come batterlo e come sfidarlo. Non è arroganza, è che il Pd di Renzi, per come lo penso io, non sarebbe più un Pd da bassa classifica, ma un Pd con il 4 davanti…”. Renzi si ferma un attimo, apre la sua agenda, prende la matita e disegna sul retro della copertina rigida due rettangoli: il primo rettangolo è vuoto, il secondo è tutto colorato. “Ecco. Se non superiamo il complesso del rettangolo vuoto”, dice con un sorriso Renzi, “il Pd non vincerà mai”.

Il complesso del rettangolo vuoto? E che è? “Se non capiamo questo concetto non andiamo da nessuna parte. Piuttosto che lamentarci ogni ora che i giornali parlano solo degli scazzi del Pd, dobbiamo capire che siamo noi che dobbiamo dominare le pagine sul Pd. Se non ci sono contenuti, è ovvio che voi giornalisti riempirete le pagine parlando di accordi nell’ombra, scazzottate tra correnti, trame segrete, eccetera. Se noi invece vi inondiamo di idee voi sarete costretti a occuparvi meno dell’accordo tra Fioroni e Franceschini, per dire, e più di tasse, di lavoro, di immigrazione, di fisco, di pubblica amministrazione”. Ok, proviamo. “Partiamo dal governo. Vedete, io sono la persona più felice del mondo se questo governo fa le cose che servono e se riesce a far ripartire il nostro paese combattendo l’antipolitica con un po’ di sana politica. Ci sono molte cose che si possono fare anche se si governa con i nostri avversari, ma bisogna stare attenti a non scambiare la durata del governo con un obiettivo del governo: il governo non fa le cose perché dura, dura perché fa le cose. In questo senso io invito i famosi quattro del pulmino (Renzi si riferisce alla scena del ritiro di Spineto, quando da un unico pulmino scesero insieme Letta, Alfano, Franceschini e Lupi, ndr) a non lasciarsi traviare dalla genetica attitudine democristiana: rinviare, rinviare, rinviare. Per dirla chiara, non vorrei che questo governo cadesse nella sindrome del Conte Zio dei Promessi sposi, quello che, ricorderete, tra un sopire e troncare, troncare e sopire, sopire e troncare, non affrontava i problemi fino in fondo e cercava delle continue scappatoie. Ecco, io mi sento più padre Cristoforo che Conte Zio – dice Renzi mentre si infila gli occhiali da sole – e se mi è concessa la similitudine partirei da qui per spiegare cosa mi permetto di suggerire al governo. Piccole riforme, semplici, ma fondamentali”.

La prima riforma che ha in mente Renzi riguarda una precisa riduzione della pressione fiscale. Su questo tema, il sindaco crede sia importante cominciare a dare qualche segnale e ritiene prioritario non regalare al Pdl la battaglia contro le tasse. Il ragionamento vale sia sull’Iva, che secondo Renzi “si può lasciare così, perché due o tre miliardi di euro a fronte di una spesa pubblica come la nostra si possono trovare”, e vale sia per la riforma delle riforme: la riduzione dell’Irpef. “Ridurre la tassazione sul lavoro è giusto – dice Renzi – ma bisogna essere onesti e dire due cose. Primo: i dieci miliardi di riduzione della tassazione sul lavoro di cui ha beneficiato Confindustria negli ultimi dieci anni, prima con Prodi e poi con Monti, non hanno offerto risultati apprezzabili in termini di creazione di posti di lavoro. Secondo: la politica deve iniziare a ragionare con la sua testa, deve emanciparsi dai sindacati,  deve concentrarsi sulla busta paga dei nostri lavoratori, e deve imparare ad adoperare con più sapienza una parola precisa: produttività”. 

Secondo punto, le pensioni. “Nelle prossime settimane – dice Renzi – presenteremo un progetto di legge per tagliare del 10 per cento le pensioni che vanno sopra i 3.500 euro e fermare per tre anni l’adeguamento all’inflazione di queste pensioni. I nostri calcoli dicono che in questo modo si risparmierebbero almeno quattro miliardi l’anno”.

Terzo punto, il fisco. “In campagna elettorale ne abbiamo parlato molto e sono convinto che un modo utile per incassare quei 25-30 miliardi che ogni anno sfuggono alla riscossione fiscale si possano andare a recuperare non con inutili operazioni spettacolari come quelle viste qualche mese fa a Cortina; ma andando a sperimentare una serie di semplici meccanismi come la comunicazione telematica dei dati al Fisco, l’introduzione della fatturazione elettronica, l’uso dei contanti fino a trecento euro (con delle deroghe per gli stranieri che vengono in Italia) e l’obbligo del Fisco a inviare ai contribuenti una proposta di tassazione. In più, e su questo insisteremo molto, crediamo sia fondamentale creare un fondo per la riduzione della pressione fiscale: i soldi che si raccolgono finiscono qui e non vanno utilizzati per spendere ancora, ma per ridurre le tasse. Semplice no?”.
Sono le undici e dieci minuti, Renzi continua a esporre  alcune idee studiate per costruire la piattaforma con cui proverrà a dettare l’agenda sia al Pd sia al governo – “Bisogna dire qualcosa sulla spesa pubblica, dobbiamo imparare a dire che possiamo essere più efficienti anche spendendo di meno, non possiamo limitarci a dire spendere, spendere, spendere” – ma il tempo stringe e ci sono altre cose di cui parlare. Per quanto riguarda il Partito democratico Renzi promette che entro la prima settimana di luglio scioglierà la sua riserva sulla segreteria; ma discutendo con il cronista l’impressione è che al sindaco, più che le regole, stia a cuore un’altra questione: arrivare a una candidatura trasversale appoggiata non solo dai più ortodossi dei renziani (i “Renzahiddin”, come li chiamano con non troppo affetto i sostenitori di Bersani) ma anche da molte altre anime del Partito democratico. “La mia candidatura – dice Renzi – ha un senso se nascerà anche tra bersaniani e renziani della mia generazione”. Tra gli ex bersaniani di peso che hanno già offerto il proprio sostegno al sindaco c’è il segretario regionale dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini (e c’è anche il presidente della provincia di Pesaro Matteo Ricci) ma Renzi punta ad allargare ancora di più il bacino e tra i nomi di tradizione non margheritina che hanno già promesso il proprio appoggio in caso di candidatura ci sono anche Michele Emiliano e Piero Fassino.

“Il Pd – continua Renzi – rinasce se si punta sui sindaci, e a chi prova a intestarsi la vittoria alle ultime amministrative suggerirei di ricordare che hanno vinto i sindaci, non hanno vinto i capicorrente”.  Renzi conclude la frase, controlla l’orologio, chiude l’agenda, incrocia le braccia e chiede di poter dormire un attimo – “Scusa, sono come Leonardo, mi bastano cinque minuti, poi torniamo a parlare di Pd”. Pochi minuti dopo, il sindaco si sveglia nello stesso istante in cui una hostess di Trenitalia gli chiede se desidera un giornale. Renzi apre all’improvviso gli occhi, ci pensa su, guarda la hostess e dice: “Libero”. Il sindaco inizia a sfogliare Libero e punta il dito verso un paio di titoli dedicati dal quotidiano alla storia delle prostitute in Comune. “Ci sono rischi che il Comune vada a puttane per questa storia?”, chiede il cronista. E Renzi: “Suvvia,  non scherziamo. Non mi sembra che si possa speculare. La vicenda è che c’è un giro di prostitute a Firenze. E che una di queste pare abbia avuto un rapporto con un dipendente del Comune e che era anche amica di un nostro ex assessore. Punto. Se ci saranno da prendere provvedimenti li prenderemo, e mi dispiace che ci sia stata questa storia. Ma scheletri nell’armadio non li abbiamo, pensiamo alle cose serie”.
Sperando di non far nuovamente addormentare il sindaco, abbiamo ancora qualche domanda prima di arrivare a Firenze. Una su Grillo, una sull’Europa, una su Vendola, una sul governo, una ancora sul Pd. Su Grillo, Renzi pochi minuti prima di salire in treno ha detto in televisione (ad Agorà) che le epurazioni fatte da Grillo rendono il movimento Cinque stelle meno credibile del Grande fratello. Ma oltre alla battuta, il sindaco ha un’idea precisa su quale sarà da qui alle prossime elezioni il destino del movimento di Grillo. In due parole: “Praticamente scomparirà”. Dice Renzi: “Non sono particolarmente stupito dall’involuzione dei Cinque stelle. Non ho mai sottovalutato Grillo, ma non l’ho mai neanche sopravvalutato. I Cinque stelle si riassorbiranno, il Pd alle elezioni tornerà a conquistare gli elettori che ha dato in prestito a Grillo, e se il centrosinistra che ho in mente riuscirà ad affermarsi sono convinto che daremo vita a una potenza con il 4 davanti: ovvero un Pd che valga più del 40 per cento. Ecco. Oggi dovrebbe essere chiaro che è stato il Pd, con le sue carenze e con i suoi balbettii, a far andare così forte i Cinque stelle, e che quello delle ultime elezioni è stato un nostro infortunio, non altro. Per questo mi piacerebbe che il mio partito si concentrasse sulla conquista degli elettori di Grillo e la smettesse di pensare a certi giochini con loro in Parlamento”.

Il riferimento di Renzi è legato alla prospettiva di un governo di cambiamento Pd-Sel-Cinque stelle evocato qualche giorno fa da Bersani sulle colonne prima di Repubblica e poi del Corriere della Sera e il sindaco preferisce glissare su quelle interviste. Su un passaggio però Renzi non glissa. “Bersani al Corriere ha detto di non sapere se sono stato sleale con lui. Mi viene da dire solo una cosa: mi fa tenerezza”. E Vendola? Renzi riconosce che l’atteggiamento del compagno Nichi è cambiato nei suoi confronti e che nel giro di qualche mese da nemico pubblico numero uno il sindaco di Firenze è diventato “il futuro del centrosinistra”. Il Rottamatore accenna a un sorriso ma poi si fa serio e spiega la sua idea: “Nei prossimi anni abbiamo due chance: o tenere fuori Vendola e il suo partito e starcene per i fatti nostri; oppure includere Vendola nel nostro progetto, rafforzare il bipolarismo e mantenere la nostra autonomia dando spazio anche a Nichi. Dentro il contenitore, e non fuori”.
Renzi, infine, partendo proprio dalle parole di Bersani affronta un tema che costituisce anche uno dei capitoli più significativi del suo libro uscito qualche settimana fa da Mondadori, “Oltre la rottamazione”. Il tema riguarda la questione dell’uomo solo al comando. Renzi, su questo punto, crede che la paura manifestata in questi anni da una parte del centrosinistra nei confronti delle leadership carismatiche sia l’indice di un grave deficit politico ed è convinto che sia importante che tutti nel Pd capiscano che avere un leader forte vuol dire avere non un leader che rottama il collettivo; ma un leader che sa scegliere, che sa prendere decisioni e che sa muoversi con abilità nei momenti delicati – e che magari sappia anche come si vince un’elezione. Renzi dice di essere “contento che anche D’Alema sia arrivato a questa conclusione”, ma al di là di questo crede sia fondamentale che questo tipo di ragionamento (quello cioè sull’importanza del leader che sia messo nelle condizioni di prendere decisioni importanti) abbia un suo riflesso anche all’interno dell’attività del governo. In che senso? “Nel senso – dice Renzi – che quale che sia la legge elettorale che ci sarà è fondamentale che aiuti a rafforzare il potere di chi governa, e in particolare del presidente del Consiglio. Oggi non è così, è inutile prenderci in giro, e per questo io sono un fan sia del presidenzialismo sia del modello dei sindaci applicato al governo nazionale. E poi – aggiunge Renzi – fatemi dire una cosa: ma questa legge elettorale che aspettiamo a farla? Mica la vorremmo fare alla fine di tutto l’iter istituzionale? E’ una questione di rispetto. I nostri elettori vogliono essere sicuri che qualsiasi cosa accadrà non si riandrà a votare più con questo obbrobrio. La legge elettorale, per dirla in politichese stretto, è una priorità, e ogni giorno che passa senza cambiarla il Conte Zio stappa una bottiglia di champagne”.

Alla fine della nostra chiacchierata, Renzi sfiora un tema significativo che riguarda l’Europa (“il braccio di ferro evocato da Berlusconi è un messaggio forte e che non va sottovalutato ma dire oggi che bisogna sforare il deficit significa fare una grande opera di distrazione di massa, e significa voler illudere tutti noi che i veri problemi del nostro paese arrivano non da tutto quello che il nostro paese non ha fatto in vent’anni di governo, ma solo dagli errori fatti dalla signora Merkel”). E prima di scendere dal treno, dopo l’ennesima domanda del cronista sulla segreteria del Pd, Renzi mostra un sms inviatogli qualche giorno fa da un suo amico molto ricco, molto famoso e molto influente. Il messaggio è questo: “Certo che se fossimo egoisti ci sarebbe spazio per fare un partito: è più facile salvare il paese che salvare il Pd”.

Renzi si riprende il telefonino, rimette a posto la borsa, poggia la giacca sulle spalle, si avvicina all’uscita, stringe un altro paio di mani, saluta il capotreno, ringrazia la hostess, e poi, con lo sguardo serio e il tono enfatico, guarda il cronista e torna sull’sms. “Noi non lasceremo il Pd. E non lo lasceremo mai per una ragione: noi, semplicemente, siamo il Pd”.

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